“Le cure domestiche” di Marilynne Robinson

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Questo libro è per chi sta aspettando qualcosa. Per chi ha subito una perdita. Per chi conosce la fragilità dei rapporti umani. Per chi vuole compiere un viaggio tra luci ed ombre. Per chi è disposto a qualsiasi cosa pur di ottenere la libertà. 

Mi chiamo Ruth. Sono stata allevata, insieme a mia sorella più piccola, Lucille, da mia nonna, Mrs Sylvia Foster, e quando lei morì, dalle sue cognate, Miss Lily e Miss Nona Foster, e quando loro scapparono via, da sua figlia, Mrs Sylvia Fisher. Siamo passate da una generazione all’altra, ma abbiamo sempre vissuto nella stessa casa, la casa della nonna, costruita per lei da suo marito, Edmund Foster, un impiegato delle ferrovie che lasciò questo mondo molti anni prima che io ci entrassi. Fu lui che ci relegò quaggiù in questo posto inverosimile.

Questo è l’incipit di  Le cure domestiche, l’opera prima di Marilynne Robinson, una scrittrice di straordinario talento. Pubblicato nel 1980 con il titolo Housekeeping, 36 anni dopo arriva in Italia grazie ad Einaudi, nella traduzione di Delfina Vezzoli.

La narratrice è Ruth. La storia che ci racconta è quella della sua giovinezza a Fingerbone, una piccola comunità isolata tra le montagne dell’Idaho, nel Midwest, dove si intrecciano le vicende di tre generazioni di donne. Un romanzo sui legami familiari che sovverte immediatamente la struttura patriarcale del nucleo tradizionale: gli uomini sono relegati ai margini della narrazione, fatta eccezione per Edmund, il nonno di Ruth. Questa è la storia di personaggi femminili di rara bellezza, donne che restano e che ritornano.

Le cure domestiche è un capolavoro letterario caratterizzato da una prosa lirica e da una narrazione piena zeppa di riferimenti simbolici. Perdita, abbandono, transitorietà e relazioni familiari, sono gli argomenti che la Robinson sviluppa magistralmente in appena 200 pagine di narrazione.

Marilynne Robinson

Marilynne Robinson

La trama, ben introdotta nell’incipit, è semplice. Durante l’infanzia di Ruth, il padre ha abbandonato lei, la sorella Lucille e la madre Helen facendo perdere le proprie tracce. Ruth e Lucille saranno successivamente abbandonate sulla porta di casa della nonna Sylvia dalla madre, che subito dopo si suiciderà gettandosi nel lago dove era morto il nonno Edmund, in uno spettacolare disastro ferroviario. Abbandono e morte tragica entrano subito nella narrazione come protagonisti necessari allo svolgersi degli eventi.

La casa di Fingerbone è l’unica costante di questo romanzo. Una casa solida, costruita dal nonno su una collina per evitare il rischio di inondazioni causate dallo straripamento del lago vicino. L’abitazione Le cure domestichefa da sfondo a questa storia tutta al femminile. Si trova in prossimità di quel lago che è la tomba del nonno, delle vittime come lui del disastro ferroviario e della madre delle due bambine. La casa è il punto fermo, il crocevia di incontri, ritorni ed il luogo in cui si esplicano le cure domestiche. Sono queste a cambiare i connotati della casa. Le cure domestiche vengono affidate prima al rigido rigore domestico e familiare della nonna, poi alle zie nubili ed inesperte, ed infine a Sylvia, che interrompe il suo vagabondare per occuparsi delle nipoti. Il modo in cui le donne si prendono cura di questo luogo cambia al mutare della persona responsabile dell’educazione di Lucille e Ruth influendo irrimediabilmente sulla loro formazione.

Solo al ritorno della zia Sylvie a Fingerbone, dopo 16 anni di assenza, le due sorelle, iniziano a sperare che stesse per compiersi una restituzione concreta. 

A Fingerbone si sente sempre la presenza del lago, o quella dei suoi abissi, o la mancanza di luce e di aria delle acque profonde.

La perdita e l’abbandono sono il motivo costante di questo romanzo. Se la nonna, le zie e gli abitanti di Fingerbone tentano di contrastare il peso della perdita attraverso le cure domestiche e l’ordine, la zia Sylvie inaugura un nuovo modo di prendersi cura e di affrontare le perdite subite. Con lei la pulizia diviene metafora sull’inutilità degli sforzi umani nel negare la forza della natura.

Sylvie, riscrivendo le rigide regole domestiche, opta per l’apertura, in ogni senso. La casa diventa un luogo aperto, le cui porte non vengono mai chiuse, consentendo l’accesso ad animali e all’acqua del lago di entrare, inondandola. Lasciando le porte aperte i luoghi domestici diventano un tutt’uno con quelli naturali. Sylvie mostra a Ruth e Lucille l’arbitrarietà dei confini sociali. Il suo è un invito all’esplorazione. Negli angoli della casa di Fingerbone iniziano ad accumularsi elementi naturali: foglie, insetti, ma anche oggetti: lattine vuote che Sylvie conserva fino a riempire la cucina. Sylvie considera l’accumulazione come l’essenza stessa delle cure domestiche.

