“Faber” il distruttore di Tristan Garcia

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Questo libro è per chi ha fallito. Per chi sa di non essere una brava persona. Per chi crede nell’umiliazione. Per chi costruisce e distrugge il proprio destino. Per chi crede che il presente non è che un istante ed il passato un’eternità.

Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine.

Pico della Mirandola, Discorso sulla dignità dell’uomo, 1486.

Precursore del pensiero antropocentrico rinascimentale, Pico della Mirandola dichiara che per la realizzazione della libertà umana è necessario appellarsi all’illimitata forza dell’intelletto. Costruttore e\o distruttore, ciascun individuo è l’unico artefice del proprio destino. Faber est suae quisque fortunae (Ciascuno è artefice della propria sorte), come giustamente ricorda l’abile traduttrice Sarah De Sanctis nella sua nota alla fine di Faber, l’ultimo romanzo di Tristan Garcia, pubblicato da NNEditore.

Faber rappresenta la dualità tra bene e male, incarna Dio e Satana ma non crede in niente. È un animale ruggente, un cane ringhioso, un prestigiatore, un essere alla ricerca di un’anima.

Questo romanzo è carico di simboli e di rimandi filosofici. Non poteva essere altrimenti, considerata l’esperienza del suo autore. Di origini algerine, classe 1981, Tristan Garcia vive in Francia, a Tolosa, dove insegna filosofia all’università. Un’esperienza arricchita da passioni che ritroviamo in queste pagine: l’amore per i fumetti, per le serie TV e per la musica degli anni 90. Tutti interessi che accomunano la generazione dei figli di genitori sessantottini, figli della classe media di un paese occidentale medio, due generazioni dopo una guerra vinta, una generazione dopo una rivoluzione fallita, quelli descritti nel prologo di Faber.

Il romanzo si apre proprio con un viaggio, quello di Madeline che va alla ricerca di Faber, quindici anni dopo il loro ultimo incontro. Faber, proprio come Bardamu, il protagonista del capolavoro di Céline, Viaggio al centro della notte (1932),si è esiliato con l’unico desiderio di perdersi per non ritrovarsi più di fronte alla sua vita. 

Quando Madeline rivede Faber, trova  un relitto umano. L’ombra di ciò che era stato. Vive in una baracca lurida e malridotta e gli manca tutto quello che dovrebbe manifestare la salute del corpo. Il ragazzo dall’intelligenza sconfinata che aveva conosciuto durante l’infanzia e l’adolescenza si è trasformato in un vecchio eremita delirante. Faber accetta l’invito di Madeline a tornare nella città immaginaria di Mornay per resuscitare il ragazzo che era stato.

Mornay assurge a ruolo di protagonista in questo romanzo. Le descrizioni che Garcia ne fa sono fortemente simboliche.

Sembra una goccia d’acqua, una lacrima. È una città bella ma malata: la goccia scava la pietra. […] Il mondo moderno di una piccola città di provincia che si addormenta è di grande bellezza. Come tutto quel che si abbandona al sonno, d’altronde.

Acqua e sonno sono figure ricorrenti in questo romanzo. L’acqua, nella simbologia degli elementi, è l’antitesi del fuoco. Uno degli Archè del cosmo. Tramite l’acqua si ha l’iniziazione primordiale, la purificazione, l’acqua è protagonista della forma rituale del battesimo. Inoltre, essendo un elemento passivo, ha come virtù la calma e la temperanza. 

Mornay è descritta come una lacrima. Estelle, compagna dell’adolescenza di Faber, lavandogli i capelli lo cancella sotto l’acqua che scorre; camminando in riva al fiume l’odio di Madeline defluisce e con esso la volontà di castigo; piove quando Madeline confessa a Faber che lei e Basile lo hanno fatto tornare per punirlo; è bevendo sei litri di acqua che Estelle lo purifica, mettendo in pratica un vero e proprio  esorcismo.

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L’onda al largo di Kanagawa. Prima copertina di La Mer. (1905)

L’acqua è un il principale nutrimento della natura. La musica a misura degli elementi naturali trova la sua massima espressione in Claude Debussy (1862-1918).  Il pianista e compositore francese si è lasciato spesso conquistare dall’acqua e dalle molteplici forme con cui essa si presenta. L’acqua, intesa come elemento malinconico ma anche sensuale e fascinoso, evanescente e suggestivo, si fa strada proprio in quegli anni nell’estetica simbolista. L’acqua è l’elemento che dissolve e rigenera tutte le forme, acqua creatrice e distruttrice. Allo stesso modo l’acqua di Debussy purifica e rigenera. Uno dei tanti esempi è La Mer (1905), la cui prima copertina fu L’onda al largo di Kanagawa di Katsushika Hokusai. Non è sorprendente dunque se Debussy, aldilà delle numerose pagine legate alla misteriosa simbologia dell’acqua sparse nella sua produzione, abbia pensato al mare per affrontare il lavoro sinfonico più impegnativo della sua carriera?

Se l’acqua è l’elemento purificatore, che fa defluire rabbia, dolore e cattive intenzioni, il sonno è la sospensione della volontà e della coscienza. È quando Madeline dorme che Faber le parla con schiettezza e la culla con amore, donandole la salvezza che razionalmente le avrebbe negato. Sempre durante un sogno Faber riesce a ricostruire frammenti dell’adolescenza aiutandolo a ricostruire ed accettare i crimini efferati compiuti durante la sua infanzia.

