Letture estive – parte prima

Vacanza per me significa stare sotto l’ombrellone con qualcosa di fresco da bere e una borsa piena di libri. Ecco dei brevi consigli di lettura per le vostre ferie.

In una rubrica come questa non poteva mancare questo saggio extra large targato Il Palindromo. Gli autori, Maurizio Stefanini e Marco Zoppas, ci accompagnano in un viaggio caleidoscopio che apre a mille nuove avventure. Le suggestioni sono infinite. Partendo dalla tradizione orale di Omero, cantastorie che declamava i suoi versi accompagnato da una lira o da una cetra, gli autori si muovono abilmente in un percorso talmente ricco e variegato da invogliare il lettore più curioso a interrompere la lettura per ascoltare ogni brano citato.

Dal canzoniere al folk, dall’opera al rock nessun genere viene escluso da questo almanacco necessario. Un saggio colto e ben scritto ricco anche di citazioni letterarie da oriente a occidente.

Ha ancora senso domandarsi se una poesia, una volta messa in musica, rimane una poesia?

Colonna sonora: Conspirathory Visions of Gomorrah, Asaf Avidan

Da Omero al rock|Maurizio Stefanini e Marco Zoppas |Il Palindromo |maggio 2018 |pp. 304 |prezzo 18€

 

 

 

Tara Westover è nata e cresciuta nel Midwest americano, su una montagna solitaria nel bel mezzo dell’Iowa, stato scelto da Marilynne Robinson per l’ambientazione di Le cure domestiche. In questo luogo alla periferia della vita economica del paese, e spesso anche sociale, Tara e la sua famiglia sono esseri disperati e pietosi, tanto quanto brutali e superstiziosi.

Nata nel 1986, settima figlia di una coppia di mormoni, la Westover racconta la sua infanzia con impareggiabile chiarezza e, più sorprendentemente, con curiosità e amore, anche per coloro che hanno seriamente fallito o l’hanno offesa. Straniera in terra straniera, Tara mescola i suoi ricordi e quelli dei suoi familiari per rimettere insieme la sua infanzia. Il suo è innanzitutto il tentativo di capire, anche di rispettare, coloro dai quali ha dovuto staccarsi per liberarsi. Un padre che si crede profeta, una madre ostetrica e guaritrice, un fratello violento e affetto da disturbo bipolare. Tara è cresciuta preparandosi per la fine dei giorni. Ha trascorso le  estati imbottendo le pesche ei suoi inverni accumulando scorte d’emergenza. Nessuna istruzione è prevista per Tara e i suoi fratelli: non ha certificato di nascita, documentazione medica o istruzione formale fino all’età di sedici anni, quando decide di frequentare la scuola.

L’educazione è la storia di come Tara  è sopravvissuta alla sua infanzia brutale. Ma questo non è un memoir  di chi vuole vendicarsi. È  una storia su come l’amore può sopravvivere di fronte alla crudeltà insondabile perpetrata da chi ami. Tara ci ricorda che la migliore difesa contro l’ideologia repressiva è il pensiero critico, che viene fornito con l’educazione.

La mia vita era una narrazione in mano d’altri. Le loro voci erano decise, enfatiche, categoriche. Non avevo mai pensato che la mia voce potesse essere forte quanto le loro.

Colonna sonora: Sinfonia n.9 “Dal nuovo mondo”, Antonín Dvořák

L’Educazione|Tara Westover |Feltrinelli |maggio 2018 |pp. 384 |prezzo 18€ | Traduzione di Silvia Rota Sperti

 

 

 

Hanns-Josef Ortheil racconta la storia di un bambino che cresce in silenzio accanto a sua madre, completamente paralizzata dalle perdite di quattro figli morti durante la seconda guerra mondiale e il dopoguerra. Il padre lo salva dal suo isolamento grazie a un pianoforte e a un modo nuovo di imparare a parlare. Il suono della vita non è solo un’autobiografia insolita, ma un inno all’amore.

Per questo romanzo Hanns-Josef Ortheil ha dovuto inventare pochissimo, ha solo dovuto raccontare la storia della sua vita. Johannes non è che l’alter ego di Ortheil, rimasto in silenzio fino all’età di sette anni e quindi escluso dal mondo “normale”. Solo l’amore del padre e la musica riescono a salvarlo da un destino fatto di solitario silenzio.

