“Una vita come tante” di Hanya Yanagihara

Questo libro è per chi si sente colpevole. Per chi, malgrado tutto, preferisce la fiducia alla cautela. Per chi sa che le ferite sono il prezzo da pagare per poter vivere.  Per chi sente che è troppo tardi. Per chi non sa chiedere aiuto. Per chi crede che l’amore può tutto.

Il libro più bello, stimolante, sorprendente, commovente e sconvolgente che ho letto nell’ultimo anno?  Una vita come tante, di Hanya Yanagihara, pubblicato da Sellerio nel 2016 e tradotto magistralmente da Luca Briasco. È il secondo romanzo della scrittrice quarantaduenne giapponese-americana cresciuta alle Hawaii e finalista per il Man Booker Prize 2015.

Una vita come tante è il libro che mi ha accompagnato nel passaggio dal 2016 al 2017. Malgrado la mole (1091 pagine), l’ho letto in meno di una settimana. Mi ha fagocitato costringendomi a letture in ore notturne e a puntare la sveglia in giorni festivi per leggere alle prime luci del giorno. Concluso due giorni fa, non faccio che riprenderlo in mano, per sfogliarlo e sorprendermi a rileggere pagine di rara bellezza.

Questo romanzo entra sotto la pelle in milioni di modi e la sua elaborazione prosegue dopo averne finito la lettura. È come se mi chiedesse di tornare dai personaggi che ho conosciuto così intimamente e che mai riuscirò a dimenticare. A little life, la piccola vita del titolo originale, ci ricorda che non c’è esistenza al mondo che abbia senso se non messa in relazione con altre vite.

Questo romanzo è in grado di suscitare tutte le emozioni che un essere umano è in grado di provare e che fanno parte di qualsiasi vita. Sono le esperienze del quotidiano, che viviamo direttamente o meno, a popolare queste pagine: la crescita, la famiglia, la fratellanza, l’amicizia, la malattia, il dolore, la voglia di costruire qualcosa, il modo in cui cambiamo nel tempo.

Hanya Yanagihara

 

Hanya Yanagihara ha un potere straordinario nel descrivere piccole cose, nel raccontare ciò che condividiamo, come gli sguardi o i gesti. Non indugia mai nel descrivere le caratteristiche fisiche dei protagonisti: di alcuni sappiamo che sono alti, o sovrappeso, ma sembra comunque di poterli accarezzare, di stargli accanto quando compiono la più semplice delle azioni.

Un libro che si presenta come un romanzo dove non accade nulla se non il trascorrere delle stagioni nella vita di uomini qualsiasi, che potremmo essere noi stessi, o i nostri amici,  che frequentano feste, organizzano cene, cercano casa e lavoro, intrattengono relazioni, si innamorano, provano rancore e e hanno dei sogni da realizzare.

Hanya Yanagihara esplora un argomento raramente toccato nella letteratura contemporanea: l’amicizia tra uomini adulti. Gli uomini protagonisti della letteratura quasi mai esprimono vergogna o paura. Queste sono emozioni riservate alle donne. È a queste emozioni che Hanya Yanagihara dedica un romanzo immenso, tralasciando il contesto socio culturale e omettendo dettagli storici di cui non sentirete la mancanza.

Oltre alle dimensioni questo romanzo colpisce immediatamente per l’immagine di copertina. È una foto di Peter Hujar che ritrae un uomo colto nel momento di una smorfia di dolore. In realtà il titolo della foto, che appartiene alla collezione Hujar Portraits, è Orgasmic Man (1969). Una scelta provocatoria per un romanzo che, come la stessa Yanagihara ha dichiarato, rappresenta vite abitate da sesso e cibo e sonno e amici e soldi e fama.

Non intendo rivelare ciò che toglierebbe il piacere alla lettura, ma proverò a condividere alcune riflessioni sperando che venga voglia anche a voi di leggere questo libro magnifico.

