“Umami” di Laia Jufresa

Questo libro è per chi sa che i bambini sono più coraggiosi degli adulti. Per chi ha più paura di avere figli che non averli. Per chi crede che c’è un tempo e un nome per tutto. Per chi abita un mondo a colori.

Leggere è come viaggiare restando a casa. Che si tratti di luoghi immaginari o reali, veniamo proiettati in una realtà altra e scopriamo cose che altrimenti non avremmo mai conosciuto. Questo è il caso di Umami, il romanzo d’esordio della messicana Laja Jufresa, classe 1983.

Sono stata due volte in Messico, ma è grazie a questo libro che ho scoperto la Milpa. La Milpa è un ecoagrosistema di coltivazione usato in Mesoamerica.che consiste nel pintare insieme mais, fagioli e zucche. Questi tre prodotti si proteggono a vicenda da insetti e parassiti, l’uno si avvolge all’altro e contengono gran parte del nutrimento necessario per la sopravvivenza dell’uomo.

Questo romanzo parte da qui: una bambina di 12 anni, Ana, decide di dar vita ad una coltivazione di Milpa nel cortile di un comprensorio situato nel bel mezzo della caotica e sovraffollata Città del Messico.

Ho messo semi nella terra e passo le giornate a leggere per loro a voce alta, perché si entusiasmino.

Ana, una delle voci di questo romanzo, appartiene ad una famiglia multietnica di musicisti. Insieme a lei, ciascun protagonista di questo romanzo racconta in prima persona la propria storia. Ci sono Luz, la sorella imprigionata nei suoi 5 anni e mezzo, Marina, la pittrice con disturbi dell’alimentazione che inventa nomi per nuovi colori e Alfonso, unica voce maschile in un coro femminile.

Tutti sono protagonisti di un ecosistema paragonabile a quello in cui cresce la Milpa: si proteggono vicendevolmente da ciò che sta fuori il mundus alter che Laia Jufresa crea all’interno di Villa Campanaro, il comprensorio costituito da 5 case, ciascuna delle quali ha il nome di un sapore. Una di queste è Umami.

L’Umami è stato identificato come un gusto fondamentale nel 1908 da Kikunae Ikeda, professore di chimica all’Università Imperiale di Tokyo, mentre compiva ricerche sul sapore forte del brodo di alghe. Ikeda isolò il glutammato monosodico come responsabile del sapore.

Laia Jufresa riesce a dar vita ad un’architettura dove il coro delle voci narranti vive e intesse relazioni. La sua è una scrittura polifonica: voci eterogenee compongono un organismo unitario, rappresentato da Villa Campanaro. Il quinto sapore è abitato dall’uomo che quel luogo lo ha ideato e realizzato:  Alfonso, antropologo vedovo che affida la sua storia ad un computer ribattezzato Nina Simone.

Quando qualcuno apre il portone d’ingresso del comprensorio, dalla strada si ha l’impressione di affacciarsi su una laringe: il lungo vialetto è fatto come di un tessuto che sembra vivo, e il sole che batte sui muri grezzi sembra rugiada, saliva.

Con lo sguardo dell’antropologo osserva ciò che accade in questo comprensorio con ironia. Non si prende troppo sul serio e cerca di capire chi è adesso, a settant’anni, dopo aver trascorso 30 anni insieme alla moglie Noelia. Diviene egli stesso la voce della donna raccontando un carattere dominante che sceglie di essere figlia per tutta la vita, senza mai passare allo stato di madre.

Insieme ad Alfonso ci sono altre voci di chi ha perso qualcosa: Linda, madre di Ana e Luz, cerca di rimettere in sesto la sua vita dopo la morte della figlia, mentre Pina, amica di Ana, affronta l’allontanamento volontario di sua madre dal nucleo familiare.

La perdita è tema centrale della narrazione,e viene presentato nelle sue diverse manifestazioni. Pur trattando la mancanza, la sensazione del lettore non è mai di dolore, frustrazione o abbandono: in questo rincorrersi di voci ci sentiamo avvolti da gioia, amore, solidarietà.

