“Ogni spazio felice” di Alberto Schiavone

 

Questo libro è per chi sa quanto rumore può fare la solitudine. Per chi è stato giovane e felice. Per chi ha giorni da ricordare e altri da dimenticare. Per chi inventa storie per avere un lieto fine, altrove.

Per sapere cos’è la solitudine, bisogna essere stati in due. Altrimenti, bisogna che qualcuno ti racconti che cos’è la solitudine.

Con questa epigrafe di Piero Ciampi si apre Ogni spazio felice, terzo romanzo di Alberto Schiavone, pubblicato a marzo di quest’anno da Guanda. Per sette giorni entriamo nelle vite di Ada e Amedeo, una creatura fragile e offesa lei, un omino leggero e innocuo lui.

Le loro vite trascorrono con inedia, circondate dalla puzza di fumo ed alcool che avvolgono Ada. Sono in pensione, hanno avuto due figli, adottati entrambi e oggi sopravvivono a un trauma che li ha resi come sono.

Ada è una bambina con dei capricci che fanno male. E Amedeo è colui che li asseconda. Debole e complice. Colpevoli in parti uguali di un’esistenza che sembra trascinarsi in una Milano dei giorni nostri, che appare minuscola, come le vite dei protagonisti di questo romanzo.

Come nel romanzo di Chiara Marchelli Le notti bluci troviamo di fronte a due genitori orfani che attraversano la vita senza stupore, relegati entro le mura domestiche dove tutto scorre senza alcuno slancio vitale.

Amedeo è l’unico che oltrepassa il confine, che intesse relazioni. C’è Romino, l’amico pakistano che gestisce il negozio di alimentari vicino casa, il rifugio per Per Ada è diverso, il rifugio è nelle bottiglie di vino che invadono il suo spazio senza mai riuscire a riempire il vuoto della casa.

L’unico sottofondo è quello di tre televisori che, sempre accesi, in ogni stanza, ricordano che il tempo trascorre, che la storia e le vite altrui vanno avanti, mentre le loro sembrano cristallizzate in un tempo altro, esclusivo.

La famiglia che sono stati rimane costretta in un disegno appeso ad una parete, a ricordargli che non sono più in quattro, ma in tre. L’assenza è il tema predominante di questo romanzo. L’assenza di chi è scomparso, l’assenza di chi fugge, come Ginevra, la gatta o il padre del figlio che aspetta Sonia. Ada e Amedeo sono stati genitori felici per dieci anni, fino a quando Alex è morto. Un incidente, uno scherzo da ragazzi con un epilogo terribile. Il punto di non ritorno per una coppia che inizia l’inevitabile discesa verso il baratro. Un cambiamento che scopriamo attraverso gli occhi Sonia, allontanata per qualche tempo da casa dopo l’incidente e che al ritorno capisce immediatamente che nulla sarà più come prima.

Era cambiata Ada. Era un altro uomo Amedeo. Parevano due che avessero appena avuto un infarto. Questo le sembrò. E poi sembravano più bassi. Non che prima fossero giganti. Ma li trovava dimezzati, implosi, gli occhi più grandi e spalancati.

Ada e Amedeo si sono abituati al loro aspetto. Non c’è attrazione né raccapriccio. Sonia e Amedeo sono spettatori  delusi e impotenti dell’autodistruzione di Ada. Si ha l’impressione di essere davanti a qualcuno che vede l’altro come invisibile: un uomo e una donna che hanno dimenticato ciò che sono stati.

Amedeo riesce a sopravvivere grazie alla fantasia, quella degli infelici che cerca risoluzione e pace. Solo nelle sue storie, in ciò che inventa, le cose cambiano veramente. Inventa mondi, legge guide turistiche e pianifica percorsi di viaggi che non farà mai. Al piano di sopra, nella casa della vicina Rossana, entra in un mondo che appare molto lontano dal suo, dove scopre una donna profumata e una casa pulita e luminosa.  Finalmente si sente accettato da una donna, accolto. Ecco che entra la musica, e insieme ad essa il sogno di amore, di eccitazione che sembrano ormai impossibili anche solo da immaginare per Amedeo.

Sentire che lì sopra le cose vanno bene. Non ci sono problemi. Nessuno si ubriaca fino a rendersi irriconoscibile. Non c’è un tizio che mette incinta tua figlia. Non sei così disorientato. Un mondo fatto per bene. Vite accompagnate dalle onde, quelle che spingono e portano in avanti e non annegano, non portano alla deriva.

