“La lezione di anatomia” di Marta Sanz

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Questo libro è per chi ha voglia di una scrittura sincera ed autentica. Per chi  ha trascorso l’infanzia circondato dalle donne di casa. Per chi ha ereditato la narrazione come un dono, dalla vita della propria madre. Per chi crede che la natura sa quello che fa.

Quando ho chiuso questo libro ho pensato: Marta Sanz sono io.

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È stata una scoperta casuale. L’ennesimo libro da aggiungere alla lista del campionato #IBC2016. Una copertina che attrae, un nome fino ad allora sconosciuto e la curiosità di leggere  un autoritratto in forma di romanzo del quale mai avevo sentito parlare. La versione pubblicata da Nutrimenti a settembre di quest’anno è la traduzione della seconda edizione rivista e corretta dall’autrice madrilena che in Spagna è pubblicata da Editorial Anagrama. Una precisazione importante, questa, perché, proprio come dichiara la stessa Sanz nella pagina dedicata ai ringraziamenti, questa ha rappresentato una seconda opportunità per un libro apprezzato dalla critica quando uscì per la prima volta nel 2008, ma che non ebbe il successo sperato tra il pubblico. Una seconda opportunità per rivedere e migliorare il testo.

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La lezione di anatomia del dottor Tulp. Rembrandt – 1632

Un’autobiografia romanzata che sembra compiere il gesto estremo di quel bisturi che il dottor Tulp utilizza nel quadro di Rembrandt. Marta Sanz quel bisturi lo applica metaforicamente su se stessa, e a 40 anni scrive la sua vita facendone un vero e proprio autoritratto in tre parti: l’infanzia, l’adolescenza e la prima parte dell’età adulta.

Recintare il giardino è il titolo che sceglie per la prima parte in cui ripercorre la sua infanzia, dove le figure maschili sono relegate ai margini, pressoché inesistenti. Le donne colorano queste pagine in un contesto che è quello di Madrid e Benidorm nella Spagna degli  anni 70. Figlia unica di una donna che rimarrà sempre centrale nella sua esistenza, la Sanz ci racconta della sua infanzia ricordandoci come si tratti del periodo più lungo della nostra esistenza.

L’infanzia è un luogo cui si è data eccessiva importanza. Il luogo sopravvalutato dell’infanzia divora il nostro presente, con le sue rivelazioni e le sue oscenità, la sua ingordigia nell’appropriarsi d’immagini e parole, il suo autoritarismo e la sua idiozia. È inevitabile: durante l’infanzia ha luogo la maggior parte delle nostre prime volte.

L’infanzia come età delle promesse alle quali Marta rimarrà fedele. Quella che ritorna sempre è il rifiuto di smettere di essere figlia per diventare madre. La natura sa quello che fa, affermerà quando, ormai adulta, guarderà ad una decisione presa troppo presto, dalla quale non distoglierà mai la presa di posizione. Rifiuta la maternità sin da bambina e manterrà fede ad un giuramento che è quasi un impegno. Durante la narrazione è come se accumulasse elementi, giustificazioni e argomenti per non procreare.

L’educazione al femminile di una famiglia non convenzionale permea questa prima parte. Zia Maribel le insegna quanto gli uomini possono far male, una madre che non era come le altre: si truccava, fumava, lavorava; zia Pili, madrina eccentrica che beveva birra in lattina e indossava i pantaloni.

Bambina egocentrica e sicura di se,  anche a scuola Marta intrattiene relazioni con bambine molto diverse da lei. Provengono da famiglie ordinarie in cui devono collaborare: Paquita aiuta il padre macellaio dopo la scuola. Marta è l’unica a non lavorare e questo la infantilizza e la sminuisce agli occhi delle compagne di classe.

La musica è presente in questo romanzo. La Sanz dichiara la passione per l’operetta e la musica sudamericana. Angelica, ad esempio, è una delle canzoni più note del gruppo folkloristico argentino formatosi nel 1948.

Brano questo che fece nascere in me un amore per le parole, un gusto per i suoni imbrigliati nell’orecchio che oggi sembra essere motivo di pentimento e autoflagellazione.

 Le sue musiche preferite sono Danze ungheresi di Brahms e Il Lago dei cigni di quell’isterico di Cjaikovskij. Le danze, composte agli inizi della carriera del compositore tedesco, nel 1852, si ispirano alla tradizione popolare ungherese e gitana. La danza n° 5 è la più conosciuta. Veloce e vivace, in questa impeccabile lettura dei Berliner diretti da Claudio Abbado, si alternano caratteri tipici della musica romantica a quelli marcatamente slavi, in un rincorrersi crescente di esuberanza e nostalgia. La stessa esuberanza che è il tratto che contraddistingue di Marta bambina.

Il titolo di questa prima parte, Recintare il giardino, ci è chiaro solo alla fine. Quando Marta, dopo il trasferimento da Benidorm a Madrid, torna nella città che somiglia a Manhattan, una vorticosa matrioska, si rende conto che il luogo in cui è cresciuta non le appartiene più, le è estraneo. Si accorge di guardare con gli occhi di una straniera la città dove ha trascorso otto importanti anni della sua formazione.