Hanns-Josef Ortheil sceglie Roma, città tanto amata, dove ha vissuto i suoi più bei anni dell’adolescenza, ma anche il crollo dei suoi piani futuri, perripensare ai primi due decenni della sua vita e registrare le sue memorie imprimendole su carta. È un’esplorazione della città e un’incantevole momento per ricordare chi ha avuto un ruolo nella sua giovinezza lì: primo amore, primi successi, amicizie e delusioni. A distanza di oltre tre decenni, raggiunge la serenità necessaria sopportare il dolore. restituendo le immagini dell’infanzia con maggiore chiarezza. La musica accompagna tutta la narrazione, entrando e uscendo da questo romanzo, cambiando ogni cosa:

Oggi so di non aver mai vissuto un attimo più intenso e più bello. Da un istante all’altro tutto cambiò: d’un tratto percepivo la vita, eccola lì, fresca, travolgente, entusiasmante, quasi pronta ad afferrarmi con forza e a liberarmi dalle mie fantasticherie! Fu una sorta di rivelazione che mi inebriò subito, sì, quella musica fu un turbine e io la seguii senza pensarci due volte, perché era un canto che parlava di gioia e di libertà e in un sol colpo mi fece dimenticare tutta la sofferenza.

Colonna sonora: Sonata per pianoforte n.24 in D major, Joseph Haydn

Il suono della vita|Hanns-Josef Ortheil |Keller Editore |maggio 2018 |pp. 544 |prezzo 19€ | Traduzione di Scilla Forti

 
Il libro perfetto per le sere d’estate. Quando la spiaggia, liberatasi dagli avventori molesti del week end, accoglie i piedi nella sabbia fresca e t’incazzi solo perché Leifur beve Unicum ghiacciato e a te non resta che mezza minerale calda. Ma chi se ne frega! Con Il caso letterario dell’anno ho trascorso due ore in ottima compagnia.

Leifur, islandese di nascita, vive a Bologna, ha un libro nel cassetto da troppo tempo, e il suo letto è popolato da ragazze delle quali ha difficoltà a ricordare il nome il giorno dopo. La storia inizia quando alla sua porta  bussa il suo io futuro per consegnargli i numeri vincenti per le lotterie (sui nomi delle quali ho riso 20 minuti buoni: Vinci o muori da pezzente, Fanculo i poveri, Cassaintegrato disperato, …).

Un viaggio rocambolesco tra presente e futuro alla ricerca del proprio passato. Da Bologna al cuore dell’Islanda in compagnia di un trio indimenticabile: Leifur, la traghettatrice Leila e Boris, uno strampalato Sancho Panza in ecopelliccia rosa.

Che poi non capisco perché ai lettori interessino queste storie che iniziano e finiscono. Le loro vite non sono così, non vanno da nessuna parte e si interrompono senza motivo, magari proprio quando sembra che stiamo acquisendo un senso.

 

Colonna sonora: Son of a preacher man, Dusty Springfield

Il caso letterario dell’anno|Marco Visinoni |Arkadia Editore |giugno 2018 |pp. 141 |prezzo 14€

 

Buone letture e buon ascolto!

c.o.

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#BestBooks – 2017 edition

Ci siamo! è il momento dei bilanci.

Questo 2017 è stato un anno ricco di letture e ci tengo a condividere le mie preferite.

Se ne ho scritto su questo blog trovate il link alla mia recensione, in caso contrario sarete indirizzati alla pagina della Casa Editrice.

NB Non sono in ordine di gradimento: non è una classifica!

Top 10 Italia:

Top 10 straniera:

 

A questa lista voglio aggiungere due classici che non avevo mai letto e dei quali scriverò appena possibile su questo blog. Due romanzi che ho snobbato al liceo e che ho amato adesso, in età adulta:

Honoré De Balzac, Papà Goriot, BUR

Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ic, Feltrinelli

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Sulla perdita. Tre libri, la loro musica.

Questa è la prima volta che decido di scrivere un commento su tre libri contemporaneamente. Lo faccio perché in questi mesi ho letto molto, ma ho avuto poco tempo da dedicare a questo spazio. Ho scelto questi tre libri perché in ciascuno di essi viene trattato un argomento comune: la perdita.

