“Vite che non sono la mia” di Emanuele Carrère

Questo libro è per chi si fa carico delle storie altrui. Per chi abbraccia la vita. Per chi non sa come comportarsi di fronte all’ineluttabilità dell’esperienza umana.


Il 26 dicembre del 2004 una parola è entrata nel nostro vocabolario: tsunami. Lo scrittore Emmanuel Carrère si trovava in Srilanka: un turista come tanti, insieme a sua moglie e a suo figlio. Avrebbe preferito una piccola stanza vicino alla spiaggia, ma aveva optato per un hotel sulla scogliera, che ha salvato la loro la vita. Intorno a loro, l’onda ha portato via il villaggio, saccheggiato l’esistenza di migliaia di sconosciuti e e distrutto l’esistenza di una coppia di francesi: la loro figlia di 4 anni, Juliette, è morta trascinata via dall’onda insieme al nonno che la stava sorvegliando.

Tra i sopravvissuti, una donna inglese di nome Ruth, che si rifiuta ostinatamente di andarsene. Sta aspettando Tom, il suo giovane marito, che è stato spazzato via dall’onda. E non sarà in grado di andarsene finché non avrà visto la sua morte, con i suoi occhi. Come comportarsi di fronte al dolore più radicale, più inammissibile, scandaloso? Cosa possiamo fare? Emmanuel Carrère sceglie di ascoltare e di restare.

Vite che non sono la mia: il senso profondo di questo libro è tutto nel titolo (2011, Einaudi). Lo scrittore descrive come l’onda dello tsunami ha iniziato una profonda intima trasformazione della la propria esistenza. Lo capiamo immediatamente, leggendo l’incipit:

La notte prima dell’onda, ricordo che io ed Hélène abbiamo parlato di separarci. Non era complicato, non vivevamo sotto lo stesso tetto, non avevamo figli insieme, potevamo addirittura pensare di rimanere amici; eppure era triste.

Un uomo che, pur avendo perso la fiducia nel suo matrimonio, dopo l’onda si rende conto che questo non è più rilevante. L’essere scampati ad un disastro di dimensioni bibliche, gli restituisce serenità. Eccolo quindi a raccontare quello che ha visto e sentito. A 47 non aveva mai visto un cadavere e si ritrova negli ospedali, immerso nel fetore dei corpi ammucchiati in immagini che noi abbiamo visto solo in TV.

Ci siamo noi, puliti e ordinati, risparmiati, e intorno a noi il cerchio dei lebbrosi, degli irradiati, dei naufraghi regrediti allo stato di selvaggi. Soltanto il giorno prima erano come noi, noi come loro, ma a loro è accaduto qualcosa che a noi non è accaduto e adesso apparteniamo a due umanità distinte.

Al loro ritorno dalle vacanze, mentre si muovono in un nuovo appartamento, Hélèna dice al telefono quello che hanno sempre temuto. Sua sorella, che stava soffrendo, ha di nuovo il cancro. Il suo nome è Juliet, come la bambina scomparsa in Srilanka. Morirà all’età di 33 anni, lasciando un giovane marito e tre figlie piccole.

Questo è il materiale del libro di Emmanuel Carrère: vite che non sono inventate, vite che consentono a Emmanuel Carrère di scrivere un grande libro. Questo non è un romanzo, ma ne prende in prestito le caratteristiche: colpi di scena, suspense, grandi personaggi. L’autore de L’avversario dimostra che violenza e dolore non lo spaventano, ma questa volta affronta una violenza che non ha nulla a che fare con il crimine o i segreti. Il disastro naturale, lo tsunami, e quello intimo, il cancro, diventano il pretesto per raccontare vite che non meritano di essere dimenticate.

Etienne, socio di Juliet, chiede a Emmanuel Carrère di scrivere la loro storia. Entrambi hanno condiviso la malattia, la disabilità durante la giovinezza:una gamba amputata lui, una gamba inerte per lei. Entrambi giudici si dedicano alla difesa di persone e famiglie indebitate, in situazioni di grande precarietà sociale e morale. Il racconto della loro esperienza giudiziaria è il pretesto per coinvolgere il lettore nei meccanismi di un intrigo poliziesco di splendida fattura.

Quasi sempre, scrivere significa correre un rischio. E un rischio enorme: significa esporsi, condividere la propria intimità, dire la verità, anche con il pretesto della finzione. Carrère si avventura lontano, portandoci in regioni oscure, con la forza del linguaggio scava più in profondità raccontando la caduta degli esseri umani. Carrère affronta le sue paure esorcizzandole:

Da sei mesi a questa parte, ogni giorno, di mia spontanea volontà, ho trascorso qualche ora davanti al computer a scrivere di ciò che mi fa più paura al mondo: la morte di un figlio per i suoi genitori, quella di una giovane donna per suo marito e i suoi figli. La vita mi ha reso testimone di queste due disgrazie, una dopo l’altra, e incaricato, almeno così ho capito, di renderne conto.

Lontano dalla freddezza, dalla disperazione, ha l’incredibile capacità di abbracciare la vita nel suo complesso. Ecco che troviamo davanti a noi ciò che separa gli individui, ma anche e forse soprattutto ciò che li tiene uniti, malgrado tutto.

Avvicinandosi alle vite che non sono la sua, scegliendo di raccontarle, riesce a salvarle e a salvare se stesso.  Lo fa sottoponendo la lettura di questo suo libro che definisce “il progetto” prima della pubblicazione, ai protagonisti, per consentire loro di fare le modifiche e le omissioni che avrebbero ritenuto necessarie.

Pur raccontando le conseguenze terribili di eventi non controllabili né prevedibili, Carrère cattura  il quotidiano. Emmanuel Carrère fa molto più che raccontare: presta letteralmente la sua penna ad altri individui, uomini e donne incrociati sul suo cammino.

In questo libro ho trovato i miei dolori e le mie paure, quelle recenti e quelle future. In fondo, le pagine che raccontano la vita sono tanto ordinarie quanto straordinarie. Non è facile avvicinarsi alla sofferenza dell’altro con l’amore né con la paura. Ciò che è bello qui è che davanti alla sofferenza dell’altro, l’autore e i protagonisti delle vite che racconta, non si fermano alle loro paure, vanno oltre. Accettano la realtà, la affrontano offrendo amore.

La colonna sonora di questo romanzo è un album che mi ha accompagnato durante la lettura. Si tratta di Secrets of the Beehive, di David Sylvian (1987). Ogni brano è un gioiello, ma uno in particolare mi ha ispirato, nel testo:

On the waterfront the rain
Is pouring in my heart
Here the memories come in waves
Raking in the lost and found of years
And though I’d like to laugh
At all the things that led me on
Somehow the stigma still remains

Is our love strong enough?

Sono le parole di Waterfront, e se leggerete il libro capirete perché ho scelto proprio questo brano insieme a Forbidden colours, scritta da Sylvian insieme all’amico e compositore Sakamoto.

Adesso, come sempre, non mi resta che augurarvi buona lettura e buon ascolto!

C.O.

Colonna sonora qui.

 

 

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