Il ritorno a Mornay costringe Faber a fare i conti con il suo passato. Ritrova Basile, insieme a Madeline suo unico amico d’infanzia, che è cresciuto seguendo il suo modello e che ha  indirizzato la sua esistenza all’imitazione del Faber che era stato.  Tutta la narrazione è pervasa dalla sottesa presa di coscienza che il passato va magnificato facendolo trionfare sul presente. Faber, che era stato il re di Mornay, adesso ci torna da prigioniero.

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disegno di Faber pag. 24

Tre amici iinsieme da sempre. Nove cerchi concentrici sormontati da una corona di fiamme a tre punte è il disegno che Faber fa durante una delle sue trasfigurazioni. La simbologia numerica è lampante: 3 è il numero perfetto, il primo che supera il conflitto dualistico, l’espressione della trinità. 9 è invece un numero sacro perché moltiplica il 3 per se stesso. Ma 9 è anche il numero dei cerchi infernali e simmetricamente nove sono le sfere celesti del paradiso. Non ho analizzato tutti gli altri numeri disseminati tra le pagine, ma sono certa che nulla è messo lì per caso.

Nonostante il romanzo sia diviso in quattro parti che raccontano periodi cronologici distanti tra loro, in un continuo andirivieni tra passato e presente, questo non inficia mai la solidità della narrazione. Come ci informa Basile, il cui punto di vista è il principale, è necessario, per comprendere Faber, ripercorrere gli anni della sua infanzia e della sua adolescenza.

Veniamo proiettati a quando Basile era un timoroso bambino ossessionato dal bisogno di fare pipì e Madeline veniva trattata come un ragazzo mancato. È in questo importante momento di formazione che Medhi Faber conosce le persone più importanti della sua vita. È stato adottato a tre mesi dai Faber, una coppia di artisti che per cinque anni lo ha accudito con amore, ma che lo lascia prematuramente di nuovo solo, ancora orfano e indigente. Dopo un paio di anni in orfanotrofio, Faber viene adottato da una nuova famiglia, i Gardon. Marthe e Jean dei quali non parlerà mai come genitori, ma come tutori.

Tristan Garcia

Madeline, Basile e Faber diventano inseparabili e trascorrono gli anni delle medie (4 in Francia),coltivando la passione per lo spirito analitico a servizio della giustizia. Individuano in un rifugio ai margini di una radura, poco fuori da Mornay, un quartier generale segreto, un luogo tutto loro, esclusivo. È qui che architettano la distruzione del loro insegnante di matematica. Faber riesce a mettere “fuori combattimento” il dispotico Mezieres, e questo rappresenta il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, un rito di iniziazione. Distruggerlo consente a Faber di diventare popolare tra gli studenti. Quello è l’anno del cambiamento. Qui inserisco un brano musicale, Adieu l’enfance (2014), di La Féline, un gruppo pop progressivo francese, la cui voce appartiene ad Agnès Gayraud ben descrive l’addio all’infanzia e all’adolescenza.

Dans nos regards rempli d’etoiles
La vie brûlait comme aujourd’hui
Mais sans cette nostalgie
Adieu l’enfance
Et l’innocence
De ces années lointaines
De ce joli temps disparu

Questo romanzo è pieno zeppo di riferimenti musicali. Dal free jazz alla musica pop, da Nevermind dei Nirvana a Bizarre love triangle dei New Order. Faber si interessa al rock quando è adolescente. Ha iniziato a concentrarsi sulla musica, a criticarla, a prendersela con lei, perché non poteva sopportare che toccasse i suoi sentimenti.

La colonna sonora di questo romanzo è la Sinfonia n.1 di Mahler, Il Titano (1894). La prima delle nove sinfonie del compositore austriaco, possiede tutte le caratteristiche del poema sinfonico. Qui troviamo i temi prediletti della poetica mahleriana: il senso dell’immensità della natura, il rimpianto per l’innocenza perduta, e nello stesso tempo la sensazione di estraneità dell’uomo di fronte al mistero dell’esistenza. La primavera senza fine del primo movimento, sembra essere l’accompagnamento ideale di un’infanzia, quella dei tre amici, che dovrebbe non finire mai. Il secondo movimento, delicato e penetrante, rappresenta il passaggio da infanzia ad adolescenza, che è fluido. Il terzo movimento si basa sulla nota cantilena Bruder Martin, il nostro Fra Martino, esposta dal contrabbasso. Ben rappresenta in musica il tono sempre più beffardo e sarcastico di parodia spettrale che Faber utilizza.

Il quarto movimento è una marcia funebre. Un punto di non ritorno, uno squarcio rispetto al passato, è il momento in cui Faber decide di fuggire, sceglie l’esilio. Da questo punto di vista, bisogna attendere il gesto dimostrativo che apre l’ultimo movimento. Qui, in un ritmo tempestoso, l’idea di irruzione rigeneratrice della forma si afferma in tutta la sua portata. È un momento intensamente drammatico. Come nella musica, anche nella narrazione il sipario viene squarciato per lasciar finalmente vedere ciò che prima era avvolto da un velario di brume e ombre. La reminiscenza brucia l’attesa:  si prefigura una trasfigurazione, una volta placata la tempesta. L’improvviso incupirsi della strumentazione nella comparsa di timbri sinistri, incrina una serenità nostalgicamente desiderata ma irraggiungibile.

Garcia sceglie una citazione di Louis-Ferdinand Céline in apertura del suo romanzo. Io chiudo questa mia riflessione su un romanzo bellissimo utilizzando quella che lo stesso Céline ha scelto come citazione introduttiva di Viaggio al centro della notte (1932):

Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario: ecco la sua forza, va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose: è tutto inventato.

Buona lettura e buon ascolto!

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