Viaggi in treno

Questi libri sono per chi sogna di viaggiare a bordo della Transiberiana. Per chi ama i romanzi in cui viaggio e letteratura si incontrano. Per chi è sedotto e spaventato dalla Russia.

Un anno fa, in questi giorni, consegnavo la mia scheda di partecipazione a Italian Book Challenge, il campionato dei lettori indipendenti. 50 libri per 50 categorie. Alla voce “un libro che parla di un fallimento”, inserivo Scompartimento n.6 della finlandese  Rosa Liksom, edito da Iperborea e tradotto da Delfina Sessa.

Mi è tornato in mente di recente, dopo aver letto L’alcool e la nostalgia, di Mathias Enard, pubblicato da E/O  e tradotto da Yasmina Melaouah.

Cosa hanno in comune questi due romanzi? Il rapporto tra Russia e Occidente, la vodka, i ricordi, l’amicizia e un interminabile viaggio in treno a bordo della Transiberiana.

Mosca si rannicchiava nella gelida e secca sera di marzo per proteggersi dal contatto del sole al tramonto, rosso e freddo. La ragazza salì sull’ultimo vagone, in coda al treno, cercò il suo scompartimento, il numero sei, e tirò un profondo respiro.

Questo è l’incipit di Scompartimento n.6. 

Rosa Liksom

Una giovane donna finlandese sale a bordo di un treno a Mosca.  Sta cercando di mettere più spazio possibile tra lei e una relazione interrotta. Sceglie uno scompartimento vuoto – il n.6-ma la sua solitudine è presto interrotta dall’arrivo di un compagno di viaggio: Vadim Nikolaevic Ivanov, un ex soldato in viaggio verso la Mongolia.

Vadim riempie lo scompartimento con le sue storie lunghe e colorate, raccontando in modo assurdo le sue conquiste sessuali e le sue lotte violente. La giovane donna, chiamata sempre e solo “la ragazza”, sente il bisogno di prendere le distanze dalla sua vita, ma è assalita dalla nostalgia appena mette piede nello scompartimento.  Deve condividere lo spazio di di un vagone con quattro posti letto, ma a riempire quello spazio basta un uomo che ha qualcosa di familiare, di mezza età, burbero, che puzza di formaggio e beve vodka. La ragazza non dice quasi nulla, mentre il treno attraversa le aree meno occupate dell’Europa:

Il treno avanza pulsando attraverso il paese innevato, deserto. Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nuvole, il vento, le città, i villaggi, gli uomini e i pensieri.

La storia è ambientata intorno alla fine degli anni ’80 – il muro di Berlino non è ancora caduto – siamo al centro del mondo.

Quello che emerge più di tutto, più delle magnifiche descrizioni evocative dell’URSS, è la relazione nello scompartimento tra i due personaggi. Un luogo dal quale entrambi percorrono deviazioni e viaggi mentali a ritroso, nelle loro vite e che condividono nell’intimità di uno spazio troppo stretto per due estranei. Vadim è volgare, minaccioso, vulnerabile, ma tratti gentile. È un sopravvissuto. Nelle lunghe soste di più giorni, spesso conoscono insieme le regioni orientali. Un viaggio comune collega persone completamente diverse. A poco a poco, ogni singola vita viene rivelata al lettore con una sorta di quadro generale.

La natura, come matriarca sofferente, è una forza significativa in questo romanzo. Apparentemente sta arrivando la primavera – il racconto inizia a marzo -ma un persistente inverno di bufere di neve e fango intravisto dai vetri di un treno,  riflette una Russia sconosciuta, congelata nel ghiaccio.

Le immagini di neve, gelo,  luci e ombre, sono toccanti. La forza assoluta del libro è una narrazione in cui una piccola frase può essere combinata con emozioni e segreti. Paesaggi meravigliosamente belli sono protagonisti di un viaggio in treno, facendoci vivere tutte le miglia percorse intrattenendoci con i suoi passeggeri.

Anche se i personaggi cambiano velocemente, all’interno della storia, ci sono molte nuove storie che completano l’immagine di una ragazza e un uomo, e il popolo sovietico intorno a loro.

Mathias Enard

Il treno da Mosca a Ulan Bator scivola lentamente verso la sua destinazione. Villaggi abbandonati e in rovina, foreste di pini d’inverno, osservati attraverso uno scompartimento  dove si beve tè caldo fumante e si mangiano sottaceti senza fine. L’uomo parla, racconta della sua vita, imprecando e cercando di sedurre. La ragazza tace, ascolta, quasi a volersi ritirare.
Rosa Liksam sa come descrivere poeticamente lo scenario e l’atmosfera. Ad un certo punto, io stessa ho sognato di viaggiare in Russia.

Il viaggio in treno a bordo della Transiberiana che da Mosca porta a Vladivostok, lo ha fatto Mathias Enard insieme ad alcuni amici. Da questa esperienza è nato il desiderio di scrivere L’alcol e la nostalgia, un romanzo breve – appena 106 pagine- ossessionato dai miti e dai fantasmi di una Russia ammaliante e dai ricordi di un trio d’amore defunto.

