“Mia figlia, don Chisciotte” di Alessandro Garigliano

Questo libro è per chi crede che la realtà quotidiana può divenire epica grazie ad una messinscena. Per chi vuole godere del capolavoro di Cervantes attraverso una prospettiva deliziosa ed originale. Per chi non smette di assecondare le proprie fantasie.

Ammetto di essere esterofila come gran parte dei lettori e delle lettrici italiane. Basta scorrere l’elenco dei libri che ho commentato in questo blog per rendersene conto. È pur vero che leggere libri di italiani ed italiane originali e ben scritti, mi inorgoglisce.

Mia figlia, don Chisciotte è un romanzo che mi ha fatto sorridere, riflettere e venir voglia di leggere tutto quello che questo il suo autore, Alessandro Garigliano, ha pubblicato e pubblicherà.

Già durante la promozione di NNEditore, iniziata con delle anticipazioni lo scorso dicembre, avevo deciso che questo libro lo avrei letto. Un romanzo la cui copertina e il cui titolo fanno esplicito riferimento ad uno degli eroi letterari della mia adolescenza, non poteva sfuggirmi.

Letto in un paio di giorni, prima della divertente intervista di Garigliano a Moattinonair, ecco le mie impressioni su questo libro.

Innanzitutto è un libro che non può essere relegato nella categoria dei romanzi puri. Io leggendolo ho avuto l’impressione di trovarmi contemporaneamente immersa in una autobiografia molto ben romanzata, in una necessaria guida genitoriale e in un saggio di critica letteraria.

L’argomento del libro viene anticipato nel prologo: il narratore è un uomo precario felicemente sposato, genitore di una bambina di 3 anni. Non viene mai fatto accenno ai nomi, ma capiamo che la moglie e la figlia cui si riferisce sono proprio quelle dell’autore stesso e che quindi quella che racconta è la sua storia.

L’intuizione di questo romanzo sta proprio nelle relazioni che i tre membri di questo adorabile microcosmo intessono.Ecco che appaiono immediatamente alcuni dei temi preponderanti di questo libro: il vigore dell’immaginazione, il senso del comico e del grottesco, e il modo in cui tutti questi ingredienti  si fondono sapientemente in un equilibrio ammirevole.

Anche chi non ha mai letto il classico della letteratura di tutti i tempi, non si troverà mai spaesato. Il lettore non confonde mai caratteri e accadimenti, anzi riesce a riconoscere gesti e parole di un testo che non conosce o non ricorda, senza disperdersi nella lettura. La fantasia sfida la realtà in modo talmente equilibrato che è come essere catapultati in un mondo parallelo pur rimanendo comodamente seduti sul proprio divano.

Oltre ai numerosi riferimenti all’opera cavalleresca, Garigliano non dimentica di fare osservazioni sensibili e attuali su Cervantes. Se Don Chisciotte è un esempio pionieristico di metaromanzo, in questo suo libro, l’autore trova spunti di riflessione su se stesso e sulla costruzione della figura paterna, sulle possibilità infinite che gli vengono date in quanto genitore e sui dubbi e i timori che assillano chi si trova nella sua condizione per la prima volta.

Al centro della narrazione c’è la bambina, che è argento vivo ed è impossibile contenerne la potenza. Per questo motivo è lei l’unica a reggere il confronto con il cavaliere della Mancia. A proposito di bambine protagoniste, in occasione dell’intervista telefonica ad Alessandro Garigliano, ha scelto una canzone, Jersey Girl, di Tom Waits. Composta nel 1980 è inserita nell’album Heartattack and Vine.

Take my baby to the carnival
And I’ll take her on all the rides.

Alessandro Garigliano

Il cantante e attore statunitense mette in musica tenerezza e romanticismo, proprio ciò che riesce a fare in questo libro lo scrittore siciliano. Per rispondere all’esigenza tutta genitoriale, Garigliano sceglie di indossare i panni fittizi di un docente universitario che ogni mattina indossa il gessato del suo matrimonio e finge di recarsi all’Università, dove sta lavorando ad un approfondimento sul Don Chisciotte.

