“Ognuno muore solo” di Hans Fallada

Questo libro è per chi resiste per esistere. Per chi sa che le proteste non possono spegnersi nel silenzio. Per chi crede che un vita non debba mai essere sacrificata invano. Per chi non dimentica.

Hans Fallada

Primo Levi definì Ognuno muore solo uno dei più bei libri sulla resistenza tedesca contro il nazismo. Pubblicato postumo per la prima volta nel 1947, è tornato in libreria 62 anni dopo, grazie a Sellerio.

Hans Fallada scrisse quello che oggi è un bestseller tra settembre e novembre del 1946, pochi mesi prima di morire a causa della dipendenza da morfina e alcool.

All’inizio del 1941, un anno e mezzo dopo la capitolazione francese in Germania, un ispettore della Gestapo di nome Escherich si trova nel suo ufficio a Prinz-Albrecht-Strasse. Sta contemplando una mappa della città in cui ha appuntato 44 spilli con la bandiera rossa. Ognuno segna un punto in cui è stata trovata una cartolina scritta a mano, che denuncia Hitler. La prima recita:

Madre! Il Führer ha assassinato mio figlio. Madre! Il Führer ucciderà anche i tuoi figli, non si fermerà finché non avrà portato dolore in ogni casa del mondo.

Una delle cartoline di Elise e Otto Hampel

Questo romanzo si basa sl vero caso di Elise e Otto Hampel, una coppia operaia di Berlino, che ha iniziato la propria campagna contro il regime nazista in seguito alla morte del fratello di Elise in azione in Francia. Per oltre due anni gli Hampels hanno scritto e distribuito segretamente cartoline ai berlinesi, esortando il popolo tedesco a rendersi conto che la guerra di Hitler era la loro morte e che non ci sarebbe mai stata la pace sotto i nazisti. Nel settembre 1942 furono entrambi arrestati, processati da un tribunale del popolo e giustiziati. Dopo la guerra, Fallada ottenne l’accesso ai file Gestapo riguardanti il ​​caso, con i documenti degli interrogatori e gli esempi delle cartoline. I file contenevano anche fotografie che sembrano aver influenzato le descrizioni fisiche di Fallada della sua coppia immaginaria, Otto e Anna Quangel.

Una tranquilla coppia di mezza età, Otto e Anna Quangel abitano in un condominio che ospita anche un’anziana ebrea il cui marito è stato arrestato, un giudice e e una famiglia nazista. Quangel, un caposquadra di fabbrica, è taciturno, ed ha sempre escluso dalla propria vita ogni attività tranne il suo lavoro. Non ha né aderito né sfidato il Partito nazista. Scoprire che il suo unico figlio, che non è mai voluto partire per il fronte, è morto in guerra, lo scuote dall’apatica passività.

Quando un nazista dice a Otto che con la vittoria della guerra diventeranno tutti ricchi, Otto risponde:

E che cosa ce ne faremo della ricchezza? La possiamo mangiare? Dormirò meglio quando sarò ricco? Non andrò forse più in fabbrica, e cosa farò tutto il giorno? No, io non voglio diventare ricco e in questo modo, poi, certamente no. Una simile ricchezza non vale neanche un morto.

Elise e Otto Hampel il giorno dell’arresto

La straordinaria trama di Ognuno muore solo deriva dal modo in cui tutto è osservato dal basso, da questa dinamica di umiliazione e terrore, eppure la rappresentazione è acuta e devastante. Gli Hampel infatti morirono da soli, poiché da soli avevano agito.

Nel romanzo, Otto e Anna riflettono sul proprio isolamento e si meravigliano alla portata della loro resistenza. Otto e Anna scelgono di liberarsi dall’acquiescenza nel regime nazista, e più tardi, quando a entrambi sono date segretamente le boccette di cianuro per prevenire i loro carnefici, scelgono, per ragioni diverse, di non usarle.

Oltre la morte non ci possono essere più interrogatori né punizioni. Insieme ad Otto e Anna, ruotano altri personaggi comprimari che hanno una caratteristica comune: la solitudine. Anna e Otto sono figure deliberatamente poco  attraenti. Otto è un duro caporeparto che lavora duro e sfida i suoi compagni di lavoro in produttività. La sua rettitudine è dura come il suo profilo da falco. Anna è sottomessa a lui, ma sono le sue parole a spronarlo ad agire, quando lei lo accusa con “Tu e il tuo Hitler!”, dopo aver appreso che il loro unico figlio è stato ucciso in guerra. Tuttavia, questi coniugi dalle esistenze ordinarie, trovano la volontà, i mezzi e il coraggio di fare ciò che pochi tedeschi hanno fatto. Sanno molto bene cosa accadrà loro in caso di cattura.