Ambientato ai giorni nostri, il romanzo racconta le vite di 4 ragazzi e degli oltre 30 anni della loro amicizia. Conosciutisi al college, si trasferiscono a New York per intraprendere le rispettive carriere tanto desiderate. Non viene mai fatto riferimento a date, avvenimenti storici, non viene fornito al lettore alcun indizio utile a contestualizzare in un momento storico preciso i fatti narrati. Il risultato è quello di rendere questo romanzo eterno, in cui sono i protagonisti ad essere messi al centro della narrazione.

Tutto inizia a Lispenard Street, nell’appartamento all’11° piano dove due uomini poco più che ventenni affittano il loro primo appartamento. Si tratta di Jude e Willem, compagni di college insieme a Malcom e JB. Eccoli, i quattro protagonisti di questo romanzo tutto al maschile dove anche i comprimari sono uomini ed altrettanto indimenticabili.

Tutti al verde ma molto ambiziosi i protagonisti quando ancora giovani si trasferiscono a New York. Williem fa il cameriere ma sogna di diventare attore. JB fa il centralinista nella sede una piccola rivista. Jude è assistente procuratore e Malcom lavora in uno studio di architetti. Se a tenerli insieme c’è una profonda e antica amicizia, ciò che li divide non è la razza, ma l’esperienza infantile ed il nucleo familiare di appartenenza. Quello familiare sembra essere l’unico contesto nel quale l’autrice vuole circoscrivere gli individui.

JB, orfano di padre, è stato allevato da una famiglia di donne haitiane che lo amano immensamente e hanno piena fiducia nelle sue capacità. Malcom, figlio di madre bianca e padre nero,appartiene ad una famiglia che allontana il razzismo grazie alle ricchezze. Entrambi sentono nei confronti dei genitori un unico obbligo: quello di essere felici.

Williem e Jude invece sono orfani. Di Williem sappiamo che proviene da una povera famiglia di immigrati nord europei e che ha perso Hemming, il fratellino al quale era profondamente legato. Di Jude non sappiamo nulla e nulla sanno i suoi amici. Non parla mai della sua infanzia lasciando il posto al silenzio. Non affrontare le sue origini è un modo per relegare il passato sullo sfondo della sua piccola vita,  prendendo le distanze da un vissuto doloroso ed incondivisibile.

L’Ambizione è il fattore comune di questi quattro ragazzi che conducono vite come tante, che ci trascinano nella loro quotidianità. Sono legati da lealtà reciproca e mostrano di avere un codice di amicizia tutto loro, inusuale per una narrazione al maschile. Jude sa che gli amici lo accettano malgrado continui a celare gli aspetti più spigolosi ed oscuri di sé. Sa che non li sta ingannando tacendo le sue verità. Tra i suoi amici si sente al sicuro, sa di essere accettato così, con i suoi inconfessabili segreti e le sue impronunciabili paure:

Per quanto avesse lavorato per nascondere gli aspetti più spigolosi e oscuri di sé, non aveva ingannato nessuno.

Inganno, vergogna, paura, solitudine, abiezione, sono tutelati da un codice di amicizia che va oltre la lealtà reciproca ed il rispetto. C’è una sconfinata tenerezza in queste pagine e la troviamo proprio nei gesti e nel sostegno che solo l’amicizia vera può dare. Hanya Yanagihara ci conduce in queste piccole vite mostrandoci l’emotività di questi uomini. 

Oltre ai quattro protagonisti voglio parlarvi di Andy e Harold. Andy è l’uomo che da più tempo conosce Jude, il fratello ideale che lo conosce come pochi altri intimamente. Proprio Andy dirà a Willem qualcosa che per me sottende tutto il senso di questo romanzo:

Vuole che tu lo veda per la persona che è. Vuole sentirsi dire che la sua vita, per quanto inconcepibile possa apparire, rimane una vita.

Non è forse ogni piccola vita, una vita come tante?