La maschera e la messinscena diventano protagoniste della narrazione: padre e figlia, in gessato lui e in abito da principeffa lei, ricreano una realtà parallela fatta di avventure che rimandano sempre ad un episodio di Don Chisciotte e di Sancio Panza. La piccola impavida altri non è che un coraggioso, folle cavaliere: incarna Don Chisciotte. Dall’altro lato, il padre, che ha il compito di accompagnarla nelle sue avventure, cerca di contenerla per limitare rischi e pericoli. Ecco che assurge al ruolo dello scudiero Sancio Panza.

Per far sì che la messinscena sia perfetta, è necessario battezzare con nomi nuovi il mundus alter che viene realizzato. Oltre a Don Chisciotte e a Sancio Panza, non manca la versione rivista di Ronzinante, che diventa Brummante e che rappresenta il mezzo di trasporto preferito dei due avventurosi.

Illustrazione di Snezhana Soosh

Quello che Garigliano compie è un gesto che è quasi uno sforzo, un impegno che pare necessario: creare il senso del fantastico. Lo scudiero vive assieme al suo cavaliere il viaggio e l’avventura. Il padre/Sancio è consapevole di avere a che fare con una creatura che è un concentrato di possibilità, ma  non viene affatto meno la sua fedeltà al ruolo. Vivere la scoperta, il viaggio, il perdersi nei meandri dell’immaginazione, sono esperienze che soddisfano le più grandi necessità umane, alimentandole, ed è questo che Garigliano riesce a fare.

Penso sempre più spesso che dovrei costruire uno spazio in cui lei possa essere isolata all’interno di un tempo cristallizzato, inventato da me.

Come insegna Garigliano, se si vuole conoscere il reale occorre munirsi, come l’eroe di Cervantes di un buon ronzino e di buoni compagni di viaggio per poi abitare insieme un luogo protetto, isolato e magnifico che qui diviene il bunkerino.

Insieme alla sua piccola figlia/Don Chisciotte, il pratico, assennato e sempliciotto, padre/Sancio Panza diventa coprotagonista di una narrazione avventurosa che culmina in un ultimo avventuroso viaggio alla ricerca di uno zoo dalla porta rosa in cui albergano, tra gli altri, pesci invisibili.

Adesso, considerata l’intervista odierna di Alessandro Garigliano  ai microfoni di Fahrenheit, e considerato il suggerimento musicale di sua figlia, Andiamo a comandare, aggiungo anche la mia colonna sonora, sperando che padre e figlia non me ne vogliano.

Signora – dice Sancio rivolto alla Duchessa – dove c’è musica non ci può essere cosa cattiva.

Ecco una citazione dal Don Chisciotte alla quale mi riferisco per parlare di un grande omaggio che Richard Strauss ha fatto. Un libro pieno di musica, in cui persino il protagonista s’improvvisa musico inscenando una serenata a suon di viola. Strauss nel 1898, quasi 3 secoli dopo la prima pubblicazione del Don Chisciotte, ha realizzato un capolavoro sinfonico.  Qui i protagonisti sono caratterizzati attraverso gli strumenti: al cavaliere viene assegnato il violoncello, che sin dal prologo, che precede i 10 episodi, è scelto da Strauss come strumento principale al quale affianca i legni e i fiati.

Sancio Panza brontola attraverso il clarinetto, la tuba e l’ottavino in un alternarsi di melodie che rendono questo immenso componimento il massimo tributo in musica che un’opera letteraria abbia mai avuto.

Questo romanzo di Garigliano è il libro scritto da un padre. Lo dichiara sin dal titolo e non smette di ripeterlo durante la narrazione. Si tratta di un omaggio alla figlia, ma anche alla donna che ama e che incarna insieme Sancio Panza e Don Chisciotte (un esemplare di donna multitasking). Alcune delle pagine che ho amato di più sono proprio quelle in cui descrive la nascita della loro bambina e il ritorno a casa come nucleo familiare allargato.

Spero di avervi incuriosito. Che siate genitori, appassionati di Don Chisciotte o lettori curiosi, questo libro merita di essere letto.

Buona lettura e buon ascolto!

 

 

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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