“La donna che scriveva racconti” di Lucia Berlin

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Questo libro è per chi giudica la gente in base a ciò che porta in lavanderia. Per chi ha sempre fatto una pessima prima impressione. Per chi si lascia conquistare dal superfluo. Per chi è abituato ad aspettare. Per chi tiene una bottiglia di Jim Bean sotto il letto.

Una madre che va a lavare pannolini in una lavanderia a gettoni di Albuquerque il giovedì mattina; un anziano dentista che si strappa tutti i denti per indossare una dentiera e sfoggiare un sorriso alla Bela Lugosi; una donna che mastica chiodi di garofano per nascondere l’alito alcolico; jazzisti randagi che parlano d’amore; sorelle che condividono il dolore per la perdita della madre; una donna costretta in una clinica di disintossicazione; donne che non conoscono la solidarietà in un ricovero dove si praticano aborti clandestini; un’insegnante vedova in vacanza alla ricerca di tranquillità.

a manual forQuesti sono solo alcuni degli individui raccontati da Lucia Berlin nel suo La donna che scriveva racconti pubblicato in Italia quest’anno da Bollati Boringhieri. La traduzione di Federica Aceto non delude, la scelta del titolo in italiano sì. Preferisco la versione originale A manual for cleaning women (Manuale per donne delle pulizie) come titolo per questa raccolta di 43 dei 77 racconti scritti dalla Berlin pubblicata 11 anni dopo la sua morte, nel  2015.

Ho acquistato l’e-book a febbraio di quest’anno, curiosa di conoscere una scrittrice che non avevo mai sentito neanche nominare. Non amo leggere in formato elettronico e questa antipatia dilata sempre i miei tempi di lettura. È rimasto lì, questo e-book, per mesi, fino a qualche giorno fa, quando ho deciso di leggerlo. Oggi sono qui a consigliarvelo.

Lucia Berlin non ha nulla da invidiare alle più note autrici di racconti, penso a Lorrie Moore, Alice Munro o a Lidia Davis. La Berlin dimostra di aver trascorso la maggior parte della sua vita in ascolto di quelle “emergenze” che ha vissuto sulla sua pelle e le cui vite ha impresso su carta. Molti dei suoi personaggi esistono ai margini della società, svolgono lavori saltuari, vivono vite di confine. Nel raccontarceli e nel raccontarsi, Lucia Berlin non ha pietà, sembra che la compassione non la tocchi. La sua è una narrazione realistica e riesce  a farci vedere in modo vivido ciò che lei stessa e gli individui che sceglie di raccontare affrontano nel quotidiano.

Leggendo questi racconti mi è venuta in mente Anna Maria Ortese. Le due scrittrici hanno in comune la capacità di raccontare i luoghi attraverso gli individui che popolano le loro storie.  Ci fa incontrare indiani che bevono bourbon Jim Bean in una lavanderia a gettoni nella periferia di New Mexico; ci accompagna in un laboratorio dentistico che sembra uscito da un film dell’orrore; la seguiamo mentre cammina maldestramente a causa di un busto per correggere la scoliosi lungo i corridoi di una scuola in Montana. Percepiamo ciò che non vediamo. La prosa realista di Lucia Berlin ci conduce nel mondo sospeso che circonda gli individui maledetti di cui narra le vicende.

Lucia Berlin è maestra della narrazione breve e questa raccolta lo dimostra. Non vi è traccia di sentimentalismo né il tentativo di vittimizzare personaggi che appaiono come rifiuti sociali.  Tutti i suoi racconti sono centrati sulle abitudini degli uomini e delle donne che descrive. La voce narrante cambia spesso: passa dalla prima alla terza persona continuamente, talvolta persino nello stesso racconto. Il lettore si trova spiazzato, ma viene aiutato nella transizione dalla capacità della Berlin di delineare con precisione i caratteri e le sfumature dei suoi protagonisti.

La paura, la povertà, l’alcolismo, la solitudine sono malattie mortali. Emergenze a tutti gli effetti.

 Emergenze che la  Berlin dimostra di conoscere bene. Ma chi era Lucia Berlin?

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Lucia Berlin

Nata in Alaska nel 1936, ha viaggiato molto per seguire il padre, ingegnere per la sicurezza nelle miniere: Texas,Idaho, Montana, Arizona, Colorado, Cile California e Messico. Era per questo perfettamente bilingue, parlava inglese e spagnolo, ed ha svolto ogni genere di lavoro: centralinista, assistente di infermeria, donna delle pulizie, insegnante e alcolizzata per buona parte della sua vita.  Ha avuto 3 mariti e 4 figli.

Non vorrei apparire sentimentale, ci tengo a fare buona impressione.

