“Regno animale” di Jean-Baptiste Del Amo

Questo libro è per chi non teme descrizioni brutali. Per chi ama sentire addosso ciò che sentono i protagonisti. Per chi riesce a sopportare un realismo apocalittico. Per chi è disposto a rinunciare a mangiare animali.

Regno animale è un grande libro. Insieme a Una vita come tante, la mia lettura preferita di questo 2017.

Pubblicato in Francia nell’agosto del 2016, in Italia questo mese da Neri Pozza, nella traduzione di Margherita Botto, finalista al Prix Goncourt, al Prix Médicis e al Prix Femina, ha vinto il Prix du Livre Inter. Jean-Baptiste Del Amo, classe 1981, è uno scrittore visionario di  Tolosa.

Il romanzo racconta la deriva dell’umanità votata a dominare la natura e gli animali in una lotta spietata,  rivelando tutta la sua brutalità e tutta la sua miseria.

Dalle prime sere di primavera alle ultime notti d’autunno si siede sul panchetto di legno guarnito di chiodi e roso di tarli, con il sedile infossato, sotto il vano della finestra che ritaglia nel buio, sulla facciata di pietra, un teatrino d’ombre.

Sin dalle prime righe di questo romanzo, il lettore è immerso nel profondo della campagna, con entrambi i piedi nel letame. Se pensare al letame vi turba, non iniziate questo libro. Jean-Baptiste del Amo non mette i guanti quando si tratta di descrivere l’universo contadino. Spinge il lettore nell’atmosfera di un luogo isolato, descrivendo il quotidiano con abilità chirurgica. Gli uomini agiscono meccanicamente, come gli animali: il lavoro deve essere fatto, i rapporti umani esistono solo per consentire alla prole di crescere ed imparare lo stesso mestiere dei padri. Non c’è spazio per i sentimenti.

La violenza è onnipresente in tutte le relazioni umane e diventa sistematica nei confronti degli animali, vittime privilegiate di una cultura insensibile. In tutte le pagine i cinque sensi sono chiamati in causa. Assistiamo al disintegrarsi del mondo, sferriamo colpi, percepiamo i dolori, udiamo i grugniti, respiriamo l’odore del sudore e degli escrementi, gustiamo il sapore del sangue.

Per contrastare la merda, le betoniere girano e versano a loro volta il cemento in quell’ansi mundi che è la porcilaia, ma è fatica sprecata: ogni notte essa secerne ciò che gli uomini non sono riusciti a portarle via di giorno, e al mattino è la stessa pestilenza ad attenderli ed aggredirli, la stessa innominabile abbondanza che gli dilaga ai piedi, incrosta gli stivali, spruzza le mani e le facce nude, straripa nei loro sogni.

Jean-Baptiste del Amo coinvolge e scuote senza risparmiare dettagli. Una volta chiuso il libro e terminata la lettura, mi sento ancora appiccicosa, permeata dall’atmosfera sudicia del porcile, con addosso abiti lerci impregnati del sudore di giorni. Questo è per me il miglior regalo che può farmi un grande romanzo: lasciarmi addosso le tracce.

I corpi in tutte le loro forme, le loro produzioni, i loro scarti, le putrefazione, le trasformazioni, le deformazioni vengono mostrati senza il timore di ferire gli stomaci più deboli. Questo libro è immediatamente respingente, ma occupa la mente in maniera forte. Con questo suo quarto romanzo, Jean-Baptiste Del Amo ha colpito duro e certamente disturba le coscienze.

Regno animale ripercorre la storia di una fattoria di famiglia destinata a diventare un allevamento intensivo di suini, dal 1898 al 1981. Jean-Baptiste Del Amo, attivista della causa animale e vegano, non si nasconde dietro eufemismi quando parla di sofferenza animale. Ma se gli animali sono guidati senza troppe cerimonie al macello, che dire degli uomini che saranno presto inghiottiti nell’abominevole “macelleria” della prima Guerra Mondiale?

Nella seconda metà del romanzo siamo nel 1981, anno di nascita di Jean-Baptiste Del Amo. La fattoria è ancora di proprietà familiare, ma il fienile è diventato un’azienda industriale. Con una scrittura impegnativa, questo libro è sì fortemente evocativo, ma non indugia mai in compromessi né risparmia la durezza di determinate situazioni e di determinate condizioni di vita.

Nel Sud-Ovest della Francia, nella località immaginaria di Puy-Larroque, all’inizio del secolo scorso, uomini e donne silenziosi intrattengono relazioni e rapporti solo all’interno del nucleo familiare. Il padre e la madre, nominati “la genitrice” e “il padre” prima di diventare “la vedova”, allevano maiali, più alcune mucche e una giumenta per arare. Dopo diversi aborti, la genitrice mette al mondo Eleonore. Il padre è malato e il cugino Marcel va a vivere alla fattoria per aiutarlo nella gestione degli animali e del terreno.

In questa prima parte del romanzo, che percorre gli anni dal 1898 al 1914, l’autore ci fa immergere nella vita quotidiana di questa fattoria. L’onnipresenza degli animali, i loro istinti, l’immutabilità dei cicli sono onnipresenti e segnano lo scorrere delle stagioni.Quasi mai i protagonisti interagiscono all’esterno, se non con gli animali. Creare legami – anche all’interno del clan – comunicare, uscire dall’alienazione, appare impossibile.  Ahimè, arriva l’estate del 1914. La vita dei contadini è dura: Nessuno di loro può attraversare la vita senza sacrificare un membro, un occhio, un figlio o una moglie, un pezzo di carne. È guerra! Tutti gli uomini tra i 18 ei 40 anni vengono arruolati.