Harold è l’uomo che, insieme alla moglie Julia, decide di adottare Jude quando è adulto. Questo personaggio introduce un argomento trattato molto in profondità in questo romanzo: il rapporto tra genitori (non solo biologici) e figli. Ed è Harold che ama Jude incondizionatamente, sopra ogni cosa e che gli dice:

Le cose si rompono, a volte si aggiustano, e ci rendiamo conto che, per quanti danni possiamo subire, la vita ci ricompensa quasi sempre, spesso in modo meraviglioso.

Tanto, tantissimo amore è presente in queste pagine. In un viaggio indimenticabile che si alterna tra passato e presente di queste piccole vite, è vero, ci sono delle pagine terribili, che inquietano,  ma credetemi, il dolore non è il messaggio di questo libro. Preparatevi ad un libro sorprendente, stimolante e commovente.  Con una prosa ricca Yanagihara ha realizzato un inno all’amore che esula dai legami familiari socialmente riconosciuti. Il suo è un tributo alla memoria e ai limiti della sopportazione umana.

La narrazione è costellata di citazioni musicali. Da Haydn a Mahler, passando per i Lieder di Schubert e arrivando alle suite di Bach, la Yanagihara dimostra di avere una approfondita conoscenza della musica sinfonica. Tra tutti i brani citati, quello che amo più degli altri e che secondo me è perfetto per questo romanzo è il terzo Lied tratto da Cinque Lieder di Gustav Mahler su testi di Friedrich Ruckert, per voce e orchestra, 1901-1902.

Ich bin der Welt abhanden gekommen (Sono ormai perduto al mondo). Ecco il testo in lingua originale e la sua traduzione:

ICH BIN DER WELT ABHANDEN GEKOMMEN SONO ORMAI PERDUTO AL MONDO
Ich bin der Welt abhanden gekommen
Mit der ich sonst viele Zeit verdorben,
Sie hat so lange nichts von mir vernommen,
Sie mag wohl glauben ich sei gestorben!
Es ist mir auch gar nichts daran gelegen,
Ob sie mich für gestorben hält.
Ich kann auch gar nichts sagen dagegen,
Den wirklich bin ich gestorben der Welt.
Ich bin gestorben dem Weltgetümmel
Und ruh’in einem stillen Gebiet!
Ich leb allein in meinem Himmel
In meinem Lieben in meinem Lied.
Sono ormai perduto al mondo
Col quale ho anche perduto gran tempo;
Tanto a lungo non ha saputo più niente di me,
Che può pensare ormai che io sia morto!
Ma non mi importa niente
Che mi creda morto.
E non posso neanche contraddirlo,
perché sono veramente morto al mondo.
Sono morto al chiasso del mondo,
E riposo in un luogo silenzioso!
Vivo solo nel mio cielo
Nel mio amore, nel mio canto.

Chi mi conosce sa quanto io ami Mahler, ma prego veramente tutti di ascoltare questo breve e magnifico capolavoro realizzato nel 1901, anno significativo per il compositore, l’anno della Quinta Sinfonia e dell’inizio dell’amore con Alma.

 

Questo Lied è un po’ come questo romanzo. Poiché si parla di perdita, di morte e di solitudine, si tende a pensare che si tratta di una canzone triste. Io non credo sia così. Ogni vita, ogni esistenza, contiene in sé un a quantità di tristezza così come una di solitudine. Sulla distribuzione delle parti probabilmente non siamo tutti dotati dello stesso bagaglio, ma ognuno di noi, nella sua piccola vita ne detiene un pezzetto. Proprio come in qualsiasi composizione di Mahler, anche se splende il sole il buio non è mai troppo lontano, e viceversa. Siamo noi che dobbiamo cercare la risposta emotiva più profonda dentro di noi ed interpretarla a nostro piacimento. Non c’è rammarico o tristezza in questa consapevolezza, ma solo una docile, mite malinconia.

Buona lettura e buon ascolto!

 

 

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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