“Nudi come siamo stati” di Ivano Porpora

Questo libro è per chi desidera immergersi in una lettura multisensoriale. Per chi è convinto che ogni storia merita di essere raccontata. Per chi vuole imparare a sentire il presente.

Ho avuto il piacere di prendere parte ad un corso di scrittura tenuto da Ivano Porpora proprio qualche giorno fa. L’esperienza mi ha arricchito: ho apprezzato Ivano come uomo, prima che come scrittore, perché non avevo mai letto nulla di suo. Ho scelto di iniziare dal suo ultimo romanzo, pubblicato un mese e mezzo fa e già in ristampa. Ammetto che conoscere l’autore ha influenzato la mia lettura, e che ho trovato molto dell’uomo che ho ravvisato in questo romanzo che ho amato molto.

Della trama non dirò molto, perché credo che questo sia un romanzo che va scoperto. Mi soffermerò piuttosto su come questo romanzo è arrivato a me, con il suo  carico di contaminazioni sensoriali: se esiste un libro sinestesico, è Nudi come siamo stati, di IvanoPorpora (ed. Marsilio).

Superato l’incipit fulminante, il lettore viene immediatamente catapultato in una dimensione in cui olfatto, tatto e udito diventano i protagonisti. Io ho sentito gli odori, ho ascoltato i numerosi brani citati, ho udito la pioggia battere sui vetri, ho avuto l’impressione di toccare il sudore dei corpi, mi sono sporcata le dita  di pittura. Una combinazione di stimoli talmente coinvolgente da evocare il materializzarsi di esperienze tattili, uditive e olfattive.

Ivano Porpora

La musica avvolge tutta la narrazione. Ogni momento è scandito da generi diversi che vanno dal rock al pop, dalla lirica alla musica francese: David Bowie, Luigi Tenco, Andrea Chenier, Lou Reed, Bob Dylan, Edith Piaf, Patty Smith,  Rolling Stones, Franz Listz. Frank Zappa, sono solo alcuni degli autori citati. Porpora cita di tutto: dal folk italiano alle arie di Verdi, dalle ballate medievali ai soli di pianoforte. Per questo voglio partire dalla musica e da quella che secondo me è la colonna sonora di questo romanzo.

Arnold Schönberg (1974 – 1951) ha dato vita ad un’opera in atto unico sinestesica per antonomasia: La mano felice (1913). Per la prima volta nella storia della musica moderna, il compositore austriaco naturalizzato statunitense, ha indica espressamente nel libretto – di cui Schönberg stesso è autore – ogni minimo dettaglio della messa in scena:  le scenografie, le luci, i movimenti registici e coreografici dei personaggi e del coro. Così facendo, ha dato vita alla prima forma di teatro totale che è specchio della necessità di un compiuto equilibrio di tutti gli elementi dello spettacolo. Il compositore austriaco era anche un pittore, e in questa opera è chiara l’influenza che i colori hanno nella narrazione. Musica, canto, pittura e recitazione vengono messi tutti sullo stesso piano. Come ha affermato Kandinsky:

Approfondire un’arte significa stabilire i suoi limiti, mentre confrontarla con altre arti significa sottolinearne l’identica tensione interiore. Si vede così che ogni arte ha forze uniche insostituibili. E si arriverà così ad unire le forze delle varie arti.

Studi per “Una mano felice” – A. Schonberg

L’opera di Schönberg compie una commistione tra arti generando una forza potente come quella descritta dal pittore. Mettendo in scena un solo personaggio cantante attorniato da due mimi e da un coro di sei voci maschili e sei femminili, suddivide in 4 quadri, l’opera composta da un unico atto.

