“Salvare le ossa” di Jesmyn Ward

Questo libro è per chi non ha paura del buio. Per chi non ha mai avuto un cane. Per chi ama le storie antiche e archetipiche. Per chi si aspetta bellezza e trova sangue.

Dodici sono i giorni che compongono il quadro di questo romanzo. Jesmyn Ward, autrice classe ’77 racconta ciò che conosce bene. È cresciuta in una povera zona nera del Mississippi rurale e ha vissuto le devastazioni dell’uragano Katrina, abbattutosi sulla costa del Golfo del Mississippi nell’agosto del 2005. Questa esperienza è alla base del suo secondo romanzo, Salvare le ossa, pubblicato da NN e tradotto magistralmente da Monica Pareschi. La storia narra dei tentativi di sopravvivenza di una famiglia in difficoltà nei giorni che precedono l’uragano.

La Ward affida la narrazione a una ragazzina di 15 anni, Esch. Incinta, vive con i suoi tre fratelli e un padre vedovo e alcolizzato, nella Fossa,  nome dato a un luogo in rovina popolato da rottami di camion e galline selvatiche. Esch è una taciturna lettrice che fa sesso con gli amici dei suoi fratelli da quando aveva 12 anni perché, come spiega  “è stato più facile lasciargli continuare a toccarmi piuttosto che chiedergli di smettere”.

Il sesso è l’unica cosa che le è mai arrivata facilmente. Quando i ragazzi la portavano giù nel fango o nei sedili posteriori delle auto spogliate nel suo cortile, poteva scappare brevemente, fingere di essere Psiche, Euridice, Dafne, le sue ninfe e dee preferite dai miti greci. Esh finge di essere altrove, non bloccata nel malandato Bois Sauvage, una città prevalentemente nera del Mississippi sulla strada di un uragano chiamato Katrina.

In tutte le storie della mitologia greca, c’è sempre un uomo che insegue una donna, o una donna che insegue un uomo. Non si incontrano mai a metà strada.

Vincitore del National Book Award 2011 per la narrativa, questo è un romanzo teso, che racconta storie antiche. che fa pensare a Noè durante l’affannosa costruzione dell’Arca per mettere in salvo gli animali, o a Odisseo e Argo: uomini e animali in attesa di un’azione apocalittica o ricongiunti dopo decenni di lontananza. È una vecchia storia quella che ci racconta Jesmyn Ward: dove ci aspettiamo violenza, ci regala dolcezza, quando ci prepariamo per la bellezza, ci restituisce sangue.

Esh è un’eroina che rompe gli schemi della tipica protagonista femminile adolescente. Compie azioni che fanno rabbrividire, considerata la sua giovane età, ma è amata dai suoi tre fratelli Randall, Skeetah e Junior.  Il suo è un linguaggio metaforico, carico di similitudini con l’acqua, il fango, la luce.

Jesmyn Ward

Ambientato nei dodici giorni precedenti e successivi all’uragano Katrina, il romanzo presenta ogni giorno una storia che potrebbe vivere di vita propria. Il libro si apre con China, il cane di Skeetah, mentre dà alla luce la sua prima cucciolata. Il dolore di un parto che squarcia ma che deve essere sopportato.  I dettagli filtrano come rivelazioni involontarie:  cuccioli che muoiono nella polvere o per mano della stessa madre, cibo razionato, lenzuola sporche, lotte tra animali.

Esch è ossessionata dal mito di Medea, la maga greca che massacra i suoi figli per punire suo marito per aver preso una nuova sposa. In questo romanzo Medea è China, il cane tanto brutale quanto leale. Ma è anche nell’uragano Katrina, perché il suo potere di distruggere mondi, manipolare gli elementi, si allinea strettamente alla tempesta. Ed è anche in Esch, perché è l’unica a comprenderne pienamente la vulnerabilità.

Sono i corpi a raccontare le storie.

La Ward è attenta al corpo, lo fa descrivendo minuziosamente le nausee di Esch, la vescica che scoppia al colore della pelle sotto il sole cocente. Bois Sauvage è un luogo che appare marcio, ma non lo è del tutto. È anche un luogo di bellezza ultraterrena, un bosco selvaggio ricco di magnolie e querce dove i ragazzi nuotano nelle acque nere della fossa, con i piedi intrisi di terra polverosa arancione. Una famiglia coraggiosa che affronta la mutilazione con coraggio.

Ci siamo stretti l’uno all’altro, cercando di trarre un po’ di calore da quell’abbraccio, ma non ci siamo riusciti. Eravamo anche noi un mucchio dirami bagnati e gelidi, macerie umane in mezzo a ciò che restava di tutto quanto.

La colonna sonora di questo romanzo non può che essere un malinconico blues affidato a una voce black paragonata a quella di Frank Sinatra. Sto parlando di Bobby Bland, un narratore di amore e rassegnazione. Uno dei brani che suggerisco è Stormy Monday, del 1962. oppure Ain’t no love in the heart of the city, del 1974, riproposto a partire dagli anni 90 in numerose cover.

Buona lettura e buon ascolto!


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