“Katherine o gli inattesi colori del destino” di Rupert Thomson

Katherine

Questo è un libro per chi fa esperimenti con le coincidenze. Per chi ha bisogno di sconnessione e semplificazione ed ha nostalgia del passato. Per chi si sveglia nel bel mezzo della notte e inizia a fuggire dalle persone che lo stavano inseguendo. Per chi non lascia tracce. Per chi viaggia senza sapere quale sarà la destinazione finale.

La mia vita è cominciata in un recipiente quadrato.

Questo è l’incipit dell’ultimo romanzo di Rupert Thompson tradotto da Federica Aceto appena pubblicato da NN Editore. Ciò che il lettore trova è una prosa lucida, una scrittura cinematografica che tiene inchiodati alla pagina sino alla fine. L’incipit mette i brividi, è freddo, come freddo è il contenitore in cui Katherine trascorre i primi otto anni della sua vita, dalla procreazione assistita all’impianto nell’utero materno.

Gli otto anni sono ancora con me, otto anni al buio, al freddo. In attesa, senza sapere.

Quegli anni congelati sono la materia di cui è fatta. Katherine è nata due volte ed ha aspettato al freddo, senza sapere quanto sarebbe durata quella attesa. È al termine di questi otto anni in una vasca di conservazione, in un limbo vissuto da embrione congelato, che la  sua vita  inizia per la seconda volta e arriva l’unico calore mai sentito: quello dell’utero materno.

In viaggio verso il freddo

È un lungo viaggio quello che percorriamo al fianco della voce narrante. Nata a Londra, Katherine si trasferisce insieme ai genitori, a Roma, dove sua madre ha deciso di finire la sua vita a causa di un cancro alle ovaie dovuto proprio a quella fecondazione che ha dato la vita a Katherine. Da qui inizia il viaggio della protagonista ormai diciannovenne, un’avventura attraverso lo spazio e il tempo tutto costellato d’indizi.

Sono indizi per un futuro che non riesco neanche ad immaginare, frammenti di una storia in cui sto per entrare da personaggio.

La costante di questo romanzo è il freddo. È sempre più freddo il clima delle città che  sceglie di visitare, Berlino prima e Mosca dopo, sino a raggiungere i confini del mondo. È freddo ogni genere di rapporto umano che intrattiene, ad iniziare da quello con il il padre. È per andare alla ricerca del freddo primordiale che sente l’urgenza di scomparire.

La prima tappa è Berlino. Il pretesto è Klaus Frings, il primo indizio che la spinge all’allontanamento. Le basta ascoltare una conversazione tra due estranei al cinema per mettere in piedi un piano: andare senza voltarsi indietro, senza lasciare traccia.

Indizi

L’obiettivo di Katherine è quello di diventare un dono inatteso per Klaus e per tutti gli uomini che  entreranno a far parte della storia che lei stessa sta scrivendo, posizionando coloro i quali incontra come pedine lungo un percorso personale, realizzando un intricato gioco con attori ignari della presenza degli altri. Tutti hanno qualcosa da mostrarle, come a volerle indicare una via. Non c’è niente che non le mandi un messaggio, che non le indichi qualcosa. Trova indizi ovunque. Il senso di tutto risiede in questi incontri casuali.

È così la vita. Ogni occasione, ogni istante, vibra di un senso di opportunità.

Se la madre vive nostalgicamente nei suoi ricordi, quello con il padre è un rapporto di amore e odio. Between the devil and the blue, una canzone degli anni 30 interpretata da Diana Krall nel primo album in studio dell’artista canadese, Stepping Out, contiene una frase che sembra fatta apposta per Katherine: I don’t want you, but I hate to lose you.  Malgrado il desiderio di sparizione e la necessità di chiusura col passato, la ragazza detesta l’idea di dover perdere la figura paterna.

L’intento di questo suo viaggio, quello sotteso, è probabilmente il fare ritorno al freddo della sua prima vita. Per perdonarsi del cancro alle ovaie che ha ucciso sua madre a causa della procreazione assistita, ma anche per dimostrare al padre che lei è viva, c’è, nonostante tutto.

A volte sento il bisogno di dimostrare che esisto. Che dentro sono piena di vita. Di colori. Che non sono un mostro, il frutto di un esperimento.

Un romanzo sensoriale

Queste pagine colpiscono ogni senso. L’olfatto, quando Katherine avverte l’odore di ciò che la circonda, come l’odore di resina di pino. L’udito, quando ascolta lo sferragliare del treno, una coppia che fa l’amore, le urla della donna più forti di quelle dell’uomo. La vista, quando osserva il fiume che si disperde nel cielo come inchiostro nell’acqua, come calligrafia.

Un’altra identità

È onirico, questo romanzo, perché Katherine non smette mai di immaginare cosa sta facendo il padre in sua assenza. Gli fa percorrere delle strade, incontrare e amare la donna di un bar, interpretare le proprie tracce lasciate maldestramente lungo la strada, conoscere le persone che lei stessa ha conosciuto. Gli offre un mistero da risolvere. L’immaginazione diventa la sua coscienza, la sua ancora di salvataggio, l’unico contatto col mondo che si è lasciata alle spalle.  Una volta lasciata Berlino, dove lascia le ultime tracce, Katherine assumerà anche un’altra identità e diverrà Misty, un nome che cancellerà definitivamente ciò che è stata, proiettandola verso una nuova vita.

Katherine\Misty cerca un posto dove può sentirsi a casa. Non lo era Londra, dove è nata, né Roma dove ha vissuto, né lo sarà Berlino, punto di partenza di un viaggio che la porterà molto più lontano. La destinazione finale è chiara nella sua mente solo come idea, non come luogo indicato su una mappa. Katherine\Misty è alla ricerca di una dimensione “altra”. Per questo i suoi sono biglietti di sola andata in luoghi mai visitati prima.

È solo tra gli sconosciuti che vengo vista, è solo tra gli sconosciuti che esisto.

Ai confini del mondo

La destinazione ultima di questo lungo viaggio sarà un luogo immaginario situato alla fine del mondo: Ugolgrad, un insediamento russo a poche centinaia di metri dal Polo Nord, nell’arcipelago norvegese delle Svalbard. Un luogo, questo, dove tutti gli abitanti sono scappati da qualcosa, dove non bisogna lasciare tracce, un luogo dove finalmente Katherine\Misty si sentirà a casa.

Appartiene a Mahler la colonna sonora di questo romanzo. La Sinfonia n°5 (1903), l’unica su cui il compositore austriaco è tornato più volte, fino alla fine della sua vita. Il primo movimento, per Katherine rappresentato dalla malattia della madre, anticipa con la fanfara della tromba l’esplosione di dolore che si scatena con la morte, in musica il secondo movimento, tempestoso e animato.

Lo scherzo, il terzo movimento, è il momento in cui Katherine inizia ad interpretare gli indizi, incontra gli uomini che devieranno il suo percorso.

L’adagietto è il movimento dell’esilio cercato a Ugolgrad. Raccoglimento e oblio dalle cose del mondo. Alienazione da tutto e da tutti, la scelta di una nuova identità ben rappresentata da questo nostalgico e struggente movimento affidato ad archi ed arpa.

Come per Mahler questa Sinfonia rappresenta il trionfo  dell’uomo sul dolore e sulla morte, per Katherine segna una svolta, impone una nuova concezione della durata del tempo.

Un romanzo freddo, cinematografico. Un lungo viaggio alla scoperta di ciò che siamo e delle implicazioni che possono avere le ingerenze dell’uomo sulla nostra vita.

Buona lettura e buon ascolto!

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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