Mario Benedetti

Nel suo testamento letterario, Mario Benedetti (1920-2009), lo scrittore uruguaiano di origini italiane, difende Il diritto all’allegria e lo fa in un’antologia di pensieri in prosa che affascina, diverte e stupisce.

Benedetti riflette su tutto ciò che fa parte della nostra esperienza quotidiana, dalla traccia lasciata dalle orme, alle esperienze più intime, come il passato, la nostalgia, la pietà, senza dimenticare pagine destinate a critica politica (la Patria, la guerra, la pena di morte). Gli argomenti scelti vengono trattati in brevi testi suddivisi in tre parti: Vivere, Di proposito e Cianfrusaglie.

Una raccolta, questa, che rappresenta una grande scoperta per i lettori di Benedetti e per coloro che vogliono conoscere l’opera di questo grande autore uruguaiano.

L’autore utilizza la semplicità della vita di tutti i giorni come fonte di ispirazione, mantenendo una linea che contraddistingue tutte le sue opere teatrali, i suoi romanzi e le sue poesie, testi nei quali si è sempre distinto per essere diretto, chiaro e semplice.

Nella prima parte del libro, Vivere, abbondano i riferimenti ai sentimenti più intimi, come la paura, il dolore, l’assenza, o la malinconia, senza mai sfociare nella disperazione o nell’angoscia.

Il passato è una collezione di silenzi, ma ci sono particelle taciturne, regioni irrecuperabili di mutismo, albe e crepuscoli che sono rimasti nascosti al di là di questo orizzonte così poco ospitale; steli che non sbocceranno più in rose, scure rondini che si schiariranno in qualche altro volo.

Di proposito parla anche di paesaggi desertici e di paeselli, ma i veri protagonisti sono il tempo, il silenzio e la solitudine. Si tratta di una profonda riflessione sulla natura umana e tutto ciò che fa parte della loro vita. Cianfrusaglie, infine, contiene 83 aforismi.

Insieme, le tre parti costituiscono una formidabile libro da tenere sul comodino ed aprire a caso, all’occorrenza, per trovare uno spunto di riflessione. Una lettura ricca, profonda e riflessiva racchiusa in meno di 200 pagine.

Mario Benedetti è riuscito a fare una riflessione vitale coraggiosa, proprio quando la sua vita si stava spegnendo: il libro è stato pubblicato due anni prima della sua morte, nel 2007. Le riflessioni sulla morte e sul senso dell’esistenza  prefigurano chiaramente l’amarezza e il pessimismo di chi, nonostante la sua capacità ammirevole di apprezzare la bellezza sparsa in tutto l’universo,  rifiuta la trascendenza, e crede fermamente nella profonda solitudine esistenziale: il fine vita è seguito dal nulla.

Dopo la fine, che cosa verrà? Il supremo brillerà per la sua assenza. Non ci saranno purgatorio né paradiso; e nemmeno l’inferno, perché quest’ultimo è sulla terra che calpestiamo.

Questa visione della vita umana come condizione infernale, insieme con la convinzione che non v’è niente di più dopo, sembra essere una chiara analogia con la solitudine angosciante presente nella visione degli esistenzialisti, come Camus e Sartre. Malgrado ciò, si percepisce l’assoluta impossibilità di dare risposte certe riguardanti l’aldilà:

Dopo la fine, ci sarà ancora memoria o tutto sarà un vuoto senza senso? Cosa resterà dell’amore a vita, dei dolori che non si sono cicatrizzati?

Una riflessione in cui risuonano i toni bassi di scetticismo, che si riferiscono in qualche modo al tema del memento mori medievale o del tempus fugit barocco e anche il motivo che porta al tema della perdita, che costituisce un interessante punto di partenza per analizzare questo libro, ma non l’unico.

Il perduto è un paio o due di labbra che hanno assaggiato il sapore delle mie e che ora posso baciare solo nella memoria.

