“Il sale” di Jen-Baptiste Del Amo

Questo libro è per chi desidera comprendere meglio il proprio passato. Per chi crede che il sale rimargini le ferite. Per chi ha ricordi sepolti nell’infanzia.

Ho scoperto Jean-Baptiste Del Amo con Regno animale, un romanzo che ho amato tanto per la scrittura tragica e allucinata. Per questo ho deciso di leggere l’unico altro libro tradotto in italiano di questo giovane autore francese: Il sale, pubblicato da Neo Edizioni. Questo romanzo è, tuttavia, molto diverso dal Regno animale.

I protagonisti sono i membri di una famiglia chiusa in un’atmosfera talmente pesante che sembra di trovarsi davanti una ripresa cinematografica lunga un giorno. In poco più di 12 ore veniamo proiettati nel presente dei protagonisti che si preparano a riunirsi per cena, nella casa di Sète, una cittadina di mare situata nella regione francese di Occitaine.

Louise, vedova di Armand, ha invitato a cena i suoi tre figli e le loro famiglie, che vivono altrove e che non tornano da tempo nella casa dell’infanzia. Da quando è rimasta vedova e i figli hanno lasciato la sua casa, Louise vive nel dolore e nell’assenza, in uno stato apatico e silenzioso. Si abbandona al pensiero del defunto marito e si domanda:

Ho fallito nel proteggere le macerie delle loro vite? Sono anch’io, come tutte le madri, una perdente?

Se a Louise è dedicato il primo capitolo, i successivi si intervallano puntando l’attenzione sulle vite dei suoi figli. Albin, il primogenito, è un marito e un padre che tenta in ogni modo di assomigliare ad Armand, e in apparenza è l’unico ad averne soddisfatto le attese: è diventato un uomo di mare, proprio come il padre, dal quale ha ereditato intransigenza e rigore.

Se Albin si barcamena in un’esistenza apparentemente misurata ed ordinata, dove nulla pare lasciato al caso, Jonas, il fratello minore, ci trascina immediatamente nei suoi ricordi d’infanzia. Rivede se stesso bambino, umiliato e deriso da un padre per la sua omosessualità, a maledire sua madre per non averlo difeso abbastanza.

Fanny è l’ultimogenita. Vive in uno stato di sospensione dalla vita da quando sua figlia Léa è morta annegata. Madre orfana che abita un mondo distante da quello terreno, sospesa nel limbo in cui i suoi pensieri hanno imprigionato la figlia.

Pur non essendo fisicamente presente, Armand continua a perseguitare tutti i membri della famiglia, ed è il motivo per il quale i figli non vogliono recarsi a cena nel luogo teatro della loro infanzia.

La casa. Ecco cosa resta degli esseri umani: muri ai quali essi stessi danno un sapore di eternità.

Il racconto di Del Amo ci prepara a questo incontro, facendoci conoscere i protagonisti della sua storia. Tutti si immergono in se stessi, nei loro ricordi, tornano all’infanzia, cercano giorni felici e finiscono sempre col trovare questo padre che sembra influenzare pesantemente il loro presente.

Tutti sono tormentati, bravi a mentire sul divano di uno strizzacervelli, ansiosi, incapaci di comunicare i loro sentimenti ai loro cari, incapaci di affermare le loro emozioni più profonde persino a se stessi, di affrontare la realtà e il passato. Sono tutti vittime di un abuso psicologico che li tormenta dall’infanzia.

Louise, la madre, a volte sente che la sua vita è un fallimento, ma custodisce ancora alcuni pezzetti di ricordi felici a cui si aggrappa mentre si culla nell’illusione che ci saranno incontri chiarificatori. È tuttavia consapevole del fatto che avrebbe dovuto proteggere i suoi figli da suo marito, dalla sua violenza, che avrebbe dovuto intromettersi più spesso tra loro per proteggerli.

Fanny, figlia di Louise e Armand, è cronicamente depressa dalla morte della sua bambina per annegamento, ed è convinta di non essere stata amata da sua madre, con cui le relazioni rimangono difficili.

Del Amo mette in scena riproduzioni di schemi distruttivi concentrando la sua attenzione nelle descrizioni dei personaggi, costringendoli a rivivere il loro passato, cercando di spiegare le ragioni del malessere di ogni membro di questa famiglia.

Immergendoci nei pensieri di tutti, nei loro ricordi e nelle loro paure, si delineano i contorni di una storia comune. Le parole, meno cariche di richiami sensoriali e organici, perdono potenza e vigore, probabilmente a causa della traduzione.

Tutti combattono con il proprio passato, senza essere veramente in grado di districarsi dalle ansie infantili e arcaiche. Del Amo costruisce personaggi che vivono le stesse cose, ma non percepiscono allo stesso modo, vivono questi legami d’amore ma anche di odio. Sono logorati dalla stessa angoscia: quella di non essere in grado di sfuggire a un destino plasmato da forze che li sovrastano.

Un eccellente romanzo che conferma il virtuosismo di questo giovane scrittore il cui stile denso mette in scena una storia contemporanea che si interroga sui legami di sangue. Jean-Baptiste Del Amo indaga nei destini, concentrandosi su personaggi che lottano come possono con la loro eredità, fatta di traumi, perdite e ferite. Nell’ambientazione iodata della città di Sète, una cascata di memorie spesso dolorose stimolano riflessioni e confidenze.

Vedova di un uomo autoritario e alcolizzato, Louise vive in una solitudine così pesante che l’ha costretta asacrificare i suoi sogni a un ideale mai realizzato. L’ombra opprimente di Armand, sottoposto a imprevedibili attacchi di violenza, percorre tutto il libro. Fanny, Albin e Jonas hanno costruito la loro esistenza, ognuno a modo suo, senza riuscire ad emanciparsi pienamente da questa impronta indelebile.

