“Darusja la dolce” di Marija Matios

Darusja la dolce

Questo libro è per chi ha voglia di conoscere la storia di un paese attraverso i suoi abitanti. Per chi ama parlare con ciò che lo circonda ma non con le persone. Per chi si cura con l’acqua e con la terra. Per chi crede che il destino possa rivelarsi una gran brutta eredità.

Per comprendere pienamente la storia narrata da Marija Matios bisogna contestualizzarla nei luoghi dove le vicende si svolgono. Cernivci è una città dell’attuale Ucraina, che si trova nella regione più a nord della Bucovina, luogo dove si svolgono i fatti di questo romanzo. Questo territorio ricco di foreste e ai piedi dei Carpazi, è oggi diviso tra due stati, la Romania e l’Ucraina, appunto.

bukovina

Darusja la dolce è slava ed appartiene alla popolazione degli huculi, pastori che abitano piccoli villaggi di quello che è stato un angolo di paradiso dell’Impero Asburgico.

Una popolazione quella della Bucovina, che è stata soggetta a numerose invasioni, una comunità plurilinguistica: ucraino, tedesco, yiddish e rumeno sono le molte lingue parlate in una piccola regione.

Questo romanzo, pubblicato da Keller nella collana Confini nel 2015, è scritto da Marija Matios che in Bucovina è nata nel 1959.  Grazie a lei e al suo editore italiano, scopriamo una regione, una cultura e dei personaggi distanti dal panorama letterario cui siamo abituati.

Come recita il sottotitolo di Darusja la dolce, questo è un dramma in tre atti. Al lettore non si fa mistero di ciò che tiene tra le mani. I capitoli sono tre: il quotidiano, il precedente ed il principale.

Darusja è la protagonista del primo atto. Ha 25 anni, vive da sola nella casa che era stata dei suoi genitori. Nel villaggio la chiamano dolce per non dire scema. Darusja è affetta da mutismo selettivo: non parla perché non ha voglia di farlo, ma tutti credono che lei muta lo sia veramente. Il tempo, in questo primo atto, è come sospeso, cristallizzato. Non è chiaro qual è il contesto storico né il periodo di riferimento. Veniamo proiettati in un luogo sospeso.

Il silenzio di Darusja è una scelta, una protesta nei confronti di chi parla troppo, come le comari vicine di casa, Maria e Vasjutka, che non hanno sale in zucca né cervello e che conosciamo attraverso i pettegolezzi che arricchiscono tutto il romanzoLa giovane protagonista si distanzia dall’abitante tipico di quella regione in quel tempo: non è sottomessa al potere, non è bigotta né prova invidia.

Darusja ama ciò che la circonda. Parla con i fiori, avvolge i bulbi come bambini, conversa con l’unica gallina che scorrazza liberamente nel suo cortile, abbraccia gli alberi. Ha solo un problema: soffre di terribili emicranie e gli unici rimedi che la fanno star meglio sono l’immersione nella terra o nell’acqua.

La sua è una vita solitaria. L’unico diversivo è la visita periodica che la giovane fa alla tomba del padre. L’accompagniamo insieme ai cani del villaggio che la precedono in allegria, come in una silenziosa processione. È dinanzi la tomba del padre che Darusja sente una dolcezza, un torpore spandersi nel petto e questo la fa star bene. Tiene in vita il ricordo del padre e lo fa come se lui fosse veramente lì, disteso dinanzi a quell’unica figlia che copre la tomba come a riscaldargli i piedi freddi.

Poco fa la voce del babbo ha detto che ha freddo, e lei ora lo scalda. Di sopra la terra argillosa gli accarezza il petto magro, gli prende le dita una dopo l’altra, gli accarezza i capelli. E poi comincia a cullarlo.

Ai piedi della tomba del padre Darusja sente di essere viva, è lì riesce a gioire e a parlare.

Non era né muta, né scema né dolce, Darusja. È la versione femminile di Forrest Gump (1994), la cui colonna sonora, in parte originale con le musiche di Alan Silvestri (Forrest Gump suite), ben rappresenta in musica questo primo atto. Una canzone su tutte, vista anche l’odierna assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, è proprio la  canzone Blowing in the wind (1962). Eccone un brano:

Yes, and how many years can some people exist
Before they’re allowed to be free?
Yes, and how many times can a man turn his head
And pretend that he just doesn’t see?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind

Quanto sopravviverà questo popolo di huculi prima di poter essere liberi? E quante volte ancora Darusja dovrà voltarsi e non sentire i nomignoli che le affibbiano?

