“La vegetariana” di Han Kang

 

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Questo libro è per chi non teme spaventose metamorfosi.  Per chi sente lo scorrere del tempo. Per chi non ha paura di cambiare pelle. Per chi non teme la perdita di tutto ciò che ha conquistato. Per chi apprezza le scritte sul corpo.

Han Kang, quarantaseienne sud-coreana, ha vinto il prestigioso Man Booker International Prize 2016, il più importante premio letterario dedicato alla narrativa tradotta in inglese del Regno Unito. Con la sua opera La vegetariana (2007), pubblicato in Italia da Adelphi e tradotto da  Milena Zamira Ciccimarra, Han  ha sbaragliato la ben più nota concorrenza composta, tra gli altri, da Elena Ferrante e Orhan Pamuk.

Il romanzo è ambientato a Seul  ai giorni nostri e si compone di tre parti, ciascuna delle quali mostra tre momenti e tre punti di vista delle conseguenze di una scelta, quella di Yeong-hye, la protagonista, di diventare vegetariana. Questa scelta alimentare rappresenta sì il tema centrale della narrazione, ma non è di certo il principale. Rappresenta piuttosto il pretesto per rispondere ad un quesito che tutti i protagonisti, nel corso della narrazione, si pongono: chi voglio essere nella mia vita?

La prima parte porta il titolo del libro e ci proietta dentro la storia attraverso un incipit che ci mostra immediatamente la scrittura cristallina dell’autrice:

Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque nemmeno. Né alta né bassa, capelli a caschetto né lunghi né corti, colorito itterico e malaticcio, zigomi un po’ sporgenti: quella sua aria timida e giallognola mi disse tutto quello che mi occorreva sapere su di lei.

Quello del marito cinico è il punto di vista di questa prima parte. La genesi di una scelta che ha origini ancor più lontane rispetto a quelle dichiarate. Innanzitutto è bene che il lettore sappia che in Corea del Sud essere vegetariano è visto in malo modo. La cultura non ammette che si possa scegliere, senza evidenti motivazioni mediche e di salute, di escludere proteine animali dalla propria dieta alimentare.

Un uomo mediocre ci presenta la moglie ordinaria sposata cinque anni prima. Anni trascorsi senza intoppi, seguendo delle abitudini ormai consolidate e inamovibili, fino a quando accade un evento che sancisce l’inizio di questa tragedia umana che è questo romanzo. Yeong-hye fa un sogno: una foresta buia, sangue ovunque e odore di carne. Da questo momento sceglie di non mangiare, non cucinare e non servire pietanze che contengano proteine animali. Diventa vegetariana.

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Han Kang

Quando una persona subisce una trasformazione così drastica, non c’è assolutamente niente che si possa fare, a parte stare a guardare.

Il marito da questo momento è escluso dalla vita e dal sogno che provoca tale incontrovertibile cambiamento. La metamorfosi è fisica. Yeong-hye dimagrisce a tal punto da diventare appuntita, come a voler trafiggere qualcosa.

Il sogno come rivelazione, dunque, come presa di coscienza dalla quale non si torna indietro. L’accompagnamento musicale ideale di questa prima parte è il Mephisto Waltz n.1 composto da Franz Listz nel 1859. Il primo è il più popolare dei 4 walzer scritti dal compositore ungherese e dichiaratamente ispirati da un episodio del mito di Faust narrato nell’omonima opera di Nikolaus Lenau del 1836. I temi che si alternano in questo valzer sono da una parte l’aggressività e dall’altra la seduzione. Una musica a tratti cupa, un valzer diabolico sulle note del quale Faust si addentra in un bosco orripilante tanto quanto quello attraversato in sogno da Yeong-hye. La traduzione musicale delle due facce del diavolo, quella dell’ira e quella della seduzione ben raffigura in musica la silenziosa protagonista.

La seconda parte di questo romanzo s’intitola La macchia mongolica. Il punto di vista narrativo è qui affidato al cognato di Yeong-hye. Una figura maschile assai diversa da quella ordinaria, superficiale, priva di slanci vitali se non in pochi e sadici atti sessuali. Il cognato è capace di grandi passioni.

