“La mia vita è un paese straniero” di Brian Turner

Questo libro è per chi non ha paura di guardare al passato e ricordare. Per chi sa che tenere viva la ferita è una responsabilità. Per chi deve ancora scoprire i propri fantasmi.

Sono un drone e attraverso il buio sopra il mio corpo.

Inizia così questo romanzo, con un distacco fisico, creando immediatamente una distanza emotiva oltre che narrativa. La stessa estraneità che dichiara il titolo, La mia vita è un paese straniero, e in cui veniamo catapultati sin dalla prima pagina di questo bellissimo memoriale pubblicato da NN Editore.

Un drone rappresenta la necessità, l’urgenza di separazione di Brian (l’uomo), che rimane nel suo paese d’origine, gli Stati Uniti, e l’Iraq, dove Turner (il sergente) presta il suo servizio. Ma cosa rappresenta un drone, se non il simbolo della guerra moderna?

Quando ho incontrato Brian Turner, ho pensato che il suo aspetto gentile, il suo sorriso paterno e il suo sguardo dolce sarebbero stati perfetti per un autore di libri per bambini. Invece Brian Turner è un poeta e saggista americano che per 7 anni ha servito il suo paese facendo parte dell’esercito americano. Questo memoriale racconta la sua storia di soldato morto in Iraq. “Quel soldato sono io” ha detto durante la presentazione del suo libro alla libreria Modusvivendi di Palermo.

Leggendo il libro ho compreso la necessità dell’uomo e del militare: per comprendere chi è l’uno e chi l’altro è necessario scindersi.

La scrittura ricorda la pittura tipica del Pointillism,caratterizzato dalla scomposizione dei colori in piccoli punti che compongo l’insieme e che consentono la visione della totalità. La scrittura, come la pittura, è scoperta e unico modo per conoscere il mondo.

“Scrivere è stato terapeutico”, dichiara Turner. Con grazia è passato dalla poesia alla prosa come a volerci ricordare che tenere viva la ferita è una responsabilità.

Il romanzo si presenta su pagine non numerate, intervallate da pagine nere: un avanti e indietro che sfrutta le esperienze del padre e del nonno di Turner, soldati anche loro in periodi storici diversi. Ecco che ci troviamo a vivere guerre diverse: Iraq, Vietnam, Cambogia, Europa, Bosnia ed Estremo Oriente. Un memoriale febbrile che si estende per generazioni.

Turner sceglie di arruolarsi per dimostrare di appartenere alla famiglia, di essere il degno figlio e nipote di chi prima di lui aveva combattuto senza paura. Ecco che è disposto a strisciare nel fango per confermare quello che sembra essere un destino già segnato.

L’assenza di numerazione delle pagine accentua l’ordine narrativo non cronologico, ma riflette anche la frammentazione dell’uomo. Diviso in 136 mini capitoli, Turner passa dal raccontare la sua infanzia al reclutamento, facendo dei balzi temporali a ritroso, ricordando le esperienze in guerra dei suoi familiari: suo nonno in Giappone, suo padre durante la guerra fredda e suo zio in Vietnam.

Quasi sempre ho paura. Sono profondamente spaventato. Una paura così lunga e ininterrotta da diventare normale, da non farci più caso. Temo di finire a pezzi, con le bandierine piantate nel terreno accanto a me.

L’armatura del corpo di Turner non lo protegge dalle sue paure, dalla sua coscienza, dal suo passato. C’è un momento in cui una frase viene ripetuta molte volte, come un mantra.” I soldati entrano nella casa” e prosegue con gesti che non ci aspettiamo: si tolgono gli anfibi, danno cioccolato ai bambini, recitano poesie,… Così facendo Turner sembra voler catturare l’autenticità di chi sta descrivendo e raccontando.

Quando scrive Turner è al sicuro, nel suo letto, accanto a sua moglie. Dopo 7 anni in fanteria, convinto che non avrebbe mai fatto rientro a casa, si accorge di essere salvo, ma solo fisicamente. le sue sono ferite dell’anima e le sue paure insuperabili.

Come fa uno a lasciarsi alle spalle una guerra, quale che sia, e a riprendere il cammino che gli resta?

A questa domanda questo romanzo fornisce molteplici risposte: sesso, droghe, suicidio, ma è questo romanzo la risposta migliore.

Compiendo un viaggio immaginario su un drone, distaccandosi da ciò che ha vissuto in prima linea, con una scrittura evocativa che compie con semplicità il passaggio dalla poesia alla prosa, Turner riesce a rendere un genere, quello della guerra, un memoriale che non dimenticheremo. Questo è un libro scritto da chi  la guerra l’ha vissuta, in un racconto privo di pietismi, ma con qualche rimorso, pieno di sincerità. Questo è ciò che fa Turner.

Forse il punto non è che è difficile tornare a casa, quanto che a casa non c’è spazio per tutto quello che devo portarci. L’America, smisurata ed estesa da un oceano all’altro, non ha abbastanza spazio per contenere la guerra che ognuno dei suoi soldati porta a casa.

Brian Turner

Turner ci ricorda che non è mai troppo tardi per riflettere su ciò che si è fatto, e che è compito dell’uomo ricordare. Lui lo fa brillantemente e questo è il miglior libro che tratta la guerra che io abbia mai letto.

Turner ci mostra come un sergente di fanteria possa essere anche un formidabile scrittore e poeta. Affidare una colonna sonora a questo memoriale è difficilissimo. Leggendolo ho appuntato ogni genere di brano sulle pagine: dai Pink Floyd a Mahler. Però voglio attribuirgli una canzone, l’ultima scritta da uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi: Blackstar, di David Bowie. Una canzone complessa, che tratta il tema della morte e della paura, dove il rock viene sorpreso da un assolo di sax, e che in 10 minuti condensa simboli e generi musicali.

Quante volte un angelo cade?
Quante persone mentono invece di parlare seriamente?
Lui ha calpestato la terra consacrata e ha gridato forte nella folla:
(Sono una stella nera, sono una stella nera, non sono una stella criminale

La Blackstar ha il coraggio e la fiducia per camminare dove gli altri non osano, proprio come ha fatto Turner nello scrivere questo libro.  Inoltre, se guardate il video, vi renderete conto che si compie una sorta di rituale, una ripetizione delle stesse azioni. Anche qui l’analogia con Turner è evidente: le azioni e le scelte che si ripeton odi generazione in generazione.

Io sono una Blackstar, non sono un gangstar
Sono una Blackstar, sono una blackstar
Non sono una pornostar, non sono una stella vagante
Sono una Blackstar, io sono una Blackstar

Cosa aggiungere? Come sempre, buon ascolto e buona lettura!

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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