Molto piccolo nel numero di pagine, forse, ma sicuramente non nella qualità, nel tempo di lettura e nel viaggio che ci offre, L’alcol e la nostalgia ci porta in Russia, e anche questa storia inizia a Mosca. Qui troviamo Mathias, che  accompagna il corpo del suo amico Vladimir nel suo villaggio natale.

Mathias, Vladimir e Jeanne sono gli unici personaggi nella storia. Jeanne è al centro della loro amicizia e della loro storia d’amore, che potrebbe sopravvivere solo a tre. Sono uniti solo nei ricordi di Mathias. La sua traversata in Transiberiana, lo fa “da solo con Vladimir che non parla, solo con ricordi, alcool e nostalgia (…), solo con frasi, versi.

La famosa anima russa non esiste. Le uniche cose tangibili sono l’alcol, la nostalgia e la passione per le corse dei cavalli.

Questa è l’epigrafe dedicata ad Anton Cechov dal quale l’autore ha preso spunto anche per il titolo.

Il romanzo breve ha inizio quando Mathias,a Parigi,  riceve una telefonata nel cuore della notte: Vladimir è morto. Parte immediatamente per Mosca dove trova Jeanne per un breve momento prima di salire sullaTransiberiana per accompagnare la bara del suo defunto amico attraverso la Russia. Durante questo viaggio a Novosibirsk, una città vicino alla quale si trova il villaggio dove Vladimir voleva essere sepolto, Mathias parla ai morti e ricorda il trio d’amore formato con Jeanne.

Ho pensato che eravamo delle matrjoske, noi tre. Infilate per sempre una dentro l’altra, inutili fuori, aperte in due e vuote.

La storia di questo triplice amore ingigantito dalle immagini di una Russia grandiosa e violenta coperta di neve, è un sogno immerso in alcool, oppio ed eroina, una visita guidata onirica e tra Mosca e Novosibirsk. Ogni fermata del treno è un’opportunità per il narratore di evocare ciò che rende leggenda, romantica, unica e dolorosa, questa eterna Russia.

La rivalità tra i due uomini si trasformerà in amicizia ai confini dell’amore. Jeanne “non ci ha mai escluso. Abbiamo spinto te e me contro l’ago di una bussola. Di questo gioco tra uomini che si rifiutavano di ammettere che c’erano tre in questa storia, è Jeanne che verrà gradualmente esclusa.

Alcol e Nostalgia sono miti e fantasmi, fantasie e morti che riducono in schiavitù i vivi, soffocano le loro richieste di aiuto. Ho capito che la Russia ci stava mangiando come un orco. Tutte queste storie, tutti questi racconti, tutte queste canzoni.

Questo treno, porta solo cadaveri. Ti ho perso Vladimir, ho perso anche Jeanne, e sono solo. L’autunno mi sta raggelando.

I primi ricordi russi di Mathias sono immagini dell’aldilà. Prima la discesa brutale e senza fine nell’inferno della metropolitana di Mosca, poi la meraviglia di San Pietroburgo ricoperta di neve bianca e luminosa.

In questo paesaggio che si muove a tutta velocità ma anche in una sorta di pesante immobilità, Mathias parla a Vladimir come non ha mai fatto. Gli racconta la loro storia dal suo punto di vista, senza segreti: ecco che la scrittura si fa brutale, distruttiva, vibrante. È potente, e il ritmo è netto e nitido, le immagini meravigliose seppure nella loro durezza.

Dietro questa narrazione allucinatoria, piena di emozioni e dolore, appare la Russia, un paese freddo in cui ogni giorno si perdono i tossici, ma allo stesso tempo il paese di grandi scrittori, di freddo gelido, e di vodka, che è l’acqua della vita e dell’oblio, degli zar e delle città magiche. Un romanzo di rara sensibilità e bella scrittura.

La colonna sonora di questi due romanzi è Pacific 231, di Arthur Honneger, un grandissimo appassionato di treni, al punto da dichiarare una volta: “ho sempre amato le locomotive passionalmente. Per me sono creature viventi e le amo come altri amano le donne o i cavalli”.

Ascoltando il brano possiamo sentire il viaggio di un treno dalla partenza all’arrivo, passando per monti, gallerie, suoni, e tutto quello che si può udire viaggiando su un treno. Ecco cosa scrisse Honegger in proposito all’opera:

Io non ho per nulla cercato di imitare i suoni di una locomotiva, bensì ho voluto tradurre una espressione visiva, una gioiosa esuberanza fisica in una espressione musicale (…) Il pezzo parte dalla contemplazione dell’oggetto: il respiro tranquillo della macchina a riposo, lo sforzo della messa in moto; poi l’aumento progressivo della velocità per sfociare nello stato lirico, al patetismo del treno di 300 tonnellate lanciato in piena notte a 120 Km orari .
Composta nel 1923, Pacific 231 è il miglior esempio di musica futurista che omaggia motori e movimento. Un grido proveniente dal mondo degli inferi sul clarinetto basso conduce a un vagabondare quasi fuori controllo nel corno, represso maniacalmente dalla tromba. Al culmine del suo viaggio, questa locomotiva è accompagnata dalla musica dell’inferno stesso.
Buon viaggio! (e buon ascolto!)
Cinzia

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