“Swing time” di Zadie Smith

Questo libro è per chi ha apprezzato la saga di Elena Ferrante. Per gli scrittori che desiderano una lezione di danza. Per chi vuole viaggiare avanti e indietro nel tempo.

Spero perdonerete la mia lunga assenza. Molte cose sono accadute in questo mese di silenzio. L’unica cosa che non è cambiata è stata la mi abitudine ad essere una lettrice onnivora e compulsiva. Ho acquistato più libri di quanti il mio stesso comodino riesca a contenerne e ne ho letti molti durante le interminabili notti trascorse in una stanza di ospedale, insieme a mia madre.

Eccomi qui a raccontarvi di queste letture. Inizio dal mio primo approccio con una scrittrice che è stata una bellissima scoperta: Zadie Smith. Nata nel 1975 da madre giamaicana e padre inglese, e cresciuta in un quartiere a nord di Londra dove ha ambientato anche questo suo ultimo libro.

Un romanzo che ha sostato sul comodino per un po’, e ammetto di averlo scelto una sera per una delle lunghe notti ospedaliere per evitare di portare più libri con me: 608 pagine erano sufficienti a farmi compagnia fino all’alba.

La storia è ambientata a Londra, all’inizio degli anni 80. La narrazione avviene in prima persona da parte di un’anonima protagonista che racconta la sua infanzia fino all’età adulta, con uno stile che è una danza: un passo in avanti ed uno indietro per avvicinarci alla verità sottesa ai comportamenti della voce narrante e della sua amica Tracey, figlia di un ballerino caraibico e di una madre inglese.

La mia pelle e la sua avevano la stessa sfumatura di bruno – come se fossimo state ritagliate da una sola pezza di stoffa marrone -, le nostre lentiggini si addensavano negli stessi punti, avevamo la stessa statura.

Questa è la storia di due ragazze di colore, dalla passione comune per la danza e per Swing Time, il film con Fred Astaire e Ginger Rogers. Due bambine molto simili solo a prima vista: la voce narrante è costretta a lottare con i piedi piatti, mentre Tracey è una promettente ballerina. Una storia che va oltre l’amicizia della vita e che indaga anche le relazioni con le loro madri e del rapporto tra di esse. Racconta la fine dell’infanzia e l’ingresso in un’età adulta che cambierà molte cose per ognuna delle protagoniste. In un romanzo che riesce ad essere corale pur fornendoci un unico punto di vista, Zadie Smith ci conduce in un mondo fatto di sobborghi multiculturali,  raccontando di un’amicizia che somiglia a quella delle due protagoniste della saga di Elena Ferrante.

Swing Time è il quinto romanzo di Zadie Smith. Le due ragazze  crescono dalla parte sbagliata di Londra, probabilmente la stessa dove la Smith ha trascorso la sua infanzia.  Intelligente e sensibile la narratrice, affidabile e autodistruttiva Tracey. Un’amica dal talento straordinario per la danza, ma torturata da un’interesse sessuale prematuro, da un’innato spirito ribelle che si ripercuote sull’andamento scolastico. Due ragazze che perdono le tracce l’una dell’altra più o meno intenzionalmente, dopo l’ingresso nell’età adulta.

Quando la narratrice diventa assistente di Aimee, una pop star internazionale, ecco che intraprende il viaggio del narratore, dalla scintillante Los Angeles all’Africa più povera. Un viaggio fatto di musica, e che musica! Mi vengono in mente grandi successi della musica black: dai batteristi gambiani, citati nel romanzo, a Cab Calloway, il più noto direttore del leggendario Cotton Club e autore di Minnie the Moocher, un brano dal testo a tratti nonsense pubblicata agli inizi degli anni Trenta. Swing Time crea suggestioni musicali anche più moderne: penso a Michael Jackson con Bad, oppure al rapper dal sound black, Rakim.

Zadie Smith

Un romanzo che ha molti livelli di lettura e che affronta temi attuali: la razza, la classe, il genere sessuale. Potrebbe diventare un film senza intervenire sulla sceneggiatura del romanzo. Il cambiamento è uno dei temi centrali di tutta la narrazione: la capacità di muoversi, di cambiare, viene vista come forza. Tutte le protagoniste subiscono dei cambiamenti seguendo le proprie ambizioni: la narratrice diventa il braccio destro di una pop star, la pop star acquista fama internazionale, la mamma della voce narrante, da attivista e madre sui generis diviene membro del governo britannico ed infine Tracey, da bambina incontenibile, diventa una ballerina di urlo nel West End.

Quelli che sono costretti ad epiloghi peggiori sono il padre  della narratrice e suo dio, entrambi abbandonati dalle donne della loro vita in età adulta. Un’altra vittima è la madre di Tracey, poco attraente e obesa, rimane per tutta la vita al servizio di una figlia della quale non le resta che assistere ad un impietoso declino.

Madri che hanno un ruolo fondamentale all’interno di tutta la narrazione.

Cosa vogliamo dalle nostre madri quando siamo bambini? Completa sottomissione. Solo da adulta sono arrivata ad ammirarla davvero per la fatica con cui era riuscita a ricavarsi un po’ di spazio nel mondo.

Questo romanzo mi ha lasciato un sacco di domande. Chi lascia la propria casa, la propria città, guadagna di più o perde qualcosa? Esiste un miglioramento personale, intimo, spostandosi in un luogo più bello, grande o accogliente? Tornare dopo tempo, dove tutto è iniziato, deve considerarsi un fallimento oppure no?

Il tempo è protagonista sin dal titolo: ogni capitolo contiene un riferimento temporale, una stagione della vita presente o passata che ci ricorda che la memoria non segue ordini cronologici. Un romanzo che fa apprezzare ciò che ci piace, circondati dalle persone che amiamo, ci ricorda l’importanza di avere un luogo al quale sappiamo di appartenere, perché questo è il vero lusso della vita.

Buona lettura e buon ascolto!

C.O.

Colonna sonora qui.

 

 

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