“Oh…” di Philippe Djian

Questo libro è per chi obbedisce ai propri desideri. Per chi sa che le certezze possono crollare, pagina dopo pagina. Per chi riesce a guardare senza mai giudicare.

Una donna ha il diritto di scrivere di uno stupro, ma un uomo? Philippe Djian lo ha fatto e il risultato è questo sorprendente romanzo pubblicato da Voland e tradotto da Daniele Petruccioli.

“Oh…” è stata la mia prima lettura in spiaggia di questa stagione. Non consente distrazioni, non ammette interruzioni. Sin dalla prima pagina, la narratrice, Michèle, ci costringe a stare lì, insieme a lei, fino alla fine.

Devo essermi graffiata la guancia. Mi brucia. La mascella mi fa male. Cadendo ho rovesciato un vaso, ricordo di averlo sentito esplodere a terra e mi domando se non mi sono ferita con un pezzo di vetro, non lo so. Fuori il sole brilla ancora. Si sta bene. Riprendo fiato piano piano.

L’incipit di questo romanzo ha l’effetto di un pugno, quello ricevuto in faccia da Michèle durante il suo stupro. Uno stupro selvaggio, che devasta e lascia lividi sul corpo. Poche righe di una forza incredibile. Poi l’uomo incappucciato fugge, lasciandola sola, sporca, sul tappeto del salotto di casa sua.

Cosa succede dopo? Nessuna corsa in ospedale, nessuna chiamata alla polizia. Michèle si alza, va a fare la doccia, poi raccoglie i cocci del vaso rotto, passa l’aspirapolvere e rassicura Marty, il suo vecchio gatto, unico testimone del crimine commesso. Michèle è in ritardo. Aspetta la sua famiglia per cena. Come se nulla fosse accaduto.

Lo stupro è il punto di partenza della discesa nel corpo e nella mente di questa donna. Un’apnea lunga un flusso di coscienza di 175 pagine. Questa prima fase rappresenta la porta d’ingresso. In mezzo, nessuna decompressione, solo flashback, pensieri, sogni, bugie e rabbia che si susseguono ad una velocità frenetica attraverso uno stile incredibilmente vivace e ritmico.

Djian presenta una galleria sorprendente di personaggi che si oppongono mescolando le loro storie, i fallimenti e le piccole nevrosi. Michèle è un attraente quarantacinquenne divorziata proprietaria, insieme all’amica Anna, di una casa di produzione cinematografica di successo. Sua madre Irene, settantacinquenne ossessionata dalla chirurgia estetica che ha intenzione di sposare  un uomo molto più giovane. Vincent, il figlio nullafacente che vive una complicata storia d’amore con Josie, in attesa di un figlio di un altro uomo. Il suo ex-marito, Richard, un uomo debole verso il quale Michèle nutre ancora dell’affetto. Il suo amante, Robert, marito di Anna, un uomo banale, trasparente, con un  sorriso un po’ stupido. Il suo vicino di casa, Patrick, sposato ma non indifferente al fascino della bella Michèle. Infine il padre, che sta scontando una condanna a vita per aver sterminato settanta bambini quando Michèle aveva solo 16 anni.

Nel corso di uno scenario ben sequenziato, Djian fornisce un quadro realistico del disordine contemporaneo. Un romanzo che sembra una serie americana i cui protagonisti sono drammaticamente soggetti ai capricci delle loro emozioni. Michèle catalizza l’attenzione e cerca di indirizzare le vite degli altri, dicendo loro come dovrebbero comportarsi, ma obbedisce solo i suoi desideri. Finge che nulla la tocchi: appare una moderna donna emancipata, ma non è così forte come sembra. Djian evidenzia il fallimento di un certo femminismo e una forma politicamente corretta della sessualità. Una storia emblematica di un’epoca, la nostra, che crea una vertigine metafisica.

Qualsiasi cosa succeda, il mondo è sempre bello. Così l’orrore è totale.

Questo romanzo racconta la famiglia, la follia che aspetta di esplodere dietro l’apparente normalità, le nevrosi del quotidiano. Qui il romanticismo è irragionevolezza.

Il perdono è una costante di questo romanzo. Michèle convive con l’impossibilità di perdonare suo padre. Questo omicidio di massa aveva avuto delle conseguenze devastanti per lei e sua madre, rendendo le loro vite un inferno. La pazzia si identifica con il padre, una figura assente fisicamente, ma che pervade tutto il libro come un’ombra gigantesca che copre la vita di Michele.

Non posso impedirmi di pensare a un collegamento tra il mio aggressore e le imprese di mio padre- ce lo domandavamo ogni volta, io e mia madre, quando ci capitava qualcosa. Per esperienza, per aver subìto tanti di quegli sputi e botte, solo per essere sua moglie e sua figlia.