Lo sguardo attento verso l’osservazione di un mondo sospeso è un’abilità che ha coltivato sin da bambina quando, a El Paso, sceglieva una persona nella folla e la seguiva fino a quando non scompariva dalla sua vista.

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Nell’originalissimo racconto che porta il nome del titolo, Manuale per donne delle pulizie, la Berlin sfrutta le fermate di un autobus sul quale si trova insieme ad altre domestiche e vecchie signore, per raccontare alcuni episodi del suo lavoro e per elencare alcuni consigli necessari a chi, come lei, svolge il mestiere. Cito quello che mi è piaciuto di più:

Mai lavorare per gli amici. Prima o poi cominciano ad avercela con te perché sai troppo su di loro. Oppure sei tu a non sopportarli più, sempre per lo stesso motivo.

Un altro racconto bellissimo è Lutto, dove una donna è chiamata a pulire la casa di un uomo appena morto, un luogo vuoto che però continua a narrare storie e a contenere indizi su chi ha abitato quelle stanze. Una ricerca del quotidiano attraverso la voce della casa con la quale la Berlin anticipa il linguaggio della Petrignani in  La scrittrice abita qui.

Amo le case, le cose che mi raccontano, e questo  è uno dei motivi per cui non mi dispiace fare la donna delle pulizie. È proprio come leggere un libro.

Lucia Berlin rende omaggio agli individui che descrive facendone dei ritratti. Tutto sembra rimandare ad una scrittura autobiografica, ed in parte lo è. Incontrollabile è il racconto in cui  descrive l’astinenza di una donna alcolizzata. Il modo in cui descrive queste sensazioni dimostra che le conosce personalmente. Lucia sapeva bene cosa significava avere una crisi di astinenza da alcool, conosceva il manifestarsi del sollievo quando questo entrava in circolo. Ce lo descrive, così, in uno dei racconti più rappresentativi di questa raccolta: incontrollabile

Sempre a proposito di questo racconto, ecco una breve intervista rilasciata pochi anni prima che morisse, quando era già costretta alla respirazione assistita dall’ossigeno.

Se in Incontrollabile la Berlin mette a nudo il suo vizio, quello dell’alcolismo, in Mamma racconta di due sorelle che hanno appena perso la madre.  Qui Lou, nomignolo usato in famiglia per Lucia, racconta storie divertenti sulla mamma alla sorella malata di cancro. Una madre anch’essa alcolizzata, ma che ha sempre rappresentato un essere affascinante, etereo, irraggiungibile. Una madre in costante contrasto con le figlie sempre più giovani e carine di lei, con davanti un futuro che lei non vedeva più dinanzi a sé.

Dopo la morte dei tuoi genitori, ti ritrovi faccia a faccia con la tua.

Manuale per donne delle pulizie contiene riflessioni sull’infanzia, sulla morte, sul ricordo, sulla malattia e sul tempo.

Questo libro è anche pieno di citazioni musicali. Si va da Charlie Parker a Edith Piaf, dai Rolling Stones al Tango argentino di Carlos Gardel passando per Debussy. Uno dei mariti della Berlin era un pianista jazz e lei ha frequentato a lungo l’ambiente musicale degli anni ’60 e ’70 raccontandolo anche in queste pagine.

La colonna sonora che io voglio dare a questo libro è però un’altra.  Modest Petrovič Musorgskij aveva in comune con Lucia Berlin la dedizione all’alcolismo. Nel 1874, a 35 anni, compose una suite per pianoforte, Quadri di un’esposizione, come omaggio musicale alla mostra di pittura dell’amico  Victor Hartmann. La composizione raggiunse il grande pubblico solo dopo la morte del compositore russo, proprio come è accaduto a Lucia Berlin.

Oltre le casualità personali, quest’opera rappresenta il sottofondo musicale perfetto perché si presenta come un percorso ideale di uno spettatore durante la visita ad una mostra. In fondo i racconti cosa sono se non rappresentazioni sintetiche di un mondo altro rappresentato in figura su una tela?

Quadri di un’esposizione si compone di momenti autonomi, proprio come in questa raccolta di racconti. Il compositore russo mette in musica dieci pezzi, quanti sono i quadri appartenenti alla mostra, intervallati da promenades, delle passeggiate che trascinano il visitatore da un quadro all’altro. Lo stesso gesto lo compie il lettore di questa raccolta di racconti. Sembrerà un’implicita richiesta dell’autrice di sostare al termine di un racconto prima di iniziare il successivo.

Così come la varietà e la ricchezza timbrica di quest’opera pianistica, che rimase completamente ignorata quando Musorgskij era in vita, allo stesso modo, i racconti della Berlin, che variano di tonalità, di punti di vista narrativi e di intensità drammatica, solo oggi ottengono la considerazione che meritano.

Rinunciare alla lettura della Berlin sarebbe un vero peccato.

Buona lettura e buon ascolto!

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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