Nomade in una terra di espulsione. Figlia ripudiata. La città è come una vagina, abituata ai parti, mi espelle. Fuori. La città è una femmina che mi lecca via i resti di sangue e grasso. Mi allontana con la sua zampa sporca. Non mi accoglie nel suo grembo insieme al resto della covata.

Questo tornare al punto di partenza è un una riconquista, rappresenta il recintare quel giardino, dargli un nome, per poi disfarsene, finalmente.

I bachi da seta sancisce l’inizio della seconda parte di questo romanzo. Marta ha 12 anni, entra di diritto nella terribile fase preadolescenziale caratterizzato dalla mania di senso di sopraffazione generale tipico della fase di passaggio all’età adulta. Dopo aver fatto ritorno a Madrid, trascorre alcuni mesi in un collegio inglese. Torna la musica in queste pagine e lo fa con un brano paraguayano El parajo Chogüì. La canzone narra la leggenda di un piccolo indigeno che si trasforma in un bellissimo uccello.

Questa è l’età in cui la stanza della purezza, ancora inviolabile, la rende fiera della sua invulnerabilità. Si lascia guardare in quella classe mista dove per la prima volta non deve lottare per primeggiare tra femmine. Non si fa profanare dalle mani dei ragazzi che l’ammirano. Il baco da seta è diventato farfalla. Non cambia più città, Marta, ma cambia casa, e l’ennesimo trasloco la scuote nel profondo e coincide con l’inizio del liceo. La bambina cinica ed egocentrica lascia il posto ad una ragazza secchiona e pedante alla ricerca della propria identità di genere.

Madrid in quegli anni è la capitale del rock urbano. Sotto le luci dei quartieri operai, le chitarre si fondono con le influenze che arrivano dall’Inghilterra. Gruppi internazionali iniziano a farsi conoscere in tutto il mondo. Tra questi, i Sex Pistols, la leggendaria band punk rock, che segue l’affermazione del mito di Janis Joplin, morta nel 1970. Insieme ad Elvira, compagna di scuola con la quale trascorrerà gli anni del liceo, Marta prende possesso del mondo che la circonda, lo invade con la sua imponente personalità.

Nudo è il titolo scelto per la terza ed ultima parte, quella che accompagna l’autrice fino al compimento del suo quarantesimo compleanno. Questa sezione si apre con un lunghissimo elenco di ciò che ha scelto di non essere da “grande”. Tra l’altro, né economista, né camionista, né infermiera, né cuoca,…

Ho voluto essere fata, cassiera di supermercato, ballerina, ladra, impiegata in una farmacia, professoressa, non ho voluto essere niente e ho voluto scrivere.

Sono gli anni dell’università, portata a termine con successo, di un master in scrittura ed infine del dottorato. Marta aspira ad ottenere un lavoro, per ottenere l’indipendenza economica proclamata da sua madre. Trova un impiego e rinuncia ad essere affascinante. Smette di prendere tutto sul serio come invece faceva al liceo. L’insegnamento, al cospetto di studenti che le mettono ansia, rappresenta uno dei momenti che avrà più difficoltà a superare. Quando entra in aula sente la colonna sonora di Psyco (musica composta da Bernard Hermann e che ha sancito il più grande successo di Alfred Hitchcock).

A proposito di musica, è nella sua fase adulta che Marta confessa anche che, se non si fosse dedicata alla scrittura, si sarebbe dedicata a cantare tanghi. Nostalgia appartiene al suo repertorio.  Quiero emborrachar mi corazón, recita il testo scritto nel 1936 da  Carlos Gardel Come Marta stessa afferma:

Interpreto i tanghi con grande trasporto perché ho sviluppato sottigliezze di attrice e una ricca vita interiore. La mia vita interiore è una serra di orchidee che rinfresco con un deumidificatore di alluminio.

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Marta Sanz

Solo in quest’ultima parte, Marta accenna alla figura maschile della sua vita, suo marito, sposato nel 1993. Di lui non sappiamo quasi nulla, se non che quando lei suggerisce di dirglielo, le dice che la ama. Con lui condivide la scelta della sterilità, il non volere figli. L’unica promessa che torna come un mantra e che Marta mantiene.

Rinuncia all’indipendenza della solitudine, Marta, e così facendo diventa un pò più saggia e un pò più felice. Ci svela la sua nudità, incide con il bisturi preso a prestito dal dottor Tulp il suo corpo e si mette a nudo, realizzando un autoritratto che non conferisce forma solo all’esterno, ma che scava all’interno, proprio come un anatomista potrebbe fare.

Ferma la scrittura a quarant’anni. Ferma l’orologio imprimendogli un ritmo nuovo. Riscatta e giustifica la sua esistenza e lo fa con una scrittura schietta, vera, non lascia adito a fraintendimenti.

Buona lettura e buon ascolto!

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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