L’ultimo libro

Questi libri sono per chi ha voglia di perdersi nelle ultime testimonianze di due grandi donne e scrittrici. Per chi crede nel potere salvifico della scrittura. Per chi ha paura di scomparire inosservato.

Cosa si può scrivere sul fine vita, che non sia stato scritto centinaia di volte? Lo scoprirete leggendo questi due memoir scritti da donne molto diverse l’una dall’altra, accomunate dalla piena consapevolezza di essere sul punto di morire. Scomparire inosservati: che paura!

Ho letto da poco In gratitudine, di Jenny Diski, pubblicato da NN e tradotto da Fabio Cremonesi.

Una frase, a pagina 14, ha acceso la lampadina e mi ha proiettato a un anno fa circa, quando lessi Al giardino ancora non l’ho detto, di Pia Pera, edito da Ponte alle grazie. La frase è questa:

Davvero non c’è niente che io voglia fare prima di morire, tranne forse starmene sdraiata a godermi la morfina, sognando a occhi aperti il mio cammino verso l’oblio.

Scrivere come consolazione, come condivisione, come sopravvivenza. Pia Pera è una donna sola, che può contare su un bastone, che è come un talismano, e sul suo cane, Macchia. La malattia la costringe al distacco dal corpo a corpo con la terra e andarsene prima di aver perso ogni forza.

Per il cane cerca di restare, l’unico essere umano a dipendere da lei. Per Macchia e per il giardino deve trovare qualcuno che prenda il suo posto.

La vita è un rapporto simbiotico tra giardiniere e giardino:

Morire non era più una speculazione intellettuale, stava realmente accadendo. Molto lentamente e prima del previsto. Lasciandomi forse il tempo di scrivere in presa diretta del giardiniere di fronte alla morte.

In questo suo ultimo libro, Pia Pera indugia sul suo rapporto con il giardino. Al pari di una pianta subisce i danni delle intemperie facendola divenire altrettanto indifesa e mortale, ma anche meno sola.

Immersa nell’attimo presente faccio finalmente parte del giardino, di quel mondo fluttuante di trasformazioni continue.

La mente si ribella alla condanna:

Traspare forse l’anima in procinto di andarsene? E che bellezza sia proprio questo, intravedere nella caducità l’invisibile?

Sapere prossima la fine aiuta entrambe a riflettere, ma in modi diversi. Entrambe sanno che non arriveranno alla radiosa vecchiaia tanto immaginata. Insieme alle sue piante l’una, e a veder crescere i nipoti l’altra. Entrambe si aggrappano alla vita accettando vani esperimenti medici che danneggiano il corpo e deludono lo spirito.

Pia Pera

Pia Pera dichiara di aver compreso solo durante la sua malattia, che il giardino è il creato in miniatura e l’unica relazione possibile. Non manca una riflessione sull’eutanasia, immaginata come atto privato, solitario e serale, nel tepore del proprio letto. Esclusa questa possibilità, è il giardino il luogo che Pia Pera sceglie per vivere il suo commiato dal mondo.  Nella sua casa di Lucca, circondata dal suo giardino, è scomparsa lo scorso 26 luglio 2016, all’età di 60 anni.

Il corpo inizia presto a tradire e il giardino diventa qualcosa da osservare attraverso una finestra: si fa teatro dell’esistenza di chi  si confessa in un memoir. Un allontanarsi dalla vita con lentezza, senza energie lasciandosi attraversare le stagioni che sanciscono lo scorrere del tempo.

Ma ad un certo punto la solitudine diventa insostenibile. Ecco che un aiutante fisso, Giulio, si trasferisce da lei privandola dell’ultimo baluardo di essere sano: la solitudine.

Più andiamo avanti più scopriamo una donna la sua anima si libra verso l’alto, mentre un corpo decadente diventa zavorra terrena.

Smette di essere giardiniere e diventa pianta. Una consapevolezza rimane: anche solo guardare il giardino è stato bellissimo. Poi la  scrittura si ferma per rinunciare ai rimpianti, fuggire dai rimorsi e concentrarsi sul divenire.

Un libro che mi ha fatto piangere, che mi è rimasto dentro, che è stravolto di sottolineature e post it. Un libro che mi ha fatto venire in mente una canzone di gioia, Sunrise di Norah Jones,che ho scelto come colonna sonora di questo magnifico romanzo autobiografico.

Per Jenny Diski ed il suo romanzo ho scelto invece Aida, uno dei brani più famosi di Rino Gaetano.

Aida non è una donna ma sono tutte le donne che raccontano, ognuna per cinque minuti, la propria storia.

Jenny Diski

Lei sfogliava i suoi ricordi, le sue istantanee come una signora anziana che dopo aver sofferto e gioito con intensità, ripercorre la sua vita tra le vecchie fotografie nella tranquillità della sua stanza. Questa ballata è anche il titolo del terzo album di Rino Gaetano, pubblicato nel 1977. L’Aida cantata da Gaetano è simile a Jenny Diski, che sembra aver vissuto 10, 100, 1000 vite in una.

Il tono di Jenny Diski è molto diverso da quello di Pia Pera. Inizia quando il suo Onc Doc – come chiama il suo oncologo- che le preannuncia che morirà entro 3 anni.

Due o tre anni. La batteria del telecomando della tv si scaricherà prima?

Il consulto diagnostico era l’annuncio di un’ulteriore versione dello spettacolo in cui avrei recitato da protagonista. Ero stata formalmente iniziata al mondo-cancro.

Jenny Diski sa che quello che si appresta a scrivere sarà l’ennesimo diario sul cancro con la stessa storia e lo stesso finale di molti altri già scritti. Con la diagnosi si trova nel bel mezzo del cliché del cancro, ma il modo in cui affronta questo memoir è tutt’altro che lineare.

La Diski è grata, ingrata, arrabbiata e imbarazzata perché si sente così banale e prevedibile. Con una malattia così conosciuta in tutte le sue forme culturali, cosa può dire che non è stato detto un milione di volte? Il futuro inizia a lampeggiare dinanzi a lei, presagendo una preordinata serie di banalità. Ma ecco riemergere anche il passato.
Qui entra in gioco un personaggio comprimario di questa vicenda, il genitore adottivo di Jenny Diski, Doris Lessing. Per una ragazza che ha i genitori ma il cui sogno è sempre stato quello di diventare una scrittrice, l’ingresso in casa Lessing rappresenta il passaggio delle porte del paradiso.

In gratitudine lavora a molti livelli: è il memoir di un’insolita adolescenza, un saggio sulla famiglia disfunzionale, una biografia del premio Nobel, una riflessione cinica su malattia e morte. Ciò che è chiaro è che Jenny Dìski aveva bisogno di raccontare questa storia.

Di Doris Lessing scopriamo, attraverso le parole di chi le è vissuto accanto, una donna votata alla scrittura, dalla quale Jenny coglie le opportunità offerte: la lettura, la conversazione di chi non amava nessuno se non i suoi gatti. Due ex mariti alle spalle e tre figli – di cui due abbandonati alle cure paterne- una vita sessuale esuberante che si infuriava quando veniva definita icona femminista.

Questo libro è anche un memoir in cui si oscilla tra gratitudine ed ingratitudine verso chi si è tanto amato e verso chi si ha certezza di perdere.

La morte ti blocca quando ti stai facendo i fatti tuoi come se niente fosse, quando stai oziando e intanto ti chiedi a cosa potresti pensare. Un attimo, signora, si fermi, il mondo è finito.

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