Si apre su un palcoscenico avvolto nella semi-oscurità, l’uomo ha la faccia rivolta a terra ed è sovrastato da un mostro che si presenta nelle fattezze di una iena con le ali da pipistrello. Il coro, quasi nascosto, è formato da uomini e donne di cui si vedono distintamente soltanto gli occhi. Nel secondo quadro compare la donna, che simboleggia il sublime. Il protagonista è toccato dalla grazia della “mano felice” solo quando lei lo tocca. non riesce a vederla ma ne sente la presenza, fino a quando non giunge un uomo che la trascina con sé.  La scena ora si trasforma di nuovo. I colori come il giallo, il grigio e l’azzurro rimandano ad una struttura musicale simmetrica che si ripercuote anche sul canto parlato che pur essendo atonale consente una coesione sinfonica della totalità dell’opera. I sei uomini e le sei donne, in tono di severa accusa:

Dovevi proprio ripetere l’esperienza tante volte? Dovevi di’ ? Non puoi dunque rinunciare? Non sai rassegnarti? Non v’è pace in te? No, sempre no! Eppure è ciò che è dentro di te ed intorno a te, ovunque tu sia. Non ti senti? Non ti avverti? Stringi solo quello che afferri! Senti solo quello che tocchi: le tue piaghe , soltanto nella tua carne, le tue pene, soltanto, nel tuo corpo? E pure cerchi! E ti tormenti! E non hai pace!

Se leggerete il romanzo di Porpora vi renderete conto di quante affinità ci sono. Come nell’opera espressionista di Schönberg, Ivano Porpora dichiara sin dalla prima pagina cosa dobbiamo aspettarci:

Questa è una storia vera. […] Questa è la storia di noi tre: i protagonisti di questo mondo, posso dirlo con certezza, siamo noi tre, io grosso, largo e moro, lui magro e bianco di capelli che pare quasi albino, lei, oh, quasi tutto.

Ecco che torna l’uomo protagonista di La mano feliceSevero, il pittore voce narrante della prima parte di Nudi come siamo stati. Altro protagonista è l’uomo magro e bianco, Arsène Jamet, un artista che dopo aver visto i suoi quadri ha deciso di fargli da Maestro Infine c’è lei, Anita, compagna di Severo che ci appare come la bellissima donna dell’opera in musica: esile e circondata da fiori magnifici dei quali riusciamo a sentire i profumi.

Quando parlo di sensorialità mi riferisco alle descrizioni che Porpora fa dei suoi personaggi, ecco come si descrive Severo:

Mosche mi si posano addosso; le scaccio e tornano. Ho peli del corpo lunghi, barba lunga, sopracciglia incolte su orbite cave come buche nel terreno. Ho un’incrostazione attorno alla ferita, mutande sporche, unghie con segni neri sotto le lune. Non ho bisogno di tagliarle: ho ripreso a mangiarle con sistematica rabbia.

Riuscite a vederlo? Io si. Sul corpo e sul viso di Severo ci sono i segni che rappresentano una mancanza, quella del Maestro Arsène che è sparito tre mesi prima. Arsène è un pittore che nove mesi prima aveva offerto a Severo delle lezioni. Non finisce mai i suoi quadri come a voler ribadire che non ha un passato né un futuro, ma si aggrappa ferocemente al presente.

Lui raccontava di sé, a volte anche sull’orgasmo sul volto e odore di sesso a circondarlo, a volte placido, a volte più nervoso; larghi tratti della sua biografia  mi sembravano falsi, ingigantiti, distorti. Mi parlava di un nonno ucciso perché nazista, di un padre salvato solo perché ricordasse. Si disse figlio unico, cancellando quello che mi aveva detto di Bastien, e quasi pure ci credetti.

Ed ecco che l’incontro con l’uomo ha influenzato la mia lettura. Arsène sta alla pittura come Ivano sta alla scrittura. Entrambi insegnano il coraggio di andare a fondo, anche a costo di rovinare ciò che abbiamo in testa. La pittura, come la scrittura, non è altro che seguire un istinto; in un quadro come in uno scritto bisogna gettare se stessi. Ecco una frase del Maestro mi ha fatto pensare ad Ivano:

Usa il marrone, cazzo! La tua tela deve puzzare, cosa sei venuto a fare da quella merda di posto di campagna se non mi dai la merda del posto di campagna?!