Ma non importa, Anna! Cosa ci importa? Siamo noi che dobbiamo farlo!

Il noi che Otto usa in questa frase, coinvolge Anna, ma coinvolge noi lettori. Un imperativo fondato sulla mancanza di alternativa possibile: dobbiamo farlo diventa una preghiera, un atto di coraggio, l’unica speranza possibile. I Quangel sono i protagonisti di questa storia, ma le loro vite si intrecciano con quelle di altri personaggi altrettanto interessanti. Uno di questi è Eva Kluge, la postina, che abbandona il partito e interrompe ogni contatto con suo figlio Karlemann quando scopre che ha mostrato, vantandosene, una fotografia di se stesso insieme ad un bambino ebreo appena ucciso.

Il suo mondo è andato in mille pezzi, non potrà mai più ricomporlo.

Questa storia di resistenza al nazismo ha sullo sfondo un ritratto memorabile della Berlino in tempo di guerra. Ciascuno dei protagonisti di questo libro si sente profondamente disperato e solo, ma sa di essere costantemente osservato da qualcuno, che si tratti di un collega, di un bullo nazista o della polizia. È una sensazione che Fallada conosceva in prima persona. Ha vissuto una vita di abuso di droga, alcolismo, manicomi e prigione. Essendo sia uno scrittore che un tossicodipendente, ha trascorso gran parte della vita intrappolato nella sua stessa testa, pur consapevole di essere sotto sorveglianza.

Forse perché si sentiva egli stesso un estraneo, Fallada ha l’abilità di catturare il piccolo, apparentemente inutile eroismo dei Quangel. Ci sfida, costringendoci a chiederci come ci comporteremmo noi se ci trovassimo nella stessa situazione.

Conoscendo l’epilogo potreste chiedermi perché dovreste leggere questo libro. Credo che  il semplice piano di resistenza messo in atto dai Quangel, tanto inaudito quanto sbalorditivo, meriti di essere onorato attraverso la lettura e la memoria. Leggere è un po’ come salvare le azioni dall’oblio.

La scrittura è magnifica e ricorda Dostoevskij. Un narratore onnisciente ci racconta il male e il terrore senza mai scadere in banalità. L’ultimo capitolo si apre così:

Ma non vogliamo chiudere questo libro con la morte; esso è dedicato alla vita, alla vita indomabile che trionfa sempre di nuovo sulla vergogna e sulle lacrime, sulla miseria e sulla morte.

La colonna sonora che ho scelto per questo libro è uno dei più grandi capolavori di Ernest Bloch, Schelomo.

Le opere ebraiche del compositore svizzero, costituiscono meno di un quinto della sua intera produzione, ma è con queste opere che egli è quasi esclusivamente conosciuto e su cui si basa la sua reputazione. La musica di questo periodo ha una tremenda forza espressiva e la sua colorazione riccamente variegata e le armonie esotiche sono sovrapposte con un significato profondamente spirituale. In questa sinfonia, appartenente al ciclo ebraico, Bloch utilizza una voce profonda, quella del violoncello, per parlare tutte le lingue.  L’orchestra rappresenta il mondo che la circonda e le sue esperienze di vita, allo stesso tempo, l’orchestra sembra spesso riflettere pensiero interiore mentre lo strumento solista dà voce alle sue parole. Se la prima sezione della Sinfonia si apre con una lunga cadenza di violoncello, ecco che questa cerca disperatamente di persuadere l’orchestra a prestare attenzione alle sue grida.

A me non resta che augurarvi buona lettura e buon ascolto! Soundtrack qui.

C.O.

 

 

 

 

 

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One thought on ““Ognuno muore solo” di Hans Fallada

  1. Domenico Conoscenti

    Bella recensione e grande romanzo, letto, non ricordo più quando, in un’edizione Einaudi.
    Al di là della storia principale, un insieme di piccoli personaggi secondari mediamente frustrati e malevoli, che il nazismo trasforma in avidi e feroci delatori, anche solo per esercitare una forma di umiliante potere contro i propri simili.
    Alla fine, nonostante tutto, la sfida di un filo di speranza

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