“Le nostre anime di notte” di Kent Haruf

Questo libro è per chi apprezza il racconto del quotidiano. Per chi ha voglia di tenerezza. Per chi ama le storie raccontate alla luce di un abat-jour. Per chi crede che la propria libertà finisce dove inizia quella altrui. Per chi vuole trascorrere un paio d’ore piene di sorrisi, lacrime e amore.

Ho atteso questo libro con timore. Dopo aver letto la trilogia della Pianura pensavo che Kent Haruf (1943-2014) non avesse più nulla da dire, perché in quei romanzi erano già contenute tutte le emozioni che un lettore può provare. Malgrado questo, ho acquistato la mia copia di Le nostre anime di notte, mi sono chiusa in casa e ho trascorso bellissime ore in compagnia di Addie e Louis.

In questo suo ultimo romanzo è evidente l’urgenza di finire in fretta, come dichiara nella postfazione il traduttore Fabio Cremonesi. Questo è il suo testamento letterario, concluso poco prima della morte e pubblicato postumo.  Haruf lo ha scritto a 71 anni e lo ha dedicato a sua moglie la quale, in una recente intervista in occasione della presentazione italiana del libro, ha detto esplicitamente che l’intenzione di Haruf era proprio quella di scrivere un libro che raccontasse di loro, due vecchi che si parlano di notte di tutto: della vita, della morte, dei figli, di frustrazioni e risentimenti.

Le nostre anime di notte si apre e si chiude con una telefonata. Racconta il quotidiano, e a farlo è un uomo che ha avuto il coraggio di descrivere due vite tanto straordinarie quanto comuni. La storia è quella di Addie e Louise, due anziani vicini di casa che abitano a Holt, la cittadina creata dalla fantasia di Haruf dove è ambientata anche la trilogia della Pianura. Entrambi vedovi e genitori di figli ormai lontani, decidono di trascorrere le notti insieme.

Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al cado nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?

Il lettore è immediatamente coinvolto nelle vite di Addie e Louis. Haruf sviluppa la storia con rapidità: non ha tempo né ne possiedono i due protagonisti. La felicità non può essere rimandata. Questa, una volta conquistata, viene stravolta dall’arrivo di Jamie, il nipote di sei anni di Addie, che va a vivere a casa della nonna durante i mesi estivi. L’idillio viene soltanto sospeso, e i tre riescono a creare nuove consuetudini alle quali si adattano.

Il modo in cui Addie e Louis superano i piccoli cambiamenti incoraggia  e riempie di ottimismo e gioia. Per essere felici bisogna essere liberi, liberi anche di non curarsi di ciò che gli altri si aspettano da noi. La bellezza di questo libro sta proprio nel fatto che i protagonisti sono due anziani, che nel pensiero comune dovrebbero essere relegati ad una vita solitaria, al servizio dei figli. Haruf sovverte le aspettative e concede a Addie e Louis una seconda giovinezza, un ultimo tentativo di felicità anche a rischio di scandalizzare chi si ostina a non voler credere che sia possibile.

Non so come andrà, confessa Louis. Nervoso come un adolescente incerto sul da farsi, riesce comunque a farsi coinvolgere dall’entusiasmo di Addie. Entrambi possiedono la saggezza di una lunga vita e la gentilezza di persone che non resistono al brivido di conoscere l’altro, notte dopo notte. Al buio di quella che diventa la loro camera da letto, in Cedar Street, Addie e Louis possono finalmente raccontarsi, parlare dei propri fallimenti e delusioni, delle perdite e delle tragedie che hanno segnato le loro lunghe vite.

Queste notti divengono rituali in cui l’amicizia si alimenta e si trasforma in intimità ed infine in amore. Haruf ci dimostra ancora una volta di come la felicità poggi su cose fragili e semplici. Parlare al buio di notte consente di meditare insieme sulla solitudine lungamente vissuta e dei rimpianti che custodiscono da lungo tempo. Addie e Louis non fanno ciò che gli altri si aspettano da loro.

Conoscere bene qualcuno alla mia età. E scoprire che ti piace e che in fondo non sei completamente inaridito.

La tenerezza pervade tutto il romanzo, gli imprime un ritmo. Ogni momento della giornata, ogni ricordo, viene messo sotto una lente d’ingrandimento e diviene evento di straordinaria importanza. Anche le persone con le quali hanno condiviso la loro vita prima di questo nuovo inizio, possiedono la stessa tenerezza.