Se dentro hai il buio è quello che devi usare sulla tela ed è quello che devi raccontare sulla carta, perché nulla riesce meglio che descrivere ciò che siamo realmente. Se non sai quale comparsa dipingere su un quadro, disegna te stesso. Ogni persona è più importante della propria storia, afferma Arsène. Dobbiamo guardare chi siamo adesso senza rispondere ai massimi quesiti esistenzialisti Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Chiediamoci piuttosto chi siamo ora e qui.

Giorgio Gaber e Sandro Luporini

L’arte, quando è arte vera, cerca di rivelare l’essenza delle cose, di trovare un orizzonte di significato, un senso da contrapporre alla realtà caotica e incoerente in cui viviamo. L’amicizia, questo legame che si crea tra Arsène e Severo, mi ha fatto pensare al connubio artistico tra Giorgio Gaber e Sandro Luporini, che questo dichiarava della pittura:

[…] Io cerco di bloccare il tempo in un momento in cui non sia né passato, né presente, né futuro ma sia un attimo bloccato, fermato… e questo sarebbe il senso della metafisica: fermare il tempo.

Gaber e Luporini hanno scritto testi magnifici insieme, e uno di questi è L’impotenza (1974):

Imparare a sentire il presente 
in un tempo così provvisorio 
esser giusti su un metro di terra 

Sentire il presente equivale a sentire che il corpo è in perfetto equilibrio. Questo è l’insegnamento di Arsène.

Gli intrecci di vicende, di amicizie e di amori, portano le vite dei grandi pensatori a incrociarsi, a piccoli incontri, come quello tra Sartre e Heidegger, o a grandi amicizie come quella tra Sartre e Camus. Personaggi si intrecciano e vengono raccontati nel libro con precisione, restituendo a ognuno un posto fondamentale nella costruzione di un immaginario. Severo e il suo maestro subiscono una sorta di metamorfosi che avvicina l’uno all’altro della quale solo Anita si accorge veramente e l’unica a stupirsi che stia avvenendo così lentamente.

Severo è come l’uomo del sottosuolo di Dostoevskij: se gli uomini d’azione si prefiggono degli obiettivi e fanno di tutto per raggiungerli, ignorando poi se questi abbiano senso oppure no o il perché del loro agire, l’uomo del sottosuolo è bloccato, paralizzato dal non riuscire a spiegare le cause profonde del proprio essere. Ecco che Severo si trova bloccato quando, a un certo punto, il maestro scompare e il mondo che lo circonda diventa silenzioso.

Oltre all’udito e al tatto, uno dei sensi più colpiti durante la lettura è l’olfatto. I primi odori che avvertiamo sono quelli fetidi di Severo. La sporcizia nella quale vive, gli abiti sudici, ci fanno avvertire odori che non sono descritti ma che non si ha difficoltà ad immaginare. Poi ci sono quelli che indossa Anita: rosmarino, timo limonato che si era trasformato in erba secca dopo l’aborto di qualche anno prima. Trasuda odore di salvia, borotalco e santoreggia e ancora basilico staccato dalla pianta, oppure sentori di lavanda.

Nudi come siamo stati è un romanzo che racconta molto più di quello che ho scritto qui. La nudità del titolo è metafora di rinascita è un altro grande tema trattato. Ma io voglio chiudere questo mio commento citando una frase che ho fatto mia, un pensiero bellissimo sulla morte:

Dicono che un morto lasci un immenso vuoto. Ma un morto ci lascia senza fiato per l’urgenza che abbiamo di ingoiare tutto quello che ci ha lasciato; la frenesia che nasce dalla paura di dimenticarlo. Un morto ci lascia il pieno. Tremila fotografie che non avevamo mai guardato e che, impietosamente, guardano noi.

Come sempre, buona lettura e buon ascolto!

 

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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