Gli oggetti protagonisti del romanzo

Questi libri sono per chi crede nel potere salvifico degli oggetti. Per chi sa come la storia può tramandarsi attraverso qualcosa che ha significato solo per pochi. Per chi custodisce un oggetto che si tramanda da generazioni. Per chi attribuisce significato a qualcosa a seconda del momento che sta vivendo.

Un materasso ed un ventilatore sono due oggetti dagli usi molto diversi. Sono gli oggetti che legano questi due romanzi, letti in momenti diversi, che mi hanno portato qui, a fare questa riflessione sul significato che attribuiamo, intenzionalmente o meno, alle cose di cui facciamo uso nel quotidiano.

Due libri e due autori coetanei: Lo stesso vento, pubblicato da Voland nel 2016 e scritto da Valerio Aiolli (1961), e La vita dopo, di Donald Antrim (1958) pubblicato da Einaudi nel 2007. Un romanzo, il primo, ed un memoir  il secondo. In apparenza nulla in comune, se non l’argomento: le relazioni umane.

Valerio Aiolli racconta l’Italia dal 1940 al 1999. La storia inizia con un ventilatore che Fausto regala ad Adriana nel 1940, in occasione del loro sesto mese insieme. Adriana non sa che farsene di un oggetto tanto anonimo, avrebbe preferito un cappello, lei che sogna di fare la modista, la disegnatrice di cappelli per signora.

Per questo rimasta così tanto tempo zitta davanti al ventilatore ultimo modello che poi così brutto non è. Perché non c’entra niente con tutta la sua vita. Perché le mette davanti agli occhi l’evidenza che chi le ha fatto quel regalo – Fausto, il suo adorato Fausto – non ha capito niente di lei, dei suoi sogni, delle sue speranze, di come è fatta dentro.

Le vicende vengono raccontate a capitoli alterni che vedono come protagonisti Fausto e Adriana negli anni 40, poi Vittorio e Adriana nel 1960. Vittorio è il figlio di Fausto e Adriana. Sono gli anni in cui i genitori si separano e in cui Adriana inizia la sua relazione con il Professore. Attraverso gli occhi di Vittorio bambino, entriamo nella casa dove va a vivere insieme alla madre, e scopriamo due genitori che non si amano più.

Il ventilatore adesso è stipato nel negozio di Adriana, nascosto tra i cappelli, un oggetto quasi dimenticato che sembra stia lì da duecento anni, invece sono solo 20.

Vittorio lo ritroviamo nel 1968, insieme a Francesca.Il ventilatore, che oggi per Adriana ha più valore di un oggetto prezioso, accompagna le giornate al mare di Vittorio e Francesca:

Pur essendo vecchio come il cucco funziona che è una meraviglia: un ronzio leggerissimo, un’oscillazione armonica, senza scatti; l’aria che si muove leggera, come se davvero dalla finestra che dà sul mare venisse su la brezza di un maestrale che non c’è.

Dal 1968 passiamo al 1981 e conosciamo i genitori di Francesca: Peppe e Bianca. Il ventilatore adesso è lì, dimenticato in mezzo a scatoloni che finiranno al mercato dell’usato sperando di ricavare un buon prezzo. Come ci sia finito lo capiremo solo dopo, attraverso l’indolenza di Bianca e alla fretta di Peppe di svuotare una casa dalla quale vuole allontanarsi il più in fretta possibile.

Il ventilatore accompagna gli eventi. Ecco che arriviamo al 1999, quando Fausto va ad una mostra e si domanda quale sia l’importanza degli oggetti:

Valerio Aiolli

Quegli oggetti sono lì per offrire conforto. Sono oggetti per i quali il tempo sì che ha avuto significato. Persone in carne e ossa li hanno maneggiati, spostati, attivati, riposti, ritrovati, spolverati. Oggetti che sono venuti in contatto con la vita.

Coppie, uomini e donne che tessono relazioni sempre affiancati da un oggetto, lo stesso vento del titolo che accompagna anche Guido e Andrea, nel 1989. Nessuna data è lì a caso: rappresenta un evento storico che ha cambiato l’assetto politico del nostro Paese: il discorso del Duce a Venezia, la caduta del muri di Berlino, eventi pubblici mescolati al quotidiano, alle date che segnano sul calendario per non dimenticarle mai, altre che inevitabilmente non dimenticheremo.

Il ventilatore è testimone di amore, dolore, di tutti i momenti di intimità vissuti dai protagonisti di questo romanzo. Un oggetto tiene in vita ciò che non è più, un’assenza-presenza costante che rimane, sopravvivendo a tutto e tutti.

La canzone che associo a questo romanzo è Volver, di Carlos Gardel. Un tango del 1934 cosa c’entra con un romanzo tutto italiano? Solo il tango è in grado di raccontare l’andirivieni della vita e da sempre accompagna le vicende dei migranti. Volver parla di amore, del ritorno ai luoghi che sono cambiati nel tempo, ma che continuiamo profondamente ad amare. Il testo ci ricorda il rimpianto, la delusione e il dolore che non è più.

Volver come ritorno nei luoghi in cui l’amore è finito. Ecco che entra in gioco il secondo protagonista: il materasso del romanzo di Donald Antrim, La vita dopo.

Un memoir pubblicato cinque anni dopo la morte della madre.

Sarà questa storia a permettermi di non perdere mia madre. Partendo da questo presupposto – la storia di mia madre e di me, di mia madre in me -, cercherò di raccontare un’altra storia, la storia del mio tentativo, nelle settimane e nei mesi che seguirono la sua morte, di acquistare un letto.

La ricerca di un letto, per Antrim, si trasforma così in una ricerca di asilo. Una ricerca spasmodica che sembra non avere mai fine perché rappresenterebbe una scelta definitiva. La privazione e la perdita sarebbero state rimosse? Sarebbe stato il letto di morte? Il luogo che avrebbe consentito l’ultimo abbraccio con la madre?

Oggetti simbolo di tutto ciò che dalle nostre vite potrebbe essere sottratto, testimoni inconsapevoli delle nostre vite.

Louanne Antrim è stata una madre ingombrante per Don, il cui romanzo è digressivo, a tratti provocatorio e scandaloso. In un racconto del reale, della sua infanzia e del suo angoscioso rapporto con la madre, cerca di elaborare ciò che rimane dopo la sua morte.

La madre era alcolizzata, isterica, egoista. Aveva sposato, divorziato e di nuovo sposato lo stesso uomo, il padre di Donald. In suo figlio aveva risposto tutte le sue speranze, considerando egli stesso l’unico uomo della sua vita, il marito ideale.

Nei mesi dopo la morte di Louanne, Antrim intraprende la ricerca del letto perfetto. Trascorre ore nei grandi magazzini a provarli, diventa esperto di materassi: Shifman, Sealy, Stearns & Foster., ecc. Ne acquista uno, ne ordina la spedizione a casa, poi ne acquista un altro, annullando l’ordine prima della consegna. Passano mesi alla ricerca della perfezione.

Volevo il letto? Volevo quel letto oppure no? Solo, di notte, sprofondai nel letto tentando di volerlo. E più sprofondavo in lui, più mi avvicinavo a capire cos’era davvero. Era l’ultimo letto che avrei mai comprato. Era il letto che mi avrebbe consegnato al mio destino. Era il letto che mi avrebbe nuovamente unito in matrimonio a mia madre, il letto che io e Louanne avremmo condiviso.

Un ritratto potente della disfunzione familiare che pesa sul narratore il quale non ne fa segreto.Confessa e condivide le sue angosce attraverso un’anatomia di dolore e perdita. Un romanzo che mi ha fatto pensare a Joan Didion e al suo L’anno del pensiero magico.

Donald Antrim

Qui però il tono è quello di una commedia amara, di chi osserva una madre che pur sapendo di essere malata di cancro non sa rinunciare ad un cocktail martini.

La ricerca spasmodica di un materasso è la prima risposta ad un lutto insostenibile: consente di trovare quello spazio sicuro dove riappropriarsi delle proprie certezze. Trovarlo sarà come trovare la pace dopo un passato straziante.

In questo caso la colonna sonora è una canzone di John Lennon, Mother. Il brano, pubblicato nel 1970, è introdotto dal suono di una campana a morto e fa riferimento ai difficili rapporti che il cantautore ebbe con entrambi i genitori, i quali lo abbandonarono all’età di 2 anni.

Mama don’t go è l’urlo finale, ripetuto, di un figlio che non vuole lasciare andare la madre, ed è riconducibile allo strazio che emerge dal memori di Antrim che con sincerità affronta pubblicamente il lutto più grave.

 

 

 

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