“Il corsivo è mio” di Nina Berberova

Questo libro è per chi vuole immergersi nell’eloquente testimonianza di una generazione artistica condannata, catturata in modo indelebile come nella narrativa di Nabokov. Per chi ama la scrittura autobiografica che è un’opera d’amore, che mira a riconquistare il passato.

Il corsivo è mio è l’autobiografia di Nina Berberova. Pubblicato per la prima volta negli anni ’60, è stato dato alla stampa da Adelphi in seguito al successo delle sue raccolte di racconti.

Nina Berberova e Vladislav Khodasevich

Nina Berberova è nata a San Pietroburgo nel 1901 e ha lasciato la Russia nel 1922.figlia unica di padre armeno e madre nord-russa. Dopo la Rivoluzione e la persecuzione degli intellettuali che seguirono, fu costretta a fuggire a Parigi, dove sarebbe rimasta per 25 anni. Lei e il suo compagno, il poeta Vladislav Khodasevich hanno trascorso del tempo in Cecoslovacchia e Berlino prima di stabilirsi in Francia. Lasciò Khodasevich a metà degli anni ’30.

Teme il mondo, io no, lui teme il futuro, mi precipito verso di esso.

Nina Berberova faceva parte di una cerchia di esuli russi letterari, e questo suo libro contiene dei ritratti di alcuni di essi: Boris Pasternak, Maxim Gorky, Marina Cvetaeva e Andrey Bely. È partita per gli Stati Uniti nel 1950 dove ha trovato la vita più libera che in Europa, diventando docente di russo all’Università di Princeton. Nella sua autobiografia racconta la sua gioventù russa, la scoperta della vocazione poetica e gli anni di esilio a Parigi e in America. Il corsivo è mio è apparso prima in inglese, poi in russo e questo è l’incipit dell’edizione italiana tradotta da Patrizia Deotto:

Questo libro è un libro di ricordi. Questo libro è la storia della mia vita, il tentativo di raccontare questa vita seguendo un ordine cronologico e di scoprirne il significato. Ho amato e amo la vita, e non meno della vita amo il suo significato. Scrivo di me nel passato e nel presente e parlo del passato con il ,io linguaggio del presente.

Nel tentativo di dare un significato all’esilio, gli scrittori di emigrati russi hanno fatto affidamento su una serie di modelli ideali per descrivere la loro attività letteraria in un contesto straniero. Questo processo di concettualizzazione mediante modelli ideali richiedeva la creazione di miti culturali che convalidassero la traduzione dell’esperienza individuale in “testo”.

Nina Berberova

Nina Berberova, nel descrivere gli atti intimi della sua vita compie un atto di feroce discrezione: è capace delle escursioni più audaci quando si tratta di opere e idee. È anche testimone ineguagliabile delle grandi convulsioni del suo tempo. La descrizione della Russia in preda ai primi assalti della rivoluzione, l’inesorabile eliminazione dell’intellighenzia, l’agitazione dell’emigrazione. Queste 500 pagine, pubblicate per la prima volta nel 1989, quando la Berverova aveva compiuto già 88 anni, rappresentano un raro esempio di densità letteraria.

Nina Berberova ha avuto una vita frenetica, si è evoluta in eterogenee sfere intellettuali, secondo i suoi viaggi in varie città d’Europa, e così ha incontrato dozzine e dozzine di figure di spicco della cultura russa, per lo più scrittori. Questo libro è pieno di nomi slavi, la cui complessità non ha bisogno di essere richiamata, rendendo impossibile, e penso che sia impossibile per la grande maggioranza dei lettori, memorizzarli correttamente. Il libro presenta, al fine di aiutarci a vedere più chiaramente, un indice di tutti i nomi che troviamo. Malgrado ciò il lettore riesce a tracciare il proprio percorso nella storia.

L’autrice non solo ha molto da raccontare, ma non le mancano audacia e chiaroveggenza sulla sua vita piuttosto sorprendente. Riesce a non essere troppo presente nel testo, lasciando spazio alle persone che ha ammirato durante la sua vita. Ha frequentato vari circoli, ha parlato con tutti i grandi scrittori russi dell’epoca in vari contesti, il suo libro è come un ultimo tributo a tutti coloro che hanno partecipato alla sua vita intellettuale.
Il relegarsi ai margini del racconto della propria vita, rimuove l’egocentrismo tipico del genere autobiografico. Inoltre è da esule che racconta la censura, i regimi totalitari, il sequestro del potere da parte di Stalin, la condizione degli intellettuali nel suo paese e la deliberata cecità di gran parte della popolazione al trattamento della libertà di espressione in Russia. Racconta la Seconda Guerra Mondiale, la deportazione dei suoi amici più stretti, la sua vita di privazione e l’orrore del bombardamento.

Nina Berberova è una donna di incredibile indipendenza, a volte al limite della provocazione. È incarnata nella libertà e rompe con sdegno tutti i codici del tempo. È distaccata dalla sua famiglia, della quale fornisce poche informazioni che ci permettono di cogliere chiaramente questa indifferenza viscerale che ha nei confronti dei suoi genitori. Questa libertà in cui è precipitata risolutamente, coltivata a tutti i costi, è il suo piccolo tesoro, che gli è più caro. Ecco una delle pagine più belle:

Nina è una donna inafferrabile, spesso fastidiosa mentre ci sfugge, eppure con un’incredibile profondità di pensiero. Invidiamo coloro che hanno avuto la possibilità di incontrarla, di attraversare la sua strada, di discutere con lei a un caffè.

Nina Berberova non si limita alla cronaca. Ci parla, attraverso la sua forte personalità e il suo carattere vigoroso, di ciò che l’ha commossa, turbata, ferita, attraverso i numerosi incontri che ha avuto la possibilità di fare e gli eventi ai quali ha partecipato. Ha condotto la sua vita come desiderava.

Per coloro che si trovano a Berlino, in Italia o in Francia, la vita di tutti i giorni è un’agonia: la mancanza di denaro, la mancanza di ispirazione, l’impossibilità di leggere i loro compatrioti sono rimasti in Russia. Il loro unico modo per sopravvivere è ricreare nei vari paesi di espatrio un microcosmo intellettuale russo. È questo microcosmo che Nina ci descrive, con un’energia, un’indipendenza della mente e una capacità di integrazione del tutto fenomenale.

Nina Berberova è al centro di questo libro, poiché riguarda la sua biografia, ma è interessata solo alla sua relazione con gli altri (la famosa “necessità” che descrive nella sua prefazione) e agli eventi che hanno avuto luogo. la rende ciò che è diventata quando ha scritto questo libro: una donna quasi novantenne con una magnifica storia da raccontare.

Forse il nome, o il Mood, la colonna sonora appartiene a Nina Simone. Dall’album “’Nuff Said!” registrato dal vivo durante un concerto al NYCB Theater at Westbury ‎‎(allora chiamato Westbury Music Fair) il 7 aprile 1968. In Ain’t Got No / I Got Life‎ sono riassunti in un solo brano l’opposizione alla società americana di allora (“io non ho ‎nulla, non sono come mi volete voi”) ed alla guerra in Vietnam. La canzone, dopo una parte iniziale che descrive la mancanza di tutto, le conseguenze fisiche di chi vive la guerra, conclude così:

I’ve got life I’ve got my freedom I’ve got life
I’ve got life and I’m gonna keep it
I’ve got life nobody’s gonna take it

Due donne dallo stesso nome che hanno raccontato in modo diverso la loro vita durante un conflitto bellico. Con questo non mi resta che augurarvi buona lettura e buon ascolto!

Cinzia

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