La musica che associo a questo romanzo è influenzata da una recente esperienza di ascolto. Ezio Bosso insieme all’OrchestraSinfonica Siciliana a Taormina, ne suggestivo scenario del Teatro Greco. Il brano è Missing a part, tratto dall’ultimo album del pianista e compositore torinese: The 12th Room. In questo brano per piano solo così viene descritto da Bosso:

Ci sono incontri, dove giri lo sguardo e dici sì, solo sì. Fai proprio sì con la testa. Non riesci a fare altro. E tutto è diverso. Tutto è cambiato. Quegli incontri dove scopri la parte che ti mancava, in realtà ti eri solo convinto non esistesse, perché noi esseri umani siamo belli anche per questo: siamo così fragili che ci convinciamo che non esista o non possa esistere quella bellezza infinita nella nostra esistenza. Che sia solo un mito. Lo facciamo per sopravvivere. Ci adattiamo. Ci adattiamo a noi stessi. Poi, appunto, giri lo sguardo e ti trovi di fronte alla porta che si è aperta. Che ti sembrava di aspettare da sempre. E quando si aspetta ci si sente come se ci mancasse una parte, un pezzo mancante. È una sensazione persino fisica tanto è presente. 

Ecco, Bosso descrive bene ciò che accade ad Amedeo quando si apre la porta di Rossana: ciò che trova è un orizzonte, non una risposta. La promessa di qualcosa che manca da tempo, un abbraccio desiderato lungamente.

Assenza, sparizione, mancanza. Questi i temi ricorrenti. Ada e Amedeo sembrano non avere via d’uscita, condannati all’inedia, alla solitudine, braccati con le spalle al muro senza alcuna via d’uscita. Sembra non ci siano porte da aprire, luoghi di reclusione volontaria che escludono ciò che non prevede rete di protezione. Entrare in questa storia rende difficile uscirne, far finta di niente. Una volta aperta la porta e oltrepassato l’uscio le nostre energie vengono assorbite e ci trasformiamo in Ada, nude su un divano, incuranti del nostro aspetto, in attesa dell’esplosione finale.

Ada è tutto quello che ha, e tutto quello che non è Ada è arrivato attraverso la vita insieme con lei. Non c’è modo, da adulti, ancora di più da vecchi, di ignorare il fatto che ciò che succede e il posto dove siamo è esattamente parte del segmento di vita che ci è concesso. Non c’è correzione. Non si cancella o si dimentica. Siamo la nostra biografia mentre viene scritta.

Alberto Schiavone

Una settimana in cui tutto sembra scorrere come negli anni dalla morte di Alex, fino a quando la consuetudine in cui si trascinano da anni viene sconvolta dall’ennesimo scossone. Solo allora Amedeo si renderà conto che quella vita che gli sembrava insopportabile, gli era tanto cara e non può farne a meno.

Un uomo pieno di rimpianti, infelice con parsimonia, comprende infine quanto conta restare accanto a chi ha condiviso trent’anni della tua vita insieme.

Il dolore non può essere affrontato in camere separate, ogni spazio può essere felice se condiviso. Lasciarsi scivolare lungo il baratro, osservare impotente chi cade e si frantuma ogni giorno, sotto i nostri occhi, ritrovandoci a raccogliere la polvere che rimane a terra.

Ogni spazio felice è figlio o dipende da separazione, lo attraversiamo stupiti.

Da questo verso del Sonetto a Orfeo di Rilke proviene il titolo di questo romanzo. Un monito ad Ada ed Amedeo, a ricordare come ci sia spazio per tutti in ogni storia. Ecco l’unico brano musicale citato nel testo: Wanda, di Paolo Conte.

Io sto a guardar la tua felicità, mi chiedo quanto durerà
Io so che ogni amore è sempre stato un breve sogno e niente più.
niente più
però la vita è un’altra cosa, eh si, esempio abbandonarsi un po’ così
sentirmi il sole in faccia e non vederti,
ma capir dalla tua mano che sei qui.

Ecco che una porta si apre, ci conduce sull’inaspettato e l’autoreclusione si trasforma in rifugio che promette accoglienza e riparo.

Buona lettura e buon ascolto!

 

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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