Le donne si svegliano e si vestono all’ora in cui si alzavano e si vestivano gli uomini. Imparano ad affilare la lama della falce, prendono la via dei campi, con il manico dell’attrezzo in spalla, nei loro abiti grigi. Falciano, sarchiano, vangano con ancora più forza e tenacia. Sudano e sputano come loro nella polvere.

In alcune pagine indimenticabili, Del Amo mette in scena un chiaro esempio di emancipazione femminile. Intanto, dal fronte, dove è anche Marcel,  arrivano notizie dei morti. Eleanore vive nella sua memoria. Quando l’incubo finisce, la paura, il dolore e la vergogna hanno devastato il desiderio Marcel torna alla fattoria riportando mostruose ferite al volto.

Jean-Baptiste Del Amo

La vita continua e ci ritroviamopassare improvvisamente al 1981, sempre nella stessa fattoria dove Henri, figlio di Eleonore e Marcel, insieme ai suoi due figli Serge e Joel, governa un allevamento intensivo di maiali. I maiali non hanno più difese immunitarie, bombardati quotidianamente da antibiotici per consentire la riproduzione, e il letame invade tutto. Vi avevo anticipato che mangiare carne dopo aver letto questo libro non sarà facile. Attenzione però a non ridurre questo magnifico libro a una diatriba contro l’allevamento intensivo.

Fino alla fine, Jean-Baptiste Del Amo ci trascina nelle vite di uomini che non rispettano gli animali allevati solo per il massacro finale, mentre la Bestia, lo stallone della porcilaia, riprende la sua libertà, sfugge agli uomini e alla loro follia. Un potente affresco, dove il destino di una famiglia di allevatori riflette la violenza che permea le nostre vite.

Il testo scorre tragico e allucinato, amaro e lirico allo stesso tempo, radicale e violento fino al disagio. Corpi feriti, spezzati, agonizzanti sono legati indissolubilmente al bestiame e al suolo, nutriti del sangue delle bestie e del sudore del corpo umano. Questa violenza arcaica si aggiunge a quella della grande macellazione della guerra del 14.

Il testo scorre, mostrando  il martirio degli animali e la sofferenza degli uomini. Jean-Baptiste Del Amo, ispirato e impegnato, esplora la violenza contro gli animali con una potenza singolare, mette in dubbio la trasmissione di questa brutalità da una generazione all’altra e, infine, solleva la questione della nostra umanità.

Che libro!  Se nella prima parte il tempo passa lentamente, al ritmo della natura, mentre osserviamo  Eleonore bambina che, ottant’anni dopo, è ancora lì, una matriarca stanca che osserva la propria famiglia affondare con tutto ciò che ha creato. La porcilaia come culla della loro barbarie e di quella del mondo.

Eleonore, ora nonna e bisnonna è ancora lì, vive solitaria e taciturna in una parte distaccata della fattoria che cade in rovina a favore della costruzione della porcilaia moderna. Circondata da innumerevoli gatti vive lontano dagli altri membri del clan.  Solo piccolo nipote Jérôme, taciturno anch’egli, ha una forma di collegamento con lei: i due sono più vicini alla natura, più umani e quindi più sensibili all’animalità. A Jerome si rivolge Eleonore nell’intermezzo di questo romanzo:

Non mi stupisce che questa eredità mortifera sia confluita in te, l’ultimo del branco, il bastardo muto, indomabile e sporco; che i tanti ruscelletti velenosi che possono aver percorso le vene di ogni generazione della nostra stirpe scorrano anche nelle tue, per quanto fini e delicate siano, e forse ancora più velenosi e mortiferi.

È questo paradosso che emerge da questo terribile romanzo. Il tema centrale è la follia dell’uomo che vuole schiavizzare, sfruttare tutti gli esseri viventi al di là di ogni limite, in una deriva permeata da irrefrenabile follia che preannuncia la perdita.

Regno animale è una grande opera letteraria, che richiede tempo per osservare la vita, attraverso gli occhi dei bambini: il giovane Jerome prende il sopravvento nella seconda metà del libro e vaga sulla stessa terra che ha accolto le passeggiate della piccola Eleonore, sua bisnonna. E se Del Amo ci mostra le viscere, il sangue, la violenza e l’efferatezza umana, questo rimane un romanzo eccezionalmente bello.

Jean-Baptiste Del Amo immerge la penna nel letame offrendoci un vero capolavoro. Il tono allucinato è accompagnato da un realismo  implacabile. Ecco che la colonna sonora non può che essere un brano futurista. Il titolo di questo breve poema sinfonico è Officina, ed è tratto dal balletto Stal – che non vide mai le scene -,  composto nel 1923 da Aleksandr Vasil’evic Mosolov.Il compositore russo, insieme a Sostakovic e a Roslavets, aveva fondato un’associazione per promuovere la sperimentazione musicale.

Officina può essere considerato il primo esempio di musica futurista sovietica. Il brano illustra in modo onomatopeico lo sferragliamento di una fabbrica d’acciaio, suggerendo il rumore delle macchine anche attraverso l’uso di una lastra di metallo battuta a tempo durante i’esecuzione.

Sebbene la fabbrica non abbia apparentemente nulla a che vedere con una porcilaia, io ho associato questo brano a questo libro per il modo in cui riesce a coinvolgere l’ascoltatore. Sentirsi in una fabbrica ascoltando un poema sinfonico di 6 minuti o vivere in una porcilaia leggendo un romanzo di 408 pagine fa differenza? La musica come la letteratura devono questo: renderci partecipi completamente di esperienze sensoriali.

 

Come sempre non mi resta che augurarvi buona lettura e buon ascolto!

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