“Le notti blu” di Chiara Marchelli

Questo libro è per chi rimane. Per chi riconosce messaggi inesorabili negli indizi. Per chi non vuol sapere, nonostante tutto.

Mi ero ripromessa di leggere tutti i candidati al Premio Strega 2017 e ci sono quasi riuscita. Le notti blu di Chiara Marchelli (Giulio Perrone Editore) ha subìto da parte mia una serie di tori immeritati: è passato dalla cima della pila dei libri allo scaffale della libreria senza mai essere sfogliato. Me ne sono riappropriata qualche giorno fa, e l’ho letto in poche ore. La mia ostinazione a posticiparne la lettura, lo ammetto, era dovuta al tema trattato: Michele e Larissa sono una coppia sposata da più di trent’anni, vivono a New York mentre il loro unico figlio, Mirko, sceglie di far ritorno in Italia per sposare Caterina.

Quando è successo, Michele stava mangiando le acciughe fritte.

Questo incipit non promette cose belle. Io ricordo esattamente cosa stavo facendo il 23 maggio 1992, o il 19 luglio di quello stesso anno, e ancora l’11 settembre 2001. Un genitore che sopravvive al proprio figlio ricorda esattamente cosa stava facendo nel momento in cui questo è mancato.

Immediatamente dentro la storia: Chiara Marchelli ci dice che il protagonista stava mangiando acciughe quando è successo. Una pagina nel passato, per poi essere catapultati nel presente delle vite della coppia, 5 anni dopo quella data.

Il passare del tempo invece di alleviare i pesi ne moltiplica gli echi.

Chiara Marchelli ci proietta nella sera del 31 dicembre di 5 anni dopo che il figlio ha reso orfani i genitori. Entrando nelle loro vite, ci accorgiamo che è ancora troppo presto per il sollievo e ritroviamo Michele nel solito bar in cui si confonde con le luci basse e annega i pensieri in un torbato. Il bar del sollievo temporaneo appare come non luogo e diviene l’unico posto dove è possibile attuare la decompressione necessaria per sopportare i restanti giorni di settimane che si susseguono sempre uguali. Suonala ancora, Sam. Mentre il tempo passa, gli sentiremmo dire se si trovasse nel fumoso Rick’s Café.

Il tempo del dolore è apparentemente quieto e profondo e Michele e Larissa cercano di rispettare l’equilibrio di Nash, la cui teoria diventa il contrappunto delle relazioni di questa famiglia ormai ridotta ad un nucleo.

Una telefonata da parte di Caterina, che aveva trasformato il ruolo privilegiato del figlio in quello di marito, sancendone la distanza formale, interviene nell’equilibrio conquistato a fatica: una lettera, una richiesta di riconoscimento di paternità, giunge a sconvolgere le vite di chi è rimasto.

La mancanza è il filo conduttore di tutta la narrazione. La mancanza come perdita di un figlio che rende i genitori orfani invertendo le regole della vita cui siamo abituati.

Non si muore dopo i propri figli. Non si va a recuperare il loro cadavere da un letto, sfigurato da un incidente, devastato da una malattia.

La mancanza è anche quella che sopporta Caterina, costretta a vivere i luoghi del quotidiano condivisi con l’uomo che probabilmente non ha mai veramente conosciuto. Chi era Mirko? Il marito, il figlio che tutti credevano, forse, era una persona diversa. Fino a che punto conosciamo chi ci sta a fianco? Fino a che punto siamo disposti a credere ciò che non è mai stato?

Se non sopraggiunge la morte a salvare i genitori orfani, allora l’unico rimedio sono le notti blu, le notti insonni trascorse a scaldare del latte che non verrà bevuto perché rappresenta la madeline di proustiana memoria, la fascinazione di ciò che non ci è più dato avere.

Dura da digerire la pagina in cui la Marchelli racconta la morte e del modo in cui ci si ostina a vederla in maniera univoca, come una tragedia:

La morte di chi sta male può servire a lasciare spazio alla vita.

Una riflessione potente, che io leggo come speranza per chi resta. Una visione che si apre a Michele quando scopre che forse non tutto è perduto:  se esiste la anche solo remota possibilità di un nipote di otto anni, allora questo rappresenta la promessa di un nuovo inizio. Eppure le reazioni di questi due genitori alla possibilità di essere nonni viene affrontata da ciascuno a modo suo, in un’elaborazione mai condivisa, privata e solitaria dell’accettazione di un’eventualità che prende forma.

Un libro carico di dolore, ma altrettanto pieno di speranza che ci riconduce ad un altro tema. Da una parte la mancanza, dall’altra la presenza:

Se c’è una regola nell’amore è questa: soccorrersi senza bisogno di chiamarsi.

Michele e Larissa sono sposati da trent’anni e sono sopravvissuti al lutto peggiore che potesse capitare loro. Entrambi possono contare sulla presenza dell’altro che diviene l’unico appiglio possibile.

La possibilità che apre davanti la coppia la possibilità di qualcosa di nuovo destabilizza e stordisce. Larissa è condizionata dall’attesa. Tornare alla quotidianità in fretta sembra essere il suo unico scopo. Tornare allo scorrere del tempo seduti sul bordo di un precipizio  con i piedi a penzoloni, perché Larissa sa che un nipote non le ridarà il figlio perduto. Michele invece, si aggrappa alla speranza disperata che nel mondo esiste una parte di Mirko che cammina, vive, respira e probabilmente porta sul viso i tratti di Mirko.

Se Michele è disposto a tutto pur di incontrare il piccolo André, Larissa non fa ciò che ci aspettiamo: non corre a rivendicare un bambino in parte anche suo, ma rimane nel limbo di madre orfana.

Ecco che la montagna che si sgretola diviene metafora di quel frantumarsi intimo, lento e irrefrenabile. Chi credevano di conoscere non esiste più e probabilmente non è mai esistito. La ferocia è l’unico istinto ad aver tenuto in vita Larissa:

Nessuna speranza, nessuna accettazione, nessuna tenerezza. Ferocia, ferocia pura e violentissima.

Non c’è spazio per la musica in questo romanzo. Avvertiamo la neve che cade a fiocchi, il cubetto di ghiaccio che Michele usa per rinfrescare il suo whisky, e poi una musica, che non ci è dato sapere quale sia:

C’è una musica in sottofondo. Qualcosa di classico, ma niente che lui conosca. Michele prova a immaginarsi la casa vuota immersa in quella musica, lei sul divano dove hanno parlato, dalla finestra la catena del Monte Bianco coperta di neve sotto un cielo rosa.

Io leggendo queste pagine ho avuto in testa tutto il tempo Vocalise di Sergej Rachmaninov. Composta e pubblicata nel 1915 come ultima delle sue 14 canzoni. Scritta per voce alta – soprano o tenore- con accompagnamento di pianoforte, non contiene parole, ma viene cantata usando una vocale scelta dal cantante.Una delle interpretazioni che preferisco è quella del soprano Anna Moffo, alla quale affido la voce di Larissa, quando le esce un grido dall’anima.

Le versioni di questo brano sono tantissime, affidate a voci sempre diverse. Vi consiglio quello della tuba di Alessandro Fossi, strumento spesso sottovalutato e poco utilizzato in performance solistiche sia da camera che con orchestra. Ancora, ecco la versione con violoncello eseguita da Misha Maisky, forse un po’ troppo veloce, ma altrettanto suggestiva.

Buon ascolto e buona lettura!

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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