Marija Matios

Il protagonista del secondo atto è Ivan Cvycok, un suonatore di drimba, lo strumento che noi conosciamo come scacciapensieri. È un disgraziato anche lui, proprio come Darusja. Di lui nessuno sa nulla, se non che ha 50 anni e che ha sempre vissuto vagabondando, sfruttando giacigli di fortuna. Ha però un grande talento, Ivan: oltre ad essere un abile suonatore di drimba, raccatta ferri vecchi per costruire questi strumenti musicali e rivenderli nei mercati. Il suono della sua drimba incanta Maria come Tamino con il suo flauto magico nell’opera di Mozart.

Tira fuori dalle sue viscere melodie ora buffe ora tristi come una fanciulla prima di fare peccato.

Ivan suona e a Maria non duole la testa. Inizia così una convivenza silenziosa tra anime affini. Darusja si fida a tal punto di portare Ivan sulla tomba del padre. Entrambi, agli occhi degli abitanti del villaggio, sono orfani infelici e matti. Eppur si amano a modo loro questi due. E si lasciano andare a ciò che deve accadere.

Lui la guardava e quasi piangeva, impastandole nell’orecchio un miscuglio di parole, di sussurri, di sospiri, di grida, che chi non fosse abituato al suo farfugliare tra le gengive e il palato, avrebbe pensato che lui stesse cantando qualcosa tra i denti.

Antitetici ma simili, ecco come sono Ivan e Darusja. Quello che Ivan dimostra nei confronti di Darusja è un senso innato di protezione. Lui è l’unico convinto che può essere curata e guarire dal suo mutismo. Sembrano felici, ma l’autrice ci mette subito in guardia: nessuno può ingannare il proprio destino.

Per Dausja Ivan rappresenta una parentesi di gioia inattesa, ma l’invidia e l’odio degli abitanti del villaggio, sono già pronti a prendere il sopravvento. Nessuno accetta il cambiamento della giovane, finalmente aperta a condividere la vita con un’altra persona. I loro destini sono già scritti. Marija Matios ce li rivela con schiettezza, quasi a dimostrarne gli inevitabili e dolorosi risvolti.

She moved through the fair è il brano della cantautrice canadese Loreena McKennitt (1957) che chiude questo secondo atto.

The people were saying
No two e’er were wed
But one has a sorrow
That never was said
And she smiled as she passed me
With her goods and her gear
And that was the last
That I saw of my dear.

Il terzo atto, quello principale, è un’hora mare, la danza della festa che ti entra dentro come un veleno dolce, gustoso e scorre come il sangue. Un ballo popolare la cui melodia accompagna la vita prima del dolore di Michajlo e Matronka. Entrambi orfani, falegname taciturno lui e piccola dai lunghi capelli lei. Sono felici, appena sposati, e ancora oggetto di invidia che non fa danni. Li incontriamo nella casa dove vivono e dove di lì a poco, senza troppi clamori, verrà al mondo Darusja. Mangiano  pane di mais con brinza, un formaggio di capra tipico della regione, lo stesso che 25 anni dopo Darusja porterà sulla tomba del padre come a volerlo rifocillare.

Questo è l’unico atto in cui l’autrice contestualizza il periodo storico: sono gli anni che vanno dal 1940 al 1950, la Bucovina è già passata di mano in mano cambiando lingua e stato più volte. Gli ebrei vengono deportati in Siberia ed i confini di questa regione sembrano non durare più di 24 ore. L’ultimo atto coincide temporalmente con la genesi di tutto.

Matronka scompare misteriosamente quando la sua bambina ha poco più di tre mesi. Per la prima volta, quel popolo ostile, dal pettegolezzo facile, perde la parola. Nessuno vede e sente nulla. nessuno sa dove Matronka sia finita insieme alla sua vacca in una fresca sera di giugno.

Come se d’un tratto l’intero paese avesse perso la vista, o fosse stato legato al letto con una corda fino al tramonto, e si fosse addormentato profondamente, come morto, senza accorgersi di quello che succedeva.

Quando tre giorni dopo Matronka ricompare, livida e cenciosa, tutto è cambiato per non cambiare. La Bucovina è ancora in guerra e il dolore pronto a trasmettersi di generazione in generazione.

Nessuno ha colpe in questo romanzo. Le disgrazie cui sono sottoposti tutti i protagonisti di questo dramma in tre atti sono già scritte, ma restano invisibili sino alla fine.

Non scrivo nulla sul finale di ciascun atto. Penso che questo sia un libro che va letto e riletto per moltissimi motivi. In 202 pagine Marija Matios racconta una storia che sembra una fiaba ma si rivela una tragedia contemporanea.

Buona lettura e buon ascolto!

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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