“Le otto montagne” di Paolo Cognetti

Questo libro è per chi dialoga con il paesaggio che attraversa. Per chi ha dei luoghi talmente intimi da essere rifugi. Per chi sa guardarsi indietro meravigliandosi nel (ri)scoprire chi si è profondamente amato.

La montagna non è un tema narrativo che di solito attira la mia attenzione. Vivo in una città di mare e l’unica montagna che vedo quasi ogni giorno è l’Etna. Forse per questo ho trascurato letture di romanzi che dedicano spazio a descrizioni di luoghi a me tanto estranei.

Le otto montagne di Paolo Cognetti pubblicato nel 2016 da Einaudi è una bella eccezione e oggi lo ripongo accanto ad altri due libri sulla montagna che ho amato molto: Sulla traccia di Nives, di Erri De Luca e Neve, cane, piede di Claudio Morandini.

La montagna è protagonista e testimone delle vicende che si svolgono in queste pagine la cui prosa è poetica, antica. Quello di Cognetti è un modo di guardare la montagna  e descriverla che dimostra appartenenza e devozione. Il suo è un romanzo che lega al tema centrale della montagna, la vita, i rapporti umani, la distanza e l’importanza sia della parola che del silenzio.

Le Dolomiti rappresentano la genesi di questo romanzo, le Alpi il suo epilogo.

È in un rifugio sulle cime delle Dolomiti che,  in un sabato di ottobre del 1972 i genitori di Pietro, voce narrante e protagonista di questo romanzo, hanno celebrato le loro nozze. Dopo il matrimonio, i due emigranti veneti si sono ritrovati a Milano, per lavoro e per offrire un futuro all’unico figlio nato dalla loro unione.

Nei lunghi mesi invernali non resta loro che sbirciare la montagna attraverso il parabrezza dell’auto, come se solo la vista di lontane rocce innevate possa in qualche modo lenire la costante ed immutabile nostalgia verso le amate Dolomiti.

Il romanzo è diviso in tre parti. Nella prima, Montagna d’infanzia, Pietro ripercorre gli anni di quando, poco più che dodicenne, insieme alla sua famiglia si recava in montagna, a Grana, un paesino ignorato da tutti, snobbato dai turisti, un luogo abitato da quattordici anime dove la famiglia di Pietro decide di trascorrere la pausa estiva.

In questo luogo ognuno di loro ha una quota prediletta, un paesaggio che gli somiglia. La madre quello boscoso, colorato da rododendri e tarassaco, ricco di torrenti dove il pascolo tiene compagnia. Il padre quello roccioso, privo di vegetazione e coperto di neve. Un luogo destinato ai solitari, a chi, trovandosi davanti un bivio, sceglie sempre la via che sale.

Pietro è un’estraneo in un luogo che non ha mai conosciuto, un intruso. Osserva i suoi genitori e si accorge del repentino cambiamento che la montagna provoca nel padre.  L’uomo silenzioso, burbero e intransigente col quale è abituato a scontrarsi nei lunghi mesi invernali di città, in montagna si trasforma in una persona felice,  loquace e allegra. La metamorfosi è fisica oltre che caratteriale. In montagna il padre diventa un’altra persona:

Di nuovo nei suoi vecchi panni diventava un altro uomo.

In questo luogo d’infanzia, Pietro conosce Bruno, che lì ci è nato e odora di montagna. Bruno ha un’educazione casalinga, vive in un alpeggio insieme alla sua famiglia e impara il mestiere del casaro. Questo incontro sancisce l’inizio della metamorfosi del ragazzo di città, che d’estate cambia pelle e si trasforma in montanaro. L’amicizia tra i due, nata grazie all’intromissione della madre di Pietro, diviene d’interesse anche per quel padre che fino ad allora aveva intrapreso scalate solitarie. Adesso l’avventura può essere condivisa. 

È in montagna che Pietro conosce un altro padre.

Il silenzio è un tema costante di tutta la narrazione. Un padre di poche parole pretende silenzio anche quando attraversa insieme al figlio i boschi e i torrenti per avvicinarsi alle vette. Sono due solitudini che vanno insieme.

Cognetti riesce a raccontarci le vite di esseri silenziosi ai quali quasi mai viene data la parola, attraverso i gesti, le emozioni che giungono fino al lettore. In tutto il romanzo tessere le trame delle relazioni è un compito riservato ad una donna, la madre, per la quale il silenzio è l’origine di tutti i mali. Sarà la madre a far si che si instauri tra Pietro, Bruno e il padre, un rapporto simbiotico, di complicità, che li legherà ben oltre le escursioni estive.

A un certo punto però, nel pieno dell’età adolescenziale, Pietro decide di non seguire più le orme del padre in montagna. Preferisce sperimentare i luoghi ormai familiari con altra compagnia: gli amici che non hanno il culto della fatica o della conquista. Ecco quindi l’allontanarsi dalla montagna d’infanzia:

Era un fatto triste, bello e inevitabile.