Lo stupratore è così descritto da Michèle come una sovrapposizione  malriuscita dei suoi due volti, mi attrae e repelle al contempo e la somiglianza con mio padre si fa incombente. Michèle è una donna perduta che esita tra abbandono e combattimento. Philippe Djian, ci immerge nell’inconscio di Michèle per trenta giorni della sua vita.

Fino a che punto si può vivere di bugie o fantasie?

Philippe Djian

” Oh … ” è un grande libro dallo stile implacabile. I soggetti sono collegati tra loro, senza alcuna transizione, senza i capitoli, i pensieri sono in corsa, siamo nella testa di un essere umano, il ritmo non lascia tregua. Nessuna emozione apparente, è al limite dell’atmosfera sterilizzata, ma la violenza è palpabile costantemente.

Il desiderio, o meglio il compimento del desiderio può essere raggiunto solo attraverso la violenza. E quando Michele rivedrà il suo stupratore, questo avrà un altro tocco, dove dolore si mescola a piacere. Michéle sceglie di dormire con l’uomo che l’ha violentata.Una donna mostra il suo punto debole, la sessualità, il piacere. Una donna non può scrivere queste cose, un uomo ci è riuscito benissimo.

Tutte le certezze crollano pagina dopo pagina. La distruzione è al lavoro sulla sua vita passata e mina il suo futuro. Questo interminabile flusso di coscienza ci conduce verso un epilogo sconvolgente.

Michèle è una donna che non piange su se stessa, ma sul suo gatto Marty che è appena morto.  Djian rifugge i luoghi comuni: non c’è sentimentalismo per nessuno. Nessuna vittimizzazione, nessun sentimento materno. Michèle è una donna libera e scorretta. Una donna tanto forte quanto fragile. Questo è ciò che mi piace dei personaggi di Djian. Uomini e donne, forza e debolezza mescolata fino a confonderne il confine.

Djian racconta due facce della follia. Quella ostentata nei telegiornali, spettacolare e quella che si annida negli armadi della gente, aperti solo di notte, quando nessuno può vedere i veleni che contengono. Djian on tenta di salvarla da entrambe le follie che l’hanno fagocitata: quella plateale provocata dal padre e quella intima dello stupratore. L’autore ritrae una donna libera per la quale proviamo affetto e compassione. Una donna che non si preoccupa di  dire a suo figlio quando viene a sapere che sarà un padre:

È una prigione, Vincent, ti metti sotto chiave da solo, non chiudere gli occhi, figlio mio, guarda in faccia la realtà. Ascoltami, è una gabbia. Sono catene. Una prigione.

Questo romanzo possiede una sua colonna sonora. L’autore cita Nils Frahm e il suo brano Familiar. La scelta mi ha sorpreso per l’attenzione alla musica di autori giovani. Djian ha 68 anni e citare un musicista e compositore classe 1982 mi ha piacevolmente stupito. Tedesco figlio d’arte, Frahm realizza un brano per piano solo che coinvolge sin dalle note iniziali. Ci sono malinconia e dolcezza.

Come a voler fare un passo in avanti, arricchendo di temi la colonna sonora, Djian scegli ancora un pezzo di ispirazione classica: We move lightly di Dustin O’Halloran. Il ritmo diviene più incalzante e al piano si aggiungono gli archi.

Infine Djian cita un altrettanto giovane cantautore statunitense: Peter Broderick. Everithing I know è un brano dalle tinte blues, evocativo. A questa bella colonna sonora scelta, io aggiungo un brano che rappresenta un ulteriore passo in avanti rispetto a quelli citati. Si tratta di Creep,  uno dei singoli più conosciuti dei Radiohead. Il brano è notoriamente struggente, ma non è per questo che ho deciso di associarlo a questo libro. Ciò che lo lega alla storia di Michèle è il fatto che, il suo autore, il frontman della band inglese, Tom Yorke, a prosposito di questo brano ha detto:

Ho notevoli problemi nell’essere un uomo degli anni novanta. Ogni uomo con sensibilità o coscienza verso il sesso opposto avrebbe problemi simili. È un’ardua impresa affermare la propria mascolinità senza sembrare il membro di un gruppo hard-rock… Questo si riflette sulla musica che scriviamo, che pur non essendo effeminata non risulta neanche brutalmente tracotante. È una delle cose che provo continuamente a fare: affermare un personaggio sensuale e provare disperatamente a negarlo.

Ecco l’analogia con Djian, che è riuscito a mostrare, senza mai giudicare, quali e quanti meccanismi sono al lavoro di un’anima umana femminile. Qui risiede la bellezza del romanzo.Una storia che lascia un senso di stordimento. Un libro che, a lettura finita lascia il dubbio di aver sognato.

Il passato raggiunge sempre il futuro che sfugge. Sempre.

A questo punto non mi resta che augurarvi buona lettura e buon ascolto!

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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