Laia Jufresa riesce a coinvolgere il lettore dando sguardi diversi sui personaggi facendoci entrare ed uscire dalle loro case e dalle loro vite, osservandoli da più punti di vista. In un intervallo di tempo che va dal 2000 al 2004, ogni capitolo è rappresentato da un anno e da una voce differente. Cambia la voce a seconda del personaggio. Tutti raccontano in prima persona, tranne Marina, la figura femminile che ho preferito. La Jufresa per lei sceglie di usare la terza persona, probabilmente perché è  il personaggio più complesso. Inventa colori e qui occorre fare i complimenti alla traduttrice, Giulia Zavagna, che è riuscita a rendere pienamente le assonanze. Tra i colori di sua invenzione il griste, grigio triste, o  il biansibile, che così appare:

Quella tonalità di speranza, quel panorama di bianco tutto in potenza, un bianco soglia.

La ribellione di ciascun protagonista, piccolo o grande, è fatta di creatività e viene condotta attraverso piccoli gesti: una coltivazione biologica, il canto, la scrittura, l’invenzione di neologismi.

La struttura del romanzo rispecchia il processo del lutto dove al presente permane il dolore e il passato conserva il ricordo. Ecco che Umami, sapore ricco e difficile da definire, diventa metafora del lutto, che può dare nel tempo diverse sensazioni: tristezza, nostalgia, ma anche allegria.

Elementi eterogenei che compongono un organismo unitario, ricco di invenzioni linguistiche come i colori inventati da Marina, e caratterizzato da continui impulsi dinamici che imprimono un’energia inesauribile al concatenamento dei personaggi.  Questo arpeggio rappresenta il vero tema ciclico del tempo proiettato al presente e poi al passato.

Laia Jufresa introduce l’elemento della coralità senza mai far smarrire il lettore nel movimento temporale. In un continuo scambio tra voci che abitano il comprensorio e quelle che invece non vi sono più, la scrittura crea un’atmosfera estatica, appena increspata dal tema della perdita, regalando una visione serena della vita, ma non rassegnata.

Laia Jufresa

Umami è un romanzo pieno zeppo di musica e potrei  usare la colonna sonora di cui è ricco il testo. Ma non lo farò, perché sin dalla prima lettura la musica che io ho sentito è stata ben chiara.

Un romanzo corale prevede l’ascolto di un’opera corale? Sì. Quella che ho scelto è un’opera di Beethoven che non reca i segni di una imperiosa volontà, che ci sorprende e ci spiazza. Mi riferisco a Fantasia corale op.80 (1808). Poco conosciuta e spesso considerata un primo tentativo prima di giungere alla Nona Sinfonia, con questa opera Beethoven inizia a modificare le abitudini di ascolto, contribuendo alla creazione del pubblico moderno.

Con lusingante dolcezza
risuonano le armonie della nostra vita
e dalla poesia sbocciano fiori sempre verdi.
Pace e letizia scorrono
come il fluire delle onde;
il rancore e l’amarezza
che premevano dentro di noi
lasciano il passo a più nobili sentimenti.
Quando domina la magia dei suoni
e la sacra parola si esprime,
allora il meraviglioso si manifesta,
notte e tempesta diventano luce;
la pace all’intorno e la letizia interiore
regnano per i felici.

Ecco che torna il senso di questo romanzo: elementi eterogenei che compongono un organismo unitario, ricco di invenzioni linguistiche, paragonabili alle soluzioni poliritmiche della Fantasia, caratterizzata da continui impulsi dinamici che imprimono un’energia inesauribile al concatenamento delle figure musicali.

Come sempre ho raccontato il mio punto di vista e ciò che la lettura ha trasmesso a me. In questo periodo più che in altri, ho come la sensazione che vengano a cercarmi per dirmi delle cose, per prepararmi ad altre. Chissà.

Come sempre vi auguro buon ascolto e buona lettura!

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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