La colonna sonora di questa prima parte è La Sinfonia delle Alpi, di Richard Strauss. Questo poema sinfonico, composto tra il 1911 e il 1915, rappresenta l’omaggio di Strauss alla montagna, e in particolare alle Alpi bavaresi che ammirava dalla sua villa a Garmisch. Strauss percorre in  musica un viaggio iniziatico che ha inizio in notturnae, dopo un ciclo naturale ideale che va dal risveglio all’imbrunire, durante la notte termina. Strauss mette in musica le emozioni che suscita la vista di paesaggi, boschi, ruscelli, torrenti miste ad entusiasmi e paure di chi affronta un paesaggio nuovo.

Il grande poema sinfonico del compositore tedesco contiene 22 momenti, alcuni dei quali sono dei magnifici richiami alla natura: Auf dem Gipfel (sulla cima) affida all’oboe il racconto dell’immensità che si mostra alla vista del compositore. Auf dem Gletscher (sul ghiacciaio), mette in risalto violini e viole acutissimi, trombe e clarinetto stridenti  e, sul finire, un rullo di timpani.

Se la prima parte è accompagnata da un maestoso poema sinfonico che vede protagonista un organico imponente, la seconda parte è ben rappresentata in musica da una Sinfonia che piacque molto a Richard Strauss: la Sinfonia n°3  (1896) di Gustav Mahler.

Nel romanzo la seconda parte, La casa della riconciliazione, riprende la narrazione quando Pietro ha 31 anni e suo padre è morto. La casa del titolo è un rudere lasciatogli in eredità dal genitore proprio a Grana. Questa è l’occasione per Pietro di riconciliarsi con l’amico perso di vista ormai da molti anni e per guardarsi indietro, scoprendo un padre che non aveva mai conosciuto.

L’eredità che avevo ricevuto mi sembrò piuttosto un risarcimento, o una seconda possibilità, per la nostra amicizia interrotta.

Paolo Cognetti

Partecipare alla ricostruzione di quella casa, è come realizzare il sogno del padre che vuole ricongiungere questi “due figli” affinché possano insieme mantenerlo in vita attraverso la memoria. Impegnati in questo lavoro, Pietro e Bruno si confrontano scoprendo di aver conosciuto un padre diverso.

Pietro decide di andare alla scoperta dell’uomo ritrovato solo alla morte, e per farlo si mette sulle sue tracce, seguendo i percorsi che aveva tracciato. Compie un viaggio a ritroso per recuperare frammenti di memoria.

Ecco quindi la connessione con il quarto movimento della Sinfonia n°3 di Mahler, Sehr langsam, Misterioso “O Mennsch! gib acht: un inno all’uomo e alla vita, uno dei Lieder più ammalianti di Mahler, dove il contralto solista intona, su un accompagnamento di violoncelli e contrabbassi, le parole del Canto della mezzanotte, tratto da Così parlò Zarathustra di Nietzsche.

Cantate voi stessi la canzone, che s’intitola: «Un’altra volta», il cui significato è «Per tutta l’eternità!» — cantate, uomini superiori, il rondò di Zarathustra!

— Bada o uom! che dice a te
     la profonda mezzanotte?
— Grave il sonno su di me
     scese stanotte.

Ora svanì.
     Mi ridesto: assai profondo,
     più che non pensasse il dì,
     è questo mondo.

La sua gioja è più profonda
     de la pena. L’ora mesta
     cede il luogo alla gioconda.
     Quella dice: «Passa»; questa
     dice: «T’arresta».

Vuol per sè l’ora gioconda
     la profonda — eternità.

 

La Sinfonia n°3 pone  al proprio centro il tema della natura e il suo confronto con l’uomo. Non è un caso che sia stata composta in un luogo simile a Grana, nel villaggio di Steinbach am Attersee,  dove Mahler si stabilì insieme al fratello Otto, abitando in una piccola e modesta abitazione di appena sei metri per sei, con sole tre finestre,  immersa in un panorama mozzafiato.

La terza ed ultima parte del romanzo, Inverno di un amico, è permeata dalla nostalgia che sovviene dopo essersi guardati indietro. Per questo ho scelto una musica composta dall’italiano Ezio Bosso: Clouds, the mind of the (re)wind. Vi consiglio di guardare il video, caricato sul canale Youtube del pianista e compositore che ascoltiamo al piano, accompagnato al violino da Giacomo Agazzini su immagini di nuvole danzanti realizzate da  Seaottersoup.

Un crescendo in musica accompagna Pietro ormai adulto  alla scoperta di montagne che siano solo sue, e per questo compie un lungo viaggio la cui meta finale è l’Himalaya, dove gli verrà svelato  il segreto delle otto montagne. Intanto Bruno, amico e fratello adottivo, sembra restare indietro, immobile nell’unico luogo al quale sente di appartenere, tra quelle montagne per  realizzare i suoi sogni e trasformare la sua casa nel centro del suo mondo.

Vi lascio alla lettura di un romanzo che per me è già un classico. Lo faccio citando Nives Meroi:

Questo [la montagna]  è un posto insaziabile, vuole tutto e spesso neanche basta.

Buon ascolto e buona lettura!

 

 

 

 

3,426 Visite totali, 4 visite odierne

by

Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *