“Le mie condoglianze” di Dulce Maria Cardoso

Questo libro è per chi conosce bene i propri nemici. Per chi è incapace di perdonare, di amare o di lasciarsi alle spalle un passato da dimenticare. Per chi accumula legami tristi e ferite.

Se potessi scegliere un colore per dipingere la parete dietro cui abitano i libri della mia amatissima Dulce Maria Cardoso, probabilmente sceglierei un nero tendente al viola. Già in Sono tutte storie d’amore Dulce Maria Cardoso rivela il lato oscuro dell’esistenza, ma è in questo suo secondo romanzo, pubblicato nel 2005 e tradotto per Voland da Daniele Petruccioli, che il lato oscuro della scrittrice portoghese riesce a prendere forma pienamente.

In una notte tempestosa Violeta, ha un incidente stradale. Osservando una goccia d’acqua sospesa nel vetro in frantumi, che si ostina a non cadere, Violeta ci accompagna in un viaggio nel suo passato, raccontando una vita fatta di solitudine, segreti e bugie.

Dulce Maria Cardoso riesce a rendere tutti i comprimari indimenticabili. Ci sono Dora, la figlia di Violeta, che lavora come cassiera in un supermercato; Angel, il fratellastro è un clown mite, che vive in un appartamento di due stanze abitate da un elefante di giada, ballerini e un cesto di frutta di cigni; Celeste, sua madre che parla francese e non perde occasione per criticare ciò che fa la figlia.

Tra loro c’è Violeta, “un’obesa indecisa se appartenere al tipo I o II”, che nelle stazioni di servizio trattiene occasionalmente l’appetito sessuale dei camionisti. La scena in cui fa sesso con un camionista sul pavimento di un bagno pubblico in una notte piovosa è terribile. L’uomo magro e ubriaco è solo un altro nel suo rosario di mutilazioni spirituali. Il rapporto avviene senza paura e senza amore, sul pavimento freddo e scomodo, mentre Violeta fissa una macchia di umidità sul soffitto e pensa all’incontro che presto avrà con le sue clienti. È una venditrice di ceretta e accessori per la depilazione, con il bagagliaio pieno di omaggi come ampolle in acciaio inossidabile o stuzzicadenti in porcellana.

l’uomo smanetta con i gangi del mio reggiseno, lo aiuto, le sette mi cascano giù sulla pancia, due brutti ammassi di carne, non provo vergogna, non ne ho mai provata, lui si china e mi prende un capezzolo in bocca, gli carezzo la testa, un neonato che ciuccia. Dora, Dora come un cagnolino che cercava la mammella con gli occhi chiusi, si fa allattare, affamato, sono nuda, un corpo in attesa della fine, lo prego, ammazzami

conosco l’amore per sentito dire

In questa storia il racconto è fatto in prima persona con frasi sparse,  lezioni di francese, aneddoti e battute ripetute ossessivamente.

L’autrice sa bene come presentare il vertiginoso decadimento fisico e morale di una famiglia le cui relazioni sono fondate su menzogna e silenzio, “Le mie condoglianze” è anche il racconto autobiografico di una donna caduta in miseria, incapace di perdonare, di amare o di lasciarsi alle spalle un passato di agonia. Violeta continua a ripetere, come una litania, che ci riproverà il giorno dopo, fino a quando una crudele verità si dipana davanti ai suoi occhi: e se non ci fosse un domani?

Questo romanzo è stato per me una scoperta sbalorditiva, un caleidoscopio insostituibile di parole, un meticoloso puzzle eretto con i frammenti più fini della sensibilità umana.

Dulce Maria Cardoso

L’autrice, che è portoghese e ha trascorso la sua infanzia nella capitale angolana, ha uno stile letterario molto particolare. Le frasi sono brevi, separate da virgole, senza punto finale, prive di paragrafi o maiuscole. Le sensazioni diventano flusso di coscienza, si accumulano come un liquido amaro che penetra lentamente nel corpo, un amaro che va dritto al sangue e inebria il lettore.

Il titolo originale,”Os meus sentimentos” può essere inteso nel senso letterale, ma rappresenta anche l’espressione del rimpianto, delle condoglianze (ottima traduzione in italiano), che è anche usato in Portogallo. Il testo di Dulce Maria Cardoso ci ricorda  José Saramago, ma ci offre in più una terrificante dose di lirismo e crudezza. La sua efficace formula di scrittura aggiunge frasi sparse nel mezzo di questo fiume di parole interrotte da fervidi ricordi che creano associazioni mentali e illuminano la narrazione. Queste reminiscenze costruiscono l’essenza della protagonista e sembrano rafforzare il ritmo allitterativo che caratterizza la nostra memoria.

Violeta, un nome di fiore che è anche un colore (quello del lutto appunto), compone un triste legame della sua vita dal momento in cui si trova appeso alla cintura di sicurezza, a testa in giù, dopo l’incidente d’auto.  Violeta non sente dolore fisico, non sente nemmeno il peso del suo grasso in abbondanza, c’è un distacco tranquillo che produce tutto il dolore, dolore che non è nella carne, che è parte della sua natura psichica e frutto amaro del suo passato.

La sua mancanza di autostima sembra ridotta a una sorta di cinismo senza speranza. Quando era una ragazza, si abbandonava all’oscurità dei film, si permetteva di sentire e toccare il sesso dei ragazzi che si schieravano per avere la possibilità di provare piacere adolescenziale. Quando il film finiva, i ragazzi la ridevano mentre le altre belle ragazze uscivano a braccetto con i loro fidanzati. Il senso di pietà che ha per se stessa si trasfigura in un cinismo senza speranza, mescolato a un desiderio di punizione.

Dora disprezza la madre, tra loro vige una lotta eterna di coloro che sanno di essere ferite. Violeta vede sua figlia – la parte migliore di se stessa – un avversario eccellente. È una rivale che chiede un amore improbabile. Mentre Dora è irritabile, si vergogna di sua madre e annuncia che sta per lasciare la casa.

 

Con Violeta ci rendiamo conto quanto il passato sia un posto molto pericoloso, forse il posto più pericoloso di tutti. Ci sono pochi libri in cui l’innovazione estetica si combina così perfettamente con una splendida lucidità nella narrativa e un’analisi acuta e dolorosa delle bugie con cui pretendiamo di vivere giorno per giorno.

Nessuno può aggiustare il passato, punto

In questo caleidoscopio non possiamo un brano malinconico portoghese, una voce femminile, quella di Amalia Rodrigues. La cantante, scomparsa a 79, modulava la sua voce con infinite variazioni ispirandosi a temi come nostalgia, amore e morte. C’è un suo brano, Lagrima, che ricorda quella goccia d’acqua sospesa nel tergicristallo di quell’auto dove Violeta è imprigionata, tra il suo presente e il suo passato.

quando ci mettiamo in una vita non sappiamo farcene una diversa

Buona lettura e buon ascolto!

Cinzia

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