Cosa nascondeva questo padre ermetico, i cui gesti di tenerezza si esprimevano nei confronti di una sola passione, il mare. I suoi segreti sono sepolti con lui e Louise, forse l’unica depositaria di questi segreti, si rifiuta di fornire ai figli le chiavi per accedere alla psiche di Armand.

Jean-Baptiste Del Amo

Con maestria, Jean-Baptiste Del Amo interpreta i silenzi, l’imbarazzo, i ricordi troncati o gli eventi banali che hanno marchiato i figli durante l’infanzia. In sequenze intrecciate che scavano gallerie nella memoria familiare, crea una giunzione tra passato e presente, il tutto attraverso l’uso sapiente di una scrittura onesta, carica di realismo e di una sensualità che permea ogni pagina.

Gli amanti della lentezza ameranno viaggiare avanti e indietro attorno ricordi e fantasie, incubi e rimorsi, attraverso un’illusoria felicità interrotta.

La musica non può che essere corale, un Requiem che celebra il defunto Armand. Per questo ho scelto come colonna sonora il Requiem di Mozart. Tanto drammatica quanto riflessiva e commovente, l’opera incompiuta del compositore austriaco, sorprende per la capacità di esprimere in musica l’intero spettro delle emozioni umane. Ascoltando Dies Irae il pensiero va alla violenza di Armand, mentre Lacrimosa  fa pensare alla rassegnata accettazione di una madre orfana. Una composizione avvolta nel mistero accompagna i segreti nascosti nel passato di una famiglia che fatica a voltarsi per guardare indietro. È come se l’infanzia fosse stata bandita troppo in fretta, per poi essere evocata in tutte le sue atrocità con la morbosa nostalgia dell’età adulta.

Se i protagonisti in carne ed ossa si avvicendano in meno di 300 pagine lunghe un giorno delle loro vite presenti, un protagonista è l’acqua, che è presente ovunque, nella realtà e nei sogni.  Permea l’intera storia di questa famiglia sepolta sotto i ricordi.

La loro famiglia era come un fiume dalle anse imprendibili: non era possibile circoscriverne la verità, se non nel punto in cui la memoria di ognuno di loro affluiva per gettarsi, unita, nel mare.

L’acqua sgorga ovunque, ne sentiamo l’odore e il sale ci rimane sulla pelle. Armand era un marinaio e la casa dell’infanzia era arricchita dai marinai di passaggio che si susseguivano nelle sere di riposo e che sostituivano la figura paterna. Nell’acqua è scomparsa la piccola Léa e il mare è il luogo dal quale il padre faceva ritorno silenziosamente. Le onde cancellano le orme e il mare continua a covare i segreti.

L’unica pecca di questo libro, secondo me, sta nella traduzione. La potenza dello stile di Del Amo, la ricchezza di suggestioni che riesce a creare, perdono molto al punto che io stessa mi sono chiesta: è lo stesso scrittore di Regno animale?

Un libro che consiglio, un autore molto amato. Buona lettura e buon ascolto!

Colonna sonora qui.

C.O.

 

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One thought on ““Il sale” di Jen-Baptiste Del Amo

  1. Sabrina Campolongo

    Gentile Cinzia,
    non ci conosciamo, ma essendo la traduttrice de Il sale, nonché la persona che ha portato in Italia l’autore che tanto ha amato, proponendolo a diversi editori tra cui Neo che ha accettato la sfida, mi sento tirata in causa dal sua appunto alla traduzione. Sono certa di non essere infallibile, per carità, ma mi chiedo se ha letto il testo in lingua originale, almeno in parte, prima di esprimere il suo giudizio. Io che ho letto non solo questo, ma anche Une éducation libertine, Pornographia e Règne animale prima che uscisse qui da noi, posso dirle che la lingua di Jean Baptiste Del Amo, pur restando sempre molto evocativa e carnale, non è la stessa in tutte le sue opere, e che Il sale è proprio il testo in cui c’è una maggiore ricerca di essenzialità, di pulizia della frase. Uno dei riferimenti, piuttosto espliciti, di questo romanzo è Virginia Woolf, con la sua prosa ricercata ma limpida. Del resto nessun bravo scrittore è sempre ‘lo stesso scrittore’ per quanto si possa rintracciarlo in tutte le sue opere. La Virginia Woolf di Le onde non è certo la stessa de La stanza di Jacob, pur essendolo, naturalmente. Con ciò non creda che non mi interroghi costantemente su ogni mia traduzione, e su ogni scelta operata in ogni singola frase di ogni singolo testo, ma so quanto rispetto, profondissimo, nutro per la scrittura di un autore che amo, e da questo punto di vista sono tranquilla. Mai una volta ho ‘limato’, tirato via, come si dice in gergo, anzi, ho lottato anche in fase di editing perché anche le parole meno accessibili non fossero sostituite con altre più correnti (Angelo Biasella, potrà confermarglielo), per conservare ogni asperità della lingua di Jean-Baptiste, che in questo caso (quello de Il sale) è meno ‘sporca’ che in altre opere, ma non meno potente. Mi perdoni la lungaggine, non è mia abitudine andare in giro a giustificare la mia professionalità, però mi permetto di fare notare una cosa che dovrebbe essere scontata e cioè che, salvo errori clamorosi identificabili a occhio nudo, per poter esprimere un giudizio sulla qualità di una traduzione sia necessario conoscere (bene) il testo fonte. Aggiungo e poi chiudo, che la traduzione in questione è stata giudicata anche da una commissione di esperti del Centre National du Livre, che ci ha accordato il massimo possibile. Cordialmente.

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