Il contrasto buio-luce è un’altra costante della narrazione. Sylvie introduce un’abitudine nuova per le due ragazze, quella di cenare al buio, sfruttando solo la luce naturale delle stelle e della luna. La sera era per lei un momento speciale. Il buio ammorbidiva e lisciava. La luce ha il compito di svelare e rivelare. Ecco che entra in gioco la prima colonna sonora di questo romanzo. Si tratta di due composizioni di Mozart che ben rappresentano la dicotomia luce/tenebra: il Quartetto in sol minore KV 478 e il Quartetto in mi bemolle maggiore KV 493. Composti a soli otto mesi di distanza l’uno dall’altro, nel 1875, i due quartetti rappresentano gli opposti sul piano musicale. Quartetto in sol minore KV 478 è cupo, ha una scrittura complessa e la tonalità in sol minore conferisce drammaticit,à ben rappresentando il lato oscuro e tenebroso sviluppato in questo romanzo. Il Quartetto in mi bemolle maggiore KV 493, invece, crea un dialogo tra pianoforte e archi che sembrano fondersi senza mai perdere l’individualità strumentale. L’armonia e l’equilibrio sfociano infine nel luminoso Rondò finale.

Caricatura realizzata daJohn Sherffius

Luce e tenebre sono solo alcuni dei temi cari alla Robinson, che non lascia al caso neanche la scelta dei nomi delle protagoniste.  Sylvye deriva dal latino Silvius, tratto da silva, selva, bosco, e significa che vive nei boschi, che viene da zone boscose, che ama vivere nei boschi. Lucilla è invece diminutivo di Lucius tratto da Lux e significa ‘luce’.  Ruth, infine, è un nome di origine ebraica Re’hut, latinizzato in Ruth e significa ‘amica, compagna’. I nomi descrivono i compiti che la scrittrice assegna a ciascuna delle tre protagoniste.

Il bosco nel quale Sylvie s’immerge completamente, cercando di trascinare con sé anche Ruth, rimanda ad un componimento sinfonico ispirato al mondo della natura: Waldszenen (Scene della foresta) composti da Robert Schumann fra il 1848 e il 1849.  Le affinità sono sostanziali: sia Schumann che Sylvie sono fantasiosi ed irrazionali. Entrambi si catapultano nel mondo naturale che li circonda per divenirne parte integrante. Lo fanno pur riconoscendone la pericolosità. Il compositore tedesco non si limita ad una riproduzione descrittiva dell’ambientazione della natura che lo circonda. Piuttosto, come Sylvie, la interpreta in maniera introspettiva. Compie un viaggio iniziatico. Entrare nel bosco, restare a contatto con la natura significa giungere alla conoscenza profonda di sé. e alla liberazione finale dell’immaginazione. Una simbiosi necessaria che per Ruth segna l’ingresso nell’età adulta.

Se l’ingresso nella natura, il sostare al buio, l’oscurità, trasformano Sylvie in se stessa, a Lucille è affidato il compito di illuminare. Sarà lei a togliere il velo di Maya e a provocare la distruzione della magia creata dal buio. La luce cambia le cose: svela, rivela.  Lucille è la luce che svela la realtà.

Così vedemmo che stavamo mangiando in piatti omaggio dei detersivi e bevevamo in bicchieri che erano vasetti di marmellata.

Luce che si riflette sul lago, luogo che custodisce il nonno e la madre. È sul lago che Sylvie lascia Ruth per metterla in contatto diretto con la natura, è il lago che le due dovranno attraversare per trovare la libertà. Il lago, quindi l’acqua, insieme alla luce e al buio, ci ricordano che siamo circondati da elementi e da essi siamo influenzati. Per non affondare bisogna saper galleggiare. Il lago come luogo oltre la morte?

È nella natura dell’acqua riempire e costringere le cose a colmarsi e scoppiare.

L’incidente del nonno è avvenuto in una notte senza luna. Helene si buttò dall’alto di una scogliera dentro la più nera profondità del lago. Il lago rappresenta l’oscurità sempre troppo vicina. È sempre in riva al lago che accadono i fatti salienti di questo romanzo. Il lago fagocita. Non è solo l’abisso del lago che spaventa, ma anche la sua superficie. Non può esservi luce dove abitano i morti. Il lago tuona, geme, è vivo pur essendo custode di morti. È al lago che Ruth e Lucille si recano quando decidono di non andare a scuola.

Sarà l’attraversamento del lago il colpo di scena finale, il momento in cui la Ruth biblica, senza parenti maschi, si reca in un paese straniero e mette fine alle cure domestiche.

Le cure domestiche è una lettura indispensabile. Non accontentatevi del mio commento.

Buona lettura e buon ascolto!

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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