“La notte ha la mia voce” di Alessandra Sarchi

Questo libro è per chi non si accontenta di facili consolazioni. A chi sa perdersi nella danza immaginaria. A chi non ha ancora stabilito i confini del proprio corpo.

A un mese di distanza dal mio ultimo post, eccomi qui a raccontarvi della mia ultima lettura: La notte ha la mia voce di Alessandra Sarchi. Un libro questo, che ho ricevuto in quanto membro della giuria di lettori qualificati per il Premio Mondello 2017.

Terzo romanzo dell’emiliana Alessandra Sarchi, classe 1971, questo romanzo racconta la storia di due donne, della loro amicizia e del rapporto che ciascuna di esse ha con il proprio corpo.

Il preambolo, che anticipa le tre parti in cui è diviso il romanzo, inizia così:

Presto ho scoperto di essere morta. Siccome però mi toccava continuare a vivere, ho tirato avanti. Credo che capiti a molti, se non a tutti, e i più fanno come me: tirano avanti, senza cedersi la tentazione di voltarsi indietro. Tentazione che prima o poi arriva.

In questo incipit ci sono tutti i temi trattati in questo libro. Il prima e il dopo di cui la voce narrante e protagonista parla, è segnato da un incidente stradale che l’ha privata dell’uso delle gambe. Il divario tra quel prima e dopo è incolmabile e ci mostra una donna che non è più. La protagonista sembra infatti aver intenzionalmente destinato all’oblio i ricordi di ciò che è stato e che non crede di avere più tempo: incalza il tempo delle occasioni perdute.

Le tre parti di questo libro hanno il titolo dei tre elementi: terra, aria e acqua.

Nella prima parte la donna di cui non conosciamo il nome è semiparalizzata dalla vita in giù e sente di appartenere ad una categoria sociale discriminata. La Sarchi si fa carico di un racconto diretto delle conseguenze della sua condizione fisica senza pietismi o autocommiserazione.

Sappiamo farci davvero carico di un racconto in diretta o delle sue conseguenze? Quasi mai. Gli preferiamo una versione addomesticata, già lontana dal colpo che sappiamo essere stato irreversibile.

Ecco che la terra protagonista nella sua assenza. Manca sotto i piedi, manca a quelle scarpe che poggiano su predellini e che non calpestano più, non scricchiolano. La scarpa diviene un elemento che imprigiona l’impossibilità di sentire, mostrare, calpestare, passeggiare. La rassegnazione ad una condizione imposta dalla ricerca scientifica che deve mantenere in vita ad ogni costo si scontra con Giovanna.

Giovanna è la Donnagatto. Una coetanea della protagonista senza una gamba e con l’altra paralizzata. In Giovanna riconosciamo immediatamente una forza che la protagonista non ha ancora trovato:

Mentre io, ancorata alla mia sedia, mi sentivo come le statue egiziane, una successione tra angoli retti, un’astrazione, lei bucava lo spazio in tutte le direzioni, faceva scomparire il ferro, l’alluminio e il carbonio della carrozzina.

Inizia così questa amicizia, un incedere fianco a fianco di due donne che hanno lo stesso orizzonte, fatto di banconi troppo alti, la spasmodica attenzione alle pendenze e agli smottamenti di terreno, ma che hanno prospettive e visioni molto diverse.

Come faceva la Donnagatto a sottrarsi a quello scherzo?

Giovanna rifugge la rabbia e la rassegnazione della protagonista. Lo fa in molti modi: colleziona fotografie e biografie di ballerini. Ecco che entra in gioco la prima parte della colonna sonora di questo romanzo.

Alessandra Sarchi

Giovanna e la protagonista sembrano la declinazione in musica di Prélude a l’après-midi d’un faune, il primo capolavoro sinfonico di Claude Debussy ispirato da una poesia di Stéphane Mallarmé. La composizione è semplice e lineare e si basa su due temi: il primo pungentemente sensuale, enunciato dal flauto solo, il secondo cantato dai legni. Man mano si distende una voce più viva e infuocata che avvolge tra le dissolvenze danzanti delle procaci ninfe.

Due voci, quella solitaria dell’anonima voce narrante, e quella carica di suggestioni della Donnagatto. Ecco allora che le voci da sole formano un insieme e si allarga il respiro dell’orchestra. Solo a questo punto, nel libro come nella sinfonia, ecco che i temi ritornano, più penetranti e incantevoli, raccogliendo gli spunti dei corni e delle arpe.

Se la protagonista si rifugia nella sua condizione per proteggere il compagno e la figlioletta, Giovanna ha fatto della sua vita ciò che desidera: la sua casa è una mostra eclettica di corpi che danzano, gambe sospese a mezz’aria. Ecco che la protagonista inizia ad interrogarsi sulla sua condizione e sulla percezione che possiede.

La Donnagatto diventa il mago immortale Kašej protagonista de L’uccello di fuoco, il balletto che ha consacrato Igor’ Stravinskij tra i maggiori compositori russi di tutti i tempi. Un crescendo di fagotti e tromboni annuncia la venuta della Donnagatto e del mago, che rappresentano il ” fino a quando…” di ogni storia che si rispetti, il momento in cui tutto cambia. Questo è il punto in cui Giovanna fa oltrepassare un confine alla protagonista, quello fisico e psicologico. Nel romanzo avviene quando la coinvolge nel suo lavoro serale: una linea telefonica erotica.

In questo mundus alter Giovanna diventa Veronica, cambia identità diventando una procace telefonista disposta ad accogliere le richieste di chi le sue gambe può immaginarle, sentirle. Giovanna diventa Veronica e riacquista un corpo tutto intero, del quale può sentire i confini. La distanza consente la trasformazione e rende possibile tornare a far parte dei bipedi.

Forse è proprio a quel punto che si comincia a risalire, a tirare fiato: se qualcuno ti ascolta.

Ecco cosa mi ha lasciato questo libro, la consapevolezza che si può vivere anche sul confine e che rovesciare la rabbia non ha alcun senso. L’aria alleggerisce, ci permette di restare sospesi come i ballerini classici quando eseguono un grand jeté.

Buon ascolto e buona lettura!

 

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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