“Tutto quello che è un uomo” di David Szalay

Questo libro è per chi si domanda: Che ci faccio qui? Per chi vuole attraversare un tempo ed un paesaggio esclusivamente maschile. Per chi vuole viaggiare nell’Europa dei nostri giorni attraversando tutte le fasi della vita di un uomo.

Quanto poco capiamo della vita mentre accade.

Nell’ultima parte di Tutto quello che è un uomo, un anziano si siede in un bar, in Italia, ascoltando una bambina che recita una filastrocca. Ritiratosi da un’illustre carriera nel governo britannico, si sta riprendendo lentamente da un’operazione al cuore. Mentre osserva la bambina,  riflette su un’iscrizione che ha appena visto in una vicina abbazia: Amemus eterna et non peritura. Amiamo ciò che è eterno e non ciò che è transitorio. È una scena bellissima e caratteristica in un libro che è tutto fuorché un romanzo tradizionale.

Pubblicato in Italia da Adelphi e tradotto da Anna Rusconi, il quarto libro di David Szalay si apre con un’epigrafe biblica che ne dichiara gli intenti:

C’è una stagione per ogni cosa, e un tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

Questo è un libro  popolato da piccoli uomini con ambizioni enormi. Ciascuna delle nove parti del libro si concentra su un diverso stadio della vita. Lontano dall’infinita varietà dell’uomo che promette, celebra, la sua infinita ripetitività. I personaggi che incontriamo, non importa quanto apparentemente diversi, sono tutti coinvolti nello stesso ristretto insieme di preoccupazioni, in cui spiccano amore e denaro. Sono tutti fondamentalmente soli e hanno la tendenza a fluttuare, con moderata insofferenza, attraverso la vita.

C’è ben poco che collega esplicitamente le vite dei 9 uomini protagonisti. Le loro storie coesistono attraverso un unico progetto, quello dell’autore, David Szalay: un’indagine sull’uomo europeo. Ognuna delle nove narrazioni presenta un protagonista maschile diverso che è in viaggio: un adolescente inglese che viaggia dopo la laurea in Germania; uno studioso belga che attraversa la Polonia in auto; una guardia del corpo ungherese che accompagna una prostituta e il suo protettore a Londra.

La transitorietà e il movimento sono necessari. Allo stesso tempo, la struttura che Szalay stabilisce per il libro sono necessari al funzionamento ritmico del tempo. Le storie sono organizzate in base all’età dei loro protagonisti maschili, passando dai 17 al 73.

Conflitto e competizione sono al centro della comprensione di Szalay della virilità. In una delle storie più belle, un giornalista danese si reca in Spagna per affrontare un ministro del governo in vacanza con le prove di una relazione extraconiugale. Lui e il ministro si conoscono da anni, sono quasi amici. Ma questa patina di amabilità è strappata via dal brivido dell’uccisione. Da parte sua, l’ufficiale insiste sul fatto che non c’è legittimo interesse pubblico nella sua vita privata; la storia è solo un modo per persone come te di avere potere su persone come me.

In un altro episodio, un giornalista passa da un’arena, trappola della modernità.  Szalay non cade nella trappola dell’eccesso di stereotipi, nel tranello dell’abuso di simbolismi. Lo scrittore, nato a Montreal ma che vive a Budapest,  riesce a rendere paesaggi e relazioni umane senza indugiare in asfittiche descrizioni. Colpisce le sue pagine con immagini a volte sorprendentemente belle, come quando le lenzuola stropicciate sono paragonate al bianco d’uovo rigato.

Diversi per età, classe e nazionalità, i protagonisti di Szalay non vengono sottratti all’onnicomprensività del titolo. Sono tutti bianchi, eterosessuali e  tutti godono di un più o meno facile senso di proprietà su un’idea classica e ormai obsoleta di Europa. Malgrado ciò c’è una curiosa assenza di riferimenti alle crisi contemporanee del terrorismo o agli sconvolgimenti causati dall’immigrazione di massa -il libro è stato pubblicato in Gran Bretagna prima del referendum sulla Brexit– eppure queste limitazioni non appaiono mai come sottrazioni illegittime.

David Szalay

Szalay è in grado di rivelare i limiti dei suoi personaggi evocandone la tenerezza in ogni situazione. Un esempio è la storia ambientata a Cipro, in cui un giovane francese viene sedotto Sandra e Charmian, due turiste inglesi estremamente grasse. Senza trascendere nella farsa,  Szalay mantiene la scrittura così libera da giudizi e pregiudizi e dirotta la nostra attenzione sull’imprevedibilità del desiderio. Le sue percezioni del corpo di Charmain oscillano tra il grottesco e il sensuale, fino alla fine.

È una configurazione classica: nove sezioni, che procedono in sequenza da aprile a dicembre; nove protagonisti, che avanzano di età dai 17 ai 73 anni; tutti gli uomini europei che viaggiano in Europa. Un libro sulla giovinezza, l’ambizione, la migrazione, l’invecchiamento e la mascolinità: tutti temi che si congiungono verso una sorta di universalità.

Szalay è un abile narratore.  Evoca il trascorrere del tempo attraverso le descrizioni dei cambiamenti nella luce: i suoi crepuscoli e le albe, i suoi paesaggi urbani fradici e le città scintillanti, sono piene di forza. Dimostra di avere una sensibilità acuta su un mondo in cui il tempo scorre come i tralicci di una strada visti dal finestrino di un treno;  in cui il senso di solitudine è vasto come un fronte temporalesco.

Di musica questo libro ne è pieno! Dai Beatles a Bach, da Vivaldi a Mozart passando per Bob Dylan. La colonna sonora che ho scelto è Quadri di un’esposizione di Modest Mussorgskij nella trascrizione di Maurice Ravel.

La composizione si presenta come un percorso ideale in cui si alternano pagine descrittive  con brevi episodi musicali che indicano lo spostamento del visitatore da una sala all’altra di una mostra pittorica. Mussorgskij, proprio come Szalay, utilizza spunti e suggestioni per creare con forza visionaria quadri musicali autonomi che soddisfano diversi archetipi creativi. I Quadri, rappresentano uno dei più originali capolavori della letteratura musicale del secolo scorso e furono terminati nel 1874. Li ho associati a questo libro perché credo che entrambi possiedano una grande quantità di colori e temi che culminano in un finale che lascia a bocca aperta.

Se nel libro troviamo un uomo sul finire della sua vita, dall’altra parte la porta di Kiev rappresenta una qualcosa che non esiste, ma  sembra aprire i suoi battenti verso il futuro, spinge coraggiosamente i nostri sensi verso il nuovo e la contemporaneità. L’enfasi con cui la musica ci fa immaginare questa porta che non esiste e che invece prende forma nel testo:

Tony paga ed escono, fermandosi nei pressi della porta per rimettersi sciarpa e cappotto. Lui si cala in testa il cappello nuovo e si guarda allo specchio: un vecchio. Con evidente sforzo, apre la porta. Fa uscire prima Cordelia, poi la segue. L’aria è fredda, gli punge la pelle della faccia. Via Maggiore si va dissolvendo nel crepuscolo.

Buona lettura e buon ascolto!

C.O.

Colonna sonora qui!

 

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