Anche a questo piccolo grande libro sono arrivata tramite la Modusvivendi di Palermo, quindi Fabrizio Piazza. Senza neanche leggere come al solito la quarta di copertina ciò che mi ha attirato sono stati, rigorosamente nell’ordine:

  • La giovanissima età dello scrittore (è nato nel ’94 e ha scritto il libro nel 2015)
  • Il fatto che fosse nato a Torino, anche se ora vive a New York
  • Il titolo: io che avrei voluto nascere fotografa e invece mi limito a immortalare i tetti dal mio balcone o la luna nelle varie fasi, un tempo con una macchina digitale, ultimamente addirittura con il cellulare.

Siamo a Brighton, vicino a Boston, in una comunità ebraico ortodossa  e il protagonista Ezra ha 15 anni, è figlio unico, ama la fotografia, e ben presto si metterà nei guai. Contesta la tradizione e la chiusura che caratterizza la comunità in cui è nato, ha come complice una simpatica zia che lo adora e come migliore amico il più giovane Carmi. Quest’ultimo alla morte della madre sarà “adottato” dai genitori di Ezra secondo l’usanza di venire in aiuto di un padre vedovo adottandone  momentaneamente i figli.

Da Brighton Ezra si sposterà a New York per studiare e lavorare ma soprattutto per liberarsi della propria famiglia e al tempo stesso per cercare di capire ciò che lui vuole veramente nella vita. Si perderà per poi ritrovarsi  nel momento in cui dovrà fare i conti con la perdita di una persona per lui importante.

Il secondo protagonista è la sua macchina fotografica: in senso oggettivo (lo accompagna in tutti i suoi spostamenti) che metaforico (fotografare per capire).

“Nel mondo ci sono cose incomprensibili al nostro intelletto” ripeté il rabbino prima di allontanarsi. “Ma Dio ha un piano”.

Mentre mi avviavo verso casa, mi chiesi se l’obbiettivo della mia Nikon potesse catturare questo piano, perché io proprio non ci riuscivo.

Due i temi fondamentali: antisemitismo e omofobia.

“Essere diversi non significa essere sbagliati”

Ma, almeno questa è la mia chiave di lettura, anche la necessità di Ezra di affrancarsi dall’appartenenza a una comunità in cui  non si riconosce senza per questo rinnegare le sue origini. Origini che lo chiameranno…..Non vado oltre per non fare spoiler.

Senza esserci nessuna vera somiglianza tra i personaggi, leggendolo sono tornata a Miriam Toews e la sua comunità mennonita.

Cito una delle tante frasi che ho sottolineato, per farvi capire la maturità di Simone Somekh, che poi è anche quella da cui deriva il titolo: “A volte penso che abbiate guardato alla realtà attraverso un grandangolo: pur di allargare gli orizzonti, avete permesso che la vista degli oggetti in primo piano venisse deformata” . Che non è poi ciò che inevitabilmente almeno una volta nella vita ognuno di noi ha fatto? Guardare cioè l’insieme per essere padroni della situazione, ma al tempo stesso trascurare il “particolare” che, invece, aiuterebbe a trovare la corretta soluzione del problema?

Non è autobiografico. Breve ma interessante presentazione da parte dello stesso scrittore qui.

“La città era avvolta nel silenzio, ovattata nella sua apparente tranquillità, striata di quel tantino che basta di depressione, ed io, col mio entusiasmo di vivere che da troppi anni aspettava di uscire ed esplorare il mondo mi tuffai tra le strade buie e deserte con la Nikon nascosta sotto il cappotto.”

E ancora:

“Abbassai lo sguardo e chiusi gli occhi. Un profondo sospiro. E poi un altro ancora, e un altro, in cerca del respiro giusto per continuare ad andare avanti. Quando aprii gli occhi mi abbagliò la vista, mi voltai riparandomi con una mano e accanto a me, nella nebbia che si dissolveva…..”

21 anni e scrivere così non è da pochi. Il libro è stato scritto in italiano malgrado Simone Somekh  viva negli Stati Uniti da parecchio, e uscirà in francese. A quando la versione in inglese?

Buona lettura!

bbp

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