“L’estate che sciolse ogni cosa” di Tiffany McDaniel

Questo libro è per chi apprezza la scrittura intensa e le trame ricche e travolgenti. Per chi non teme inquietudine e commozione. Per chi, guardando indietro, apprezza luci ed ombre del passato.

 

L’estate che sciolse ogni cosa (edizioni Atlantide, 379 pagine) è l’audace e sorprendente romanzo di debutto di Tiffany McDaniel, che si rivela una nuova voce nella narrativa contemporanea.

Facendo abile uso di surrealismo e magia, questo romanzo tratta temi attuali come il riscaldamento globale, l’AIDS e la discriminazione razziale e di genere. Nonostante questo, è una storia d’amore che ci invita a non essere troppo veloci nel giudicare ciò che è male e ciò che è bene.

Il romanzo è ambientato nella cittadina immaginaria di Breathed, in Ohio. Uno scenario lunare, arido.

Una volta sentii qualcuno definire Breathed la cicatrice del paradiso a noi perduto. E per molti versi lo era, un luogo che celava una ferita perfetta sotto la superficie delle cose.

Le vicende narrate hanno luogo durante la lunga e calda estate del 1984 e si concentrano sulla famiglia Bliss. Autopsy, il capofamiglia, è un integerrimo avvocato, sua moglie Stella un’agorafobica madre amorevole di Grand e Fielding. La famiglia Bliss vive in questa tranquilla piccola cittadina, incurante del fatto che tutto sta per cambiare.

La storia viene raccontata dal punto di vista di Fielding che, settantenne, guarda indietro all’estate dei suoi tredici anni. Un andirivieni tra passato e presente nel quale l’autrice si destreggia abilmente.

Non ero destinato a essere un uomo violento. Ero destinato a ereditare il carattere di mio padre. E di mia madre. Invece alla fine ricevetti in eredità il carattere di quella estate. Quell’estate divenne mio padre. E mia madre. L’origine della mia violenza.

Fielding Bliss non ha mai dimenticato l’estate del 1984: l’anno in cui una ondata di caldo ha bruciato la piccola cittadina di Breathed. Quello è stato l’anno in cui è diventato amico del diavolo.

Quando tutto ebbe inizio

All’inizio dell’estate Autopsy Bliss, pubblica un annuncio sul giornale locale, invitando cordialmente il diavolo per una visita nella cittadina. Non immagina che il suo invito verrà accolto dall’arrivo di un tredicenne di colore che si chiama Sal il quale afferma di essere Satana in persona.

Aveva l’aspetto di uno che si alza all’alba già stanco e lavora fino al tramonto, spossato dalla fatica. Conosceva la resistenza del seme e anche la sua vulnerabilità. La benedizione di un campo fertile e le speranze distrutte di una terra sterile.

Sal porta con sé il caldo schiacciante? È lui la causa della sequenza apparentemente infinita di calamità che ha devastato la città, oppure è un diverso tipo di male che si insinua tra i cittadini di Breathed? Il dubbio s’introduce in seno agli abitanti e al lettore grazie alla fantasia della McDaniel, che fa uso di una narrazione travolgente, interrogandosi sul peccato e sulla redenzione.

Se da un lato la famiglia Bliss accoglie Sal in casa come un figlio, la comunità mostra diffidenza ed intolleranza.

Cominciai a pensare a tutte le cose di cui siamo così certi. L’esistenza del diavolo, per dirne una. scrissi quell’invito pensando che il diavolo sarebbe comparso con il forcone e le corna, rosso fuoco. E poi sei arrivato tu, Sal. Senza forcone.

Il Paradiso perduto

Il punto di forza di questo romanzo è la sua trama immaginativa confezionata in uno stile unico che culmina in momenti di vero impatto emotivo. In  un crescendo di suspense si alimentano fanatismo e isteria che lasciano intuire come andrà a finire questa storia. Basta leggere le citazioni che aprono ogni capitolo e che si riferiscono tutte al Paradiso perduto di John Milton (1608-1674), poema epico che racconta la caduta dell’uomo.

Della prima disobbedienza dell’uomo e del frutto dell’albero proibito, il cui gusto fatale condusse alla morte del mondo.

I personaggi

I personaggi che più mi hanno convinto sono la madre, Stella, e Fielding, anche se ammetto di aver subito il fascino del carismatico Elhoim.

Stella ha paura della pioggia e non esce di casa da anni. Dentro le mura domestiche ha allestito il suo piccolo mondo:

Ci condusse in casa, dove aveva arredato e dipinto ogni stanza in modo da creare invertebrate versioni dei paesi del mondo. […] aveva chiamato falegnami, pittori, artisti capaci di intagliare il Taj Mahal nel nostro tavolo da pranzo, di scolpire la cattedrale di San Basilio sopra il caminetto e la Grande Muraglia lungo la cornice del soffitto.

Poter trascorrere le sue giornate circondata da luoghi ricreati e oggetti provenienti da ogni luogo, le sembra un buon compromesso per evitare il mondo senza soffitto che la terrorizza. La dolcezza di Stella, sepesso facilmente assimilabile ad una profonda ingenuità, mi ha ricordato Marina, una delle voci narranti di Umami.

Un altro personaggio che mi ha convinto è Elohim, l’antagonista.

Elohim vedeva Sal in ogni male. In ogni disgrazia. In ogni morte. E sempre più gente stava seduta ad ascoltarlo, credendo a ogni parola, man mano che il buon senso si scioglieva in sudore, goccia a goccia.

Il suo nome significa “Colui che detiene il potere” in ebraico. Non è stato scelto a caso, perché è proprio Elohim a farsi promotore di una vera campagna antirazziale nei confronti del piccolo diavolo, fino a trascinare la folla in un inarrestabile vortice di violenza.

Evocazioni

Le immagini evocate sono stupefacenti e contribuiscono a coinvolgere il lettore ma in una spirale di turbamenti. La scrittura è potente ed inconfondibile nella sua rappresentazione del pregiudizio e dell’intolleranza, delle crudeltà e dell’odio indiscriminato fanno di questo romanzo un’opera che brilla e strazia. Il dolore, la paura sono sublimati e allo stesso tempo depotenziati proprio da Stella: sarà lei che ci porterà  oltre la barbarie e la psicosi collettiva.  A Stella spetta il traghettamento per la salvezza dalle miserie che non il diavolo, ma l’uomo ha generato e fomentato.

La colonna sonora

Di musica questo romanzo è pieno zeppo, ma quasi mai l’autrice si riferisce a brani in particolare. Fatta eccezione per What a wonderful world e Forever young, si fa riferimento a nenie e soli di violino ai quali mi è stato impossibile risalire.

Io affido la colonna sonora di questo romanzo all’Adagio per archi di  Samuel Barber (1910-1981). L’adagio è il brano centrale del Quartetto d’archi op.11 ed è considerato un tesoro sacro della musica americana. La sua straordinaria e apparentemente universale miscela di dolore, di speranza e di bellezza, conduce in un’atmosfera incantata e carica di emozione.Non a caso l’adagio è stato ripetutamente utilizzato per commemorare le tragedie più devastanti come l’unica musica degna di esprimere l’inesprimibile: l’angoscia, la speranza, la solennità e la compassione. È la catarsi e la redenzione consegnati in musica nuda senza parole, attraverso dei suoni di una bellezza sublime.

Io aspetto il prossimo romanzo di Tiffany McDaniel e vi auguro buona lettura e buon ascolto!

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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