Lions, Bonnie Nadzam

Traduzione di Leonardo Taiuti

Edizioni Black Coffee

2016

Quando abbiamo scelto di leggere Lions alla Confraternita dei lettori* non sapevamo bene cosa aspettarci. Io sarei l’animatrice del gruppo di lettura ma i libri li lascio scegliere ai componenti del club da una terna di titoli che sono accomunati da un tema. Nel mese di ottobre la terna era sulla periferia americana e il nostro libraio, che ci aiuta nel definire le proposte, ci ha suggerito, tra gli altri, questo libro, il primo romanzo nato dalla casa editrice Black Coffee.

La periferia americana c’è tutta dentro questo libro, ma molti di noi si aspettavano una periferia rassicurante come quella di Kent Haruf e invece siamo stati catapultati in una cittadina immaginaria, la Lions del titolo, inesorabilmente sulla via dell’abbandono, popolata più che altro da fantasmi e da pochi superstiti che le restano attaccati senza alcuna via di uscita. 

La storia è tutta costruita attorno ad una tensione costante tra l’andare via rendendosi colpevoli della definitiva morte di Lions o restare e preservarne quella bellezza che si rivela solo a chi la guarda con gli occhi del cuore. La tensione è impersonata da Leight che all’alba dei 18 anni conta i giorni che la separano dall’inizio del college, Leight che è affascinata da tutto quello che c’è oltre i confini di Lions, dalle possibilità infinite che il mondo può offrirle, aggressiva con i suoi concittadini che la vorrebbero trattenere e incapace di accettare la realtà che la circonda; ha un solo obiettivo, andarsene ed essere amata e ammirata. Al polo opposto troviamo Gordon Walker, figlio di Georgianna e John il saldatore; Gordon e suo padre sono lavoratori testardi, non si tirano indietro davanti alle avversità ma non negano mai conforto a chi ne ha bisogno, loro rappresentano Lions, la perseveranza e il desiderio di restare, di mantenere lo status quo e di godere del conforto della routine, dei volti conosciuti, delle abitudini consolidate. Gordon perderà suo padre e vorrebbe seguire il suo destino, farsi carico della comunità, ma ama Leight e le ha promesso che la porterà via, lontano, ma lui cosa desidera? Chiede a Leight di avere pazienza, ma lei non conosce questo sentimento, nell’impeto dell’adolescenza non è capace di aspettare, non desidera capire, vuole solo scappare via lontano.

Nel libro non succede quasi nulla, la narrazione sembra immobile, intervallata dalle leggende che i cittadini si ripetono fino a farle sembrare reali. Se cercate il colpo di scena o la trama avvincente resterete delusi, se invece desiderate farvi cullare dall’indolenza e siete disposti a farvi trasportare in un’ambientazione suggestiva e surreale, allora vi innamorerete di Lions. Le descrizioni sono vivide, sentirete sulla vostra pelle i raggi del sole o della luna, la polvere ineludibile, i campi che scricchiolano, percepirete il rumore della auto sulla highway e dei macchinari che Gorgon usa per realizzare le sue perfette saldature. Vi sembrerà di stare accoccolati sulla poltrona di John a sorseggiare il suo secondo bicchiere di whisky mentre siete immersi nella lettura del vostro western preferito. C’è tanta poesia nell’ambientazione di questo romanzo, nelle espressioni che l’autrice scegli di usare per descrivere il contesto.

Di leoni non se n’erano mai visti. Anche ora c’è solo questa terra, una cotenna di polvere ed erba lucente”.

La forza che traina questo libro è tutta nella tensione tra andare o restare, abbandonare o preservare, dimenticare o custodire. La dicotomia è netta ma non c’è mai un giudizio univoco, l’autrice non ci ha portato a schierarci per una fazione o per quella opposta, in alcuni momenti vorremmo seguire Leight e incoraggiarla a non voltarsi indietro mai, in altri proviamo un’incredibile empatia e tenerezza verso Georgianna o May (la madre di Leight) che si prendono l’incarico di mantenere in vita la città fantasma.

E divisi senza soluzione di incontro siamo rimasti anche noi lettori, tra chi gridava al capolavoro e chi è rimasto tremendamente annoiato e deluso dalla testardaggine di questi personaggi incapaci di spostarsi e di guardare il mondo con lucidità.

Su alcuni punti ci siamo però trovate d’accordo:

  • non è un libro scritto di pancia, c’è molta cura e maestria nel rendere l’ambientazione e nel dar vita a queste forze contrapposte

  • è un libro che non lascia indifferenti, ne abbiamo parlato in modo disordinato e appassionato per oltre un’ora e, nel bene e nel male, eravamo anche noi stregati, vittime dell’incantesimo di Lions

  • gli americani sanno davvero essere fantasiosi nell’accostamento dei cibi – panino con polpettone e marmellata d’uva, anyone?

  • Anche per noi, come per Leight, la felicità consiste in un caffè e una libreria piena di volumi che aspettano di essere letti

  • È un libro complesso che offre moltissimi spunti di riflessione

  • La narrazione infarcita di condizionale e di “si dice” ci ha incuriositi; in alcuni punti sembrava di stare attorno ad un fuoco ad ascoltare un racconto orale all’inizio dei tempi

  • Difficile, quasi impossibile, lasciare Lions!


Questo libro è per gli indecisi, per i dubbiosi, per gli amanti delle abitudini e delle storie in cui non succede nulla, “solo” la vita che scorre e che si può o inseguire o vivere.

La musica?? Ironicamente mi verrebbe da pensare ai The Clash con “Should I stay or should I go” ma la colonna sonora perfetta, secondo me è Bruce Springsteen e in particolare “Born to run”, “Darkness of the edge town”, “Nebraska” ma più di tutte “Thunder road

 

*La Confraternita dei lettori è il gruppo di lettura che si riunisce presso “La Confraternita dell’uva – Libreria – Caffè – Wine bar” a Bologna

 

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