La memoria è inevitabilmente legata alla perdita. Una canzone che lega questo libro di Benedetti al successivo, è un brano di un cantautore uruguaiano,  Alfredo Zitarrosa (1936-1989). Recordàndote:

Siento tus palabras, recordándote,
la noche agranda su silencio,
y en él te escucho, volviendo a decir:
sin ti no puedo vivir.
Y en él te escucho, volviendo a decir:
sin ti no puedo vivir.
Pero las palabras, como el aire son,
aliento que se vuelve viento,
y así tu amor, con el tiempo, murió,
el viento se lo llevó.
Y así tu amor, con el tiempo, murió,
el viento se lo llevó.
La noche es tan amarga y lenta,
la zamba te recuerda tanto…
que cuando canto me olvido, mi bien,
que ya murió tu querer.
Que cuando canto me olvido, mi bien,
que ya no puedo volver.

Zitarrosa è stato un cantante e poeta molto noto in Uruguay e in America Latina. Nel 1959 è stato insignito del premio nazionale della poesia nel suo paese. Le sue radici popolari, spesso raccontate nelle sue canzoni, hanno fatto di lui una figura rilevante della canzone contemporanea latinoamericana.

Sento le tue parole, ricordando, la notte allarga il suo silenzio, e lo sento: senza di te non posso vivere.

Questi versi ci consentono di compiere il passaggio a L’anno del pensiero magico, di Joan Didion (1934). Perdita di amore che non può tornare.

Joan Didion e il marito John Gregory Dunne

Amore e morte sono i temi dei più grandi romanzi di tutti i tempi. Joan Didion riesce a unire l’amore e la morte scrivendo del dolore provocato dalla perdita. Compie questo gesto in quello che lei stessa definisce l’anno del pensiero magico.

La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.

Una frase che torna spesso in queste pagine, come a voler ricordare l’immediata ineluttabilità degli eventi che sanciscono la perdita di ciò che non sarà mai più.

Freddo, chiaro, preciso, e con le sue emozioni per lo più tenute sotto controllo attraverso una rete di parole, Joan Didion racconta il suo anno del pensiero magico che ha avuto inizio quando il marito, lo scrittore John Gregory Dunne, è crollato a causa di un attacco di cuore fatale nel loro appartamento nell’Upper East Side, a New York, la sera del 30 dicembre 2003.

Chirurgica nella sua squisita precisione, la Didion realizza un libro la cui stesura pare necessaria ad eliminare il suo dolore e ad attribuire alla sua perdita una coscienza che non è immediata.

Il titolo si ispira all’uso antropologico del termine “pensiero magico”, secondo il quale gli eventi catastrofici possono essere evitati. Questa è la modalità in cui la Didion affronta le ondate di dolore che la perdita le provoca.

Il dolore è diverso. Il dolore non tiene le distanze. Il dolore arriva a ondate, parossismi, ansie improvvise che ti tagliano le gambe e ti accecano, e ti cancellano la quotidianità della vita.

Scritto nell’ultimo trimestre del 2004, l’autrice contrappone il racconto e l’analisi di una morte improvvisa ed inattesa ai ricordi di un lungo matrimonio.  Proponendo frammenti di memoria tanto inquietanti quanto sentimentali, John Gregory Dunne, il defunto marito, vive in ogni pagina stigmatizzando la perdita e trasformando l’assenza in presenza.  Joan Didion riesce a far materializzare quelli che Benedetti chiama i personaggi:

Ci sono personaggi vedovi che piangono senza lacrime e quando finiscono la loro liturgia stampata evadono dalla carta e festeggiano con il proprio coniuge in carne ed ossa, aiutati dal Beaujolais. Infine ci sono personaggi che quasi quasi siamo noi. E a cui vogliamo bene, nonostante tutto.

Didion mette a nudo la sua esperienza trasformando il dolore in letteratura. In questo modo, una trama che inizia in un quartiere ricco della grande mela, diventa universale, profonda ed edificante: uno specchio in cui la desolazione per la perdita può trovare soccorso.

La perdita, qui, è accompagnata dal silenzio. Quarant’anni di matrimonio fatti di consuetudini, di ricordi, di parole, improvvisamente vengono avvolti dal silenzio.

Le persone che hanno perso qualcuno da poco hanno sul viso una certa espressione, forse riconoscibile solo da coloro che hanno visto quell’espressione sul proprio. Io l’ho notata sul mio e ora la noto sugli altri. Un’espressione di estrema nudità, trasparenza. Queste persone che hanno perso qualcuno sembrano nude perché si credono invisibili.