La colonna sonora che ho pensato per questo libro è composta da due arie tratte da due delle mie Opere preferite. La prima è Già nella notte densa, il duetto d’amore dell’Otello (1874) di Giuseppe Verdi (1813-1901). Il dramma lirico in quattro atti su libretto di Arrigo Boito è tratto dalla tragedia di William Shakespeare.

Qual è la relazione tra un romanzo americano contemporaneo e l’aria della penultima opera verdiana? Entrambi rappresentano la porta d’ingresso nel labirinto della memoria dei rispettivi protagonisti. Otello e Desdemona in questo duetto che chiude il primo atto, non fanno altro che ricordare le loro storie e le loro vite prima che Iago inneschi la miccia della tragedia.

Mio superbo guerrier! Quanti tormenti,
quanti mesti sospiri e quanta speme
ci condusse ai soavi abbracciamenti!
Oh! com’è dolce il mormorare insieme:
te ne rammenti!
Quando narravi l’esule tua vita
e i fieri eventi e i lunghi tuoi dolor,
ed io t’udia coll’anima rapita
in quei spaventi e coll’estasi in cor.

Un violoncello apre questa scena prima che la voce del moro di Venezia ne raggiunga l’intensità con la voce, ed entrino in scena gli altri archi. Un brano musicale, questo, che non mi stanco di ascoltare. La ricchezza delle modulazioni sonore sancisce l’inizio del ricordo, anche qui rappresentato dalla rievocazione intima dell’assenza. Cosa fanno Addie e Louis se non celebrare chi non è più con loro? Le voci di Otello e Desdemona si alternano riflettendosi l’una nell’altra proprio come avviene nelle lunghe notti cariche di parole dei due anziani in Cedar street.

Otello, come Louis, abbandona l’iniziale rigidità e si lascia andare all’amore:

Ingentilia di lagrime la storia
il tuo bel viso e il labbro di sospir;
scendean sulle mie tenebre la gloria,
il paradiso e gli astri a benedir.

Inizia così l’unificazione delle due voci accompagnate dal vibrato degli archi. Verdi riesce tanto quanto Haruf ad indagare la passione attraverso un linguaggio unico. L’aria è costruita come un mosaico di stati d’animo cangianti: le tensioni di Otello, come quelle di Louis, si ammansiscono consentendogli finalmente di guardare con fiducia al futuro:

Disperda il ciel gli affanni
e amor non muti col mutar degli anni. Otello

Abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Louis

L’epilogo di questi due immensi amori, seppur molto diversi, è caratterizzato dall’intromissione di egoismo e paura. Nel caso di Addie e Louis c’è l’aggravante di chi non comprende che la libertà non viene meno con l’avanzare dell’età.

Un’altra aria che secondo me ben si abbina a questo romanzo è Vogliatemi bene, tratta da Madame Butterfly (1904) di Giacomo Puccini (1858-1924). L’aria non è tra le più note della celeberrima tragedia giapponese in tre atti su libretto di Giuseppe Giocosa e Luigi Illica.

Vogliatemi bene,
un bene piccolino,
un bene da bambino
quale a me si conviene,
vogliatemi bene.
Noi siamo gente avvezza
alle piccole cose
umili e silenziose,
ad una tenerezza
sfiorante e pur profonda
come il ciel, come l’onda
del mare.

È notte serena!
Guarda: dorme ogni cosa!

In fondo quello di Butterfly è un amore quasi esclusivamente platonico e nutrito al riparo di una camera da letto. Una passione consumata in solitudine, incurante della realtà esterna. Una tenerezza privata come quella di Addie e Louis. Ciò che Butterfly chiede a Pinkerton non è altro che la tenerezza che si concede ad un bambino, fatta di piccole cose e gesti che sfiorano. Butterfly somiglia molto a Addie. Pur di realizzare il suo sogno ripudia tutto e tutti.

Un bel libro provoca emozioni non dissimili da quelle derivanti dall’ascolto: non smette di dirci qualcosa al termine della lettura, ma continua ad insinuarsi nella nostra vita, alimenta speranze e sprigiona significati sempre nuovi.

Non aggiungo altro ad un commento su un libro del quale è stato detto tutto. Rispondo solo ad una domanda che mi è stata fatta: il finale ti ha lasciato quale emozione? Io rispondo speranza, perché anche quando sembra che il sogno stia per sgretolarsi, che non ci siano più vie d’uscita, il telefono squilla.

Buona lettura e buon ascolto!

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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