La descrizione delle immagini pittoriche è centrale in questa parte della narrazione. L’ékphrasis è la questione centrale sin dal titolo. La macchia mongolica è una voglia bluastra che compare alla nascita nella zona lombo-sacrale e che scompare prima di entrare nella pubertà. Si definisce mongolica perché è molto diffusa tra gli asiatici. Agli occhi del cognato, marito della sorella, così appare la macchia sul corpo della vegetariana:

Il suo pallido verdazzurro assomigliava a quello di un leggero livido, ma era chiaramente una macchia mongolica. Evocava qualcosa di antico, qualcosa di pre-evoluzionistico, o forse una traccia di fotosintesi, e con sua sorpresa si rese conto che non aveva niente di erotico; era vegetale, più che sessuale.

Così come la macchia mongolica, impressa sul corpo della protagonista ma stranamente mai scomparsa, in questo capitolo il corpo diventa tableau vivant, un quadro vivente oggetto e soggetto  del desiderio. Nell’immagine floreale dipinta sul corpo di Yeong-hye da parte del cognato, vi è la sublimazione massima del desiderio di lui che in questo modo la possiede, prima ancora che penetrandola.

Body Painting

Body Painting

Il corpo diventa dispositivo del fantastico: sublima l’esperienza sensoriale elevandola ad una sacralità altrimenti impossibile. I fiori notturni e diurni dipinti sul corpo tengono lontani i sogni e per questo Yeong-hye si rifiuta di lavarli via. I limiti fisici non hanno più alcun significato. I colori sul corpo rappresentano una porta verso un’altra dimensione dove non esistono leggi universali. La soglia oltrepassata attraverso la body painting, consente la spiegazione della vera natura, annienta la scorza caduca mostrata quotidianamente sino a quel momento.

La terza ed ultima parte s’intitola Fiamme verdi. Rappresenta la presa di coscienza di In-hye, sorella maggiore di Yeong-hye e voce di questa terza parte. L’ultimo atto di questo libro è accompagnato in musica da Sergej Rachmaninov, nello specifico dalla Rapsodia su un Tema di Paganini, Op. 43. Se la seconda parte era accompagnata dalla sensualità romantica e aggressiva di Listz, qui prende piede una nuova musicalità. Composta nel 1934, la Rapsodia rappresenta uno dei massimi lavori del compositore russo. In un vero e proprio gioco sonoro, viene messo in musica il carattere di In-hye, forse il personaggio più indagato dal punto di vista psicologico di questo romanzo. L’unico al quale l’autrice cede la parola. In-hye si mette veramente a nudo con il lettore. Lo fa non privandosi degli abiti che indossa, ma in un confronto iniquo con una sorella ormai alla fine del suo percorso.

Il rifiuto di essere umano è stato soppiantato da quello di essere vegetale e Yeong-hye ha compreso ciò che vuole essere nella sua vita. È in questo momento di chiara rinuncia della materialità corporale che induce alla scelta di diventare altro da sé. Qui riecheggiano le note di un insospettato sentimento tragico dell’esistenza umana. Come Rachmaninof, anche In-hye s’incolpa del disimpegno attuato sino ad allora nei confronti di se stessa prima e della sorella dopo. Come il pianoforte afferma la propria solistica supremazia, con un virtuosismo altamente trascendentale, anche la sorella comprende finalmente molto di se stessa.

Non era più in grado di far fronte a tutto ciò che sua sorella le ricordava. Non aveva saputo perdonarle di essersi involata da sola al di là di un confine che lei non era mai riuscita a varcare, non aveva saputo perdonare quella meravigliosa irresponsabilità che aveva permesso a Yeong-hye di liberarsi dalle costrizioni sociali, lasciandola indietro, ancora prigioniera.

Solo al capezzale della sorella in fin di vita si accorge di aver trascorso una vita che non le è mai appartenuta. Una scrittura che è un monito a trovare il nostro posto nel mondo. Come canta la statunitense dotata di una leggendaria estensione vocale, Diane Schuur nel brano We can only try, che appartiene all’album Pure Schuur. dobbiamo solo provarci. Io custodisco questo bel libro e faccio mia una frase:

è il tuo corpo l’unico territorio in cui sei libera di fare come preferisci.

 

Buon ascolto e buona lettura!

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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