Il racconto del ricordo lascia spazio alla liberazione in una scrittura dominata da particolari personali, intimi, che assalgono il lettore in ogni pagina. Frammenti di memoria che si sovrappongono come a voler proiettare un film partendo dai titoli di coda.

Una canzone per Joan Didion è Every time we say goodbye, nella magnifica interpretazione di Annie Lennox:

Every time we say goodbye
I die a little
Every time we say goodbye
I wonder why a little
Why the Gods above me
Who must be in the know
Think so little to me
They allow you to go

Ciò che Joan Didion compie durante l’anno del pensiero magico è ricordare. Proprio il ricordo è il trait d’union con il terzo ed ultimo libro: La decisione di Brandes di Eduard Márquez (1960).

Brandes è un pittore che ha vissuto il dolore e la perdita nella sua vita: la morte precoce di una madre che ricorda a malapena, la perdita dell’amata Alma e del padre. L’unica cosa che gli rimane, a ricordargli ciò che è stato, è un quadro, il Cranach, unica presenza confortante, unica cosa ancora da perdere.

Man mano che avanza, la vita si trasforma in un cumulo di assenze. Persone, oggetti, paesaggi, colori…

Anche in questo caso, come per L’anno del pensiero magico, la narrazione è in prima persona. Brandes sta morendo e ora più che mai, è in balia dei suoi ricordi e deve prendere una decisione che potrebbe rappresentare una perdita.

Il suo racconto rappresenta uno squarcio di colore in un’Europa devastata dalle due guerre mondiali.  Una narrazione allusiva, episodica, formale e composta, eppure colloquiale.  I pensieri di Brandes si muovono in fretta, e ciò che emerge è un testamento, una dichiarazione di volontà ultima di chi sta per morire.
Brandes è consapevole che è a corto di tempo e che dopo che è andato, non ci sarà nessuno lasciato alle spalle per raccontare la sua storia: coloro i quali contavano per lui sono morti.

Sono l’ultimo anello di una genealogia di ombre. Dopo di me ci sarà posto solo per l’oblio.

Così egli cerca di concentrarsi, afferra il suo piccolo spazio nel caos di immagini e colori che è stata la sua vita. Il lettore attinge alla storia come farebbe con una tavolozza di colori le cui combinazioni sono infinite.

Un romanzo breve composto da istantanee di memoria che sembrano poesie in prosa. Pubblicato la prima volta in Spagna nel 2006, La decisione di Brandes è una forma inusuale di narrativa confessionale il cui narratore e protagonista è uomo, artista, soldato, figlio e amante. Ma Brandes è anche un sognatore che deve il suo senso di bellezza alla straordinaria fantasia di un padre che poteva vedere la magia sempre presente nell’ordinario.

Márquez scrive un romanzo che è un viaggio nel tempo, dal crepuscolo della vita al momento di una decisione inevitabile. E ‘un viaggio della memoria, che recupera e contempla attraverso l’esperienza personale e le voci degli altri, i frammenti delle esperienze. Si tratta di un percorso tattile attraverso i colori.

Il dolore, anche qui  insopportabile, indicibile, si fa sentire attraverso la mancanza e la perdita. Che liberazione c’è dall’assenza degli altri? Cosa resiste alla morte?  Brandes si sforza di sopravvivere lasciando traccia di sé e delle persone amate.

Una colonna sonora per questo libro? l’Adagio BWV 974 di Alessandro Marcello – J.S.Bach eseguito al piano da Anne Queffélec. Bach compie in musica ciò che Brandes fa con l’arte. Questo adagio, non è  in realtà un’opera interamente originale, bensì una trascrizione da un concerto per oboe del compositore italiano Alessandro Marcello. Tale trasformazione non deve certo destare stupore. La prassi di riutilizzare musica preesistente – anche di altri autori – è caratteristica di tutta l’epoca barocca.

Dipingendo cartoline, Brandes aggiunge colore a qualcosa già fatta da altri prima di lui, proprio come Bach ha fatto con la composizione di Marcello.

A questo punto, non resta che dirvi: buona lettura e buon ascolto!

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