“Domani è domenica” di Sandrine Fabbri

Questo libro è per chi è rimasto. Per chi ha un passato irrisolto. Per chi vuole compiere un percorso doloroso alla scoperta di una madre. Per chi si chiede a cosa servano i ricordi e ascolta la voce degli oggetti. Per chi non ama, non perdona, ma c’è. 

La Béance (2009) è il titolo originale del romanzo di Sandrine Fabbri finalmente pubblicato in Italia da Keller, nella traduzione di Daniela Almansi.

Il termine béance è intraducibile in italiano, significa vuoto senza fine, vertigine. Un termine che in lingua originale viene usato nella psicanalisi.

Quando non desideri più, la voragine si spalanca, abissale, il vuoto ti attira come una calamita.

Il titolo italiano è il melodioso Domani è domenica ed è anche l’incipit di questo romanzo. La prima pagina è un lungo flusso di coscienza fatto di frasi brevi, dove la punteggiatura è esagerata, come a voler fagocitare il lettore in una storia che non si dimentica. L’abuso dell’interpunzione è tachicardico, quasi ad imitare il respiro affannato che ne darebbe la lettura ad alta voce. Il lettore riceve immediatamente un avvertimento. Domani è domenica, scrive Sandrine Fabbri, e accadrà qualcosa.

La voce narrante è la sua, otto anni dopo la morte del padre. È Sandrine bambina di undici anni quella che la scrittrice adulta riguarda in quel sabato indimenticabile, paragonandola ad un cagnolino, l’animale più fedele. “Ti ho seguito, non ho guaito, non abbandonarmi, mi hai mandato a cuccia“. La bambina rivolge a sua madre rivolge questi pensieri, mentre l’ultimo suono domestico, quello dell’acqua che riempie una vasca per il bagno della sera, scaccia le sue paure. Una rassicurazione temporanea, perché alla fine lo scroscio atterrisce. È Sandrine ad avvicinarsi alla finestra aperta e a vedere Sylvia, sua madre, sull’asfalto, quattro piani più giù.

Questo gesto segna la liberazione per la madre che però ha lasciato un marchio di dolore sulla figlia. Domenica avrebbe rappresentato la fuga. Sylvia e Sandrine sarebbero partite per scappare dal marito\padre. Alla tragedia familiare si aggiunge quella personale, legata all’identità. Il padre di Sandrine, sloveno di nascita, si era trasferito in Italia per fuggire dalla dittatura di Tito negli anni della sua massima ascesa. In Italia Darko Kovac diventa Natale Fabbri, assumendo una nuova identità ed un nome nuovo impostogli dall’amministrazione fascista. Negare le sue origini e il suo passato gli consente il lasciapassare necessario alla libertà. Sullo sfondo di una narrazione intensa, Sandrine  ci narra una pagina di storia dimenticata, quella dei Balcani tra gli anni 60 e 70, l’Istria italianizzata e l’esperienza di chi ha vissuto da immigrato.

Rimasta sola con il padre, Sandrine cerca conforto nel genitore, ma è circondata dal silenzio che lei stessa produce dando voce solo ad urla interiori.

Entrambi restiamo zitti per ore, per giornate. Per settimane, a volte. La guerra del silenzio. Un silenzio nutrito di dolore e di odio. Ci incrociamo. In silenzio. Mangiamo. In silenzio. La nostra vita comune è un faccia a faccia di silenzio. Abitiamo nel vuoto del non detto.

Dalla morte di Sylvia cala il silenzio su padre e figlia. La casa diviene spazio spogliato di ogni passato. Scompaiono in silenzio anche le tracce della madre. Saranno due contenitori a darle le risposte ed il conforto necessari, oggetti che le sveleranno il prima e il dopo quel matrimonio infelice, svelandole una donna che non aveva conosciuto pienamente. Contenitori che rappresentano rifugi parlanti, che raccontano. Foto felici e lettere d’amore e libertà mai spedite e resoconti di una malattia mai curata. Se le persone che la circondano sembrano privi di parola, gli oggetti le parlano, si fanno presenza tangibile al suo cospetto.

Solo attraverso la lettura di queste tracce lasciate più o meno inconsapevolmente dalla madre, Sandrine conoscerà Sylvia e Natale prima di lei, prima dell’ultimo rifugio in quella gabbia domestica che aveva portato la madre al gesto estremo del suicidio.

I compagni d’infanzia e dell’adolescenza di Sandrine sono la solitudine ed il silenzio. Una canzone che mi è venuta in mente mentre leggevo le pagine dell’infanzia, è Dança da Solidão una canzone composta da Paulinho da Viola nel 1972, cantante, chitarrista e compositore brasiliano, e interpretata da Marisa Monte.

La solitudine è la lava che copre tutto, una parola rassegnata e muta. Io ballo nella danza della solitudine.

Solidão é lava que cobre tudo
Amargura em minha boca
Sorri seus dentes de chumbo
Solidão palavra cavada no coração
Resignado e mudo
No compasso da desilusão

Il silenzio continua ed è protagonista anche delle indimenticabili pagine che descrivono l’ultimo confronto tra padre e figlia:

La tua sgualdrina è qui. Davanti a te che giaci nel tuo letto di ospedale. Hai gli occhi chiusi. Non mi parli. Non parli più. Rifugiato nel coma dove sei evaso. Anche tu. Ancora presente ma già assente. Sei fuori portata. Non avremo più conflitti. Ormai.

Sandrine, ormai adulta, si rivolge all’uomo che è ancora presente con il corpo, ma che è lontano da molto tempo, un uomo che continua a stare zitto, lasciando senza risposte.

Ho portato della musica, voglio vedere se reagisci alla musica, ora metto su la Norma, ascolta, ascoltiamo…

Questa esortazione di figlia adulta al capezzale del padre morente che per un attimo ridiventa bello, quasi accenna a parlare ridestato, chissà, dalle note di
Casta Diva. Una scelta casuale? O forse una trama che si ispira al mito di Medea e nel quale si ritrova in parte la vita di Sylvia?

Una preghiera alla luna preceduta dalla didascalia: [Norma] Falcia il vischio: le Sacerdotesse lo raccolgono in canestri di vimini. Norma si avanza, e stende le braccia al cielo. La luna splende in tutta la sua luce. Tutti si prostrano.

Casta Diva che inargenti
Queste sacre antiche piante,
A noi volgi il bel sembiante
Senza nube e senza vel.

Tempra o Diva,
Tempra tu de’ cori ardenti,
Tempra ancor lo zelo audace,
Spargi in terra quella pace
Che regnar tu fai nel ciel.

 

Non voglio aggiungere parole. Né anticipare le risposte che il lettore deve trovare e svelare leggendo questo piccolo capolavoro narrativo. Questo libro si potrebbe leggere in poche ore. Io ho impiegato due giorni. Ogni pagina andrebbe letta e riletta, per non dimenticarla e fissare nella memoria una prosa intensa, drammatica, bellissima. Un romanzo che consegna al lettore un dolore e che indaga temi che accomunano tutti: il rapporto genitori e figli, l’identità, la solitudine, l’importanza del perdono negato. Questo è un libro sulla sua vita e sulla sua famiglia. Sandrine Fabbri ha, con la scrittura, cercato di colmare le privazioni che hanno costellato la sua infanzia accompagnandola fino all’età adulta. A me non resta per ringraziarla per aver condiviso la sua storia anche con me.

 

Buona lettura e buon ascolto!

 

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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