“Anatomia di un soldato” di Harry Parker

Questo libro è per chi non legge libri di guerra. Per chi è convinto dell’inutilità di ogni conflitto. Per tutti i reduci mutilati di tutte le guerre del mondo. 

Anatomia di un soldato sta alla letteratura di guerra come il War Requiem di Benjamin Britten sta ai Requiem liturgici della tradizione.

Wilfred Owen

L’armistizio sottoscritto alle ore 11:00 dell’11 novembre 1918 tra l’Impero tedesco e le potenze Alleate in un vagone ferroviario, nei boschi vicino a Compiègne in Piccardia, è l’atto che ha segnato la fine dei combattimenti della prima Guerra Mondiale.

Lo stesso giorno a Shrewsbury, la città inglese capoluogo della contea di Shropshire, i coniugi Tom e Susan Owen ricevevano un telegramma dal fronte: il 4 novembre, una settimana prima della fine della guerra, il loro primogenito Wilfred era caduto durante un’azione militare in Francia.

Benjamin Britten

Ciò che rimane ai posteri dell’esperienza in guerra di Wilfred Edward Salter Owen è un numero di matricola, 4756 e un taccuino dove il militare annotava poesie sulla guerra.

Benjamin Britten ha utilizzato alcuni brani delle sue poesie nel suo War Requiem (1961). Il compositore britannico ha infatti scelto di non utilizzare esclusivamente il testo latino tradizionale. Voleva una testimonianza, e i testi poetici di Owen rappresentavano l’esperienza di chi la guerra l’aveva vissuta e, a suo modo, sconfitta.

Cosa hanno in comune un poeta inglese morto in guerra a 25 anni, uno dei maggiori compositori britannici del XX secolo e un trentatreenne americano reduce dalla guerra in Afghanistan?  Il fil rouge che li lega è proprio il modo in cui tutti e tre hanno saputo interpretare la guerra.

Iniziamo dal libro che sta facendo tanto discutere e che è osannato da critica e pubblico. Un libro verde militare, che nel titolo ha la parola soldato e che parla di guerra. Mai e poi mai lo avrei letto. Ma,…

 Harry Parker è un reduce che la guerra l’ha subita e che in Afghanistan ha perso entrambe le gambe. Anatomia di un soldato, pubblicato da Big Sur e tradotto da Martina Testa è la sua opera prima e racconta la sua esperienza.

Nei 44 capitoli di questo libro, Parker ripercorre la sua storia affidando la voce ad oggetti altrimenti privi del potere narrativo. Se Owen ha scelto i versi per raccontare l’inutilità di un conflitto, Parker lo fa affidandosi a testimoni parlanti di una tragedia umana senza tempo.

L’incipit del romanzo è affidato al laccio emostatico, parte di quell’equipaggiamento che è il vero protagonista di un modo nuovo di raccontare la guerra.

Il mio numero di serie è 6545-01-522. Sono stato estratto da una confezione di plastica, srotolato, controllato e rimesso a posto. Un pennarello nero ha scritto sopra di me BA5799 O POS e sono stato infilato nella tasca sulla coscia sinistra dei pantaloni della mimetica di BA5799.

Harry Parker

Harry Parker non scrive la storia usando il suo nome, pur essendo sua l’esperienza narrata. Utilizza quasi sempre un numero di marticola, BA5799, che poco alla volta si trasforma, divenendo un’identità umana: Tom Barnes, un personaggio immaginario che porta con se le stesse ferite dello scrittore. Così facendo Parker si estranea dalla narrazione escludendo se stesso e adottando un punto di vista universale. Il suo è un libro sui reduci di guerra, sulle ferite, sugli oggetti che accompagnano la quotidianità di qualsiasi soldato.

Persino il contesto in questo romanzo è marginale. Sappiamo che si tratta del conflitto in Afghanistan nel 2009, ma potrebbe essere qualsiasi guerra. Ciò che Parker fa è mostrarne l’universale insensatezza.

Gli oggetti, che raccontano attraverso molteplici punti di vista varie prospettive delle vicende, sono osservatori sul campo, in azione, in ospedale, durante la degenza in seguito alla mutilazione e nelle retrovie, dove i ribelli organizzano la tragedia.

Gli oggetti rappresentano il tema e la durezza dell’esperienza bellica che egli ha vissuto. Parte del suo corpo è perduto, ma le sue emozioni salve e continuano a vivere attraverso le cose. Ciò che si avverte nelle pagine di Anatomia di un soldato, è un tormento autentico e una forza d’animo straordinaria. Gli oggetti raccontano il sangue e la carneficina, gli stenti e le fatiche, rivelano al lettore ciò che realmente la guerra porta nella vita di chi la combatte e di chi la subisce.

Dopo essere rimasto senza gambe, intrappolato in un corpo nuovo, dopo essere stato ricoverato in fin di vita, Parker, scrivendo questo libro, sceglie di tornare sul campo di battaglia e insistere nella ricerca di qualcosa, di un senso, che affida agli oggetti. Quella di Parker è infatti una visione ambigua sulla guerra: egli sembra non rinnegarla eppure la aborrisce, La sua è una denuncia, una protesta corale attuata tramite più voci.

Lo stesso ribrezzo lo troviamo nel Requiem di Britten, inteso come canto di morte per la guerra stessa oltre che per i suoi caduti. Al centro del War Requiem non c’è la promessa della salvezza o la consolazione della fede: c’è la guerra, con l’immensa pietà che essa genera.
La partitura si apre quasi sussurrando in modo indistinto e lontano: il coro scandisce in pianissimo, quasi fosse un bisbiglio, il motto Requiem aeternam. Il tema enunciato dall’orchestra è simile a una marcia lenta e pesante e con essa si materializza l’atmosfera funebre della messa. Come in Anatomia di un soldato, i testi di Owen che Britten utilizza per questa immensa composizione, sembrano immergerci nel presente della guerra, ce la fanno vivere come se un telecronista la narrasse dal vivo, proprio come fanno gli oggetti parlanti.

Le voci del coro, al pari di quelle di una bomba, di un tappeto, un sacco di fertilizzante, della sega che amputa la gamba del soldato, della borsa di una madre, diventano artefici e spettatori della strage che la guerra provoca:

Avevo cambiato per sempre le proporzioni di quel corpo. Non occupava più lo spazio che avrebbe dovuto (la sega) Harry Parker

I am the enemy you killed, my friend. Wifred Owen

Sono il nemico che hai ucciso, amico mio. Questo è il messaggio centrale delle poesie di Owen e della narrativa di Parker. Il nemico non è l’antagonista, il ribelle che realizza la bomba artigianale, il nemico è il conflitto stesso. Sia Owen che Parker la guerra l’hanno accettata e combattuta ma mai, nelle loro testimonianze, troviamo atti d’accusa contro i “nemici”.

Ecco dunque che l’entrata del coro di voci bianche nel Requiem simboleggia l’innocenza dei giovanissimi protagonisti di questo romanzo, Latif e Faridun, vittime non diverse dai soldati morti sul campo. Le voci del coro diventano emblema dell’incoscienza atemporale e  le campane  anticipano quelle evocate da Owen:

What passingg-bells for these who die as cattle?

Quali campane a morto per chi muore come un animale?

Sia Owen che Parker chiamano in causa i sentimenti di tutti e non solo quelli di una delle parti lese. Mostrano due facce di una stessa medaglia, come fa Britten utilizzando il testo latino e quello inglese che ad una lettura superficiale potrebbero apparire in conflitto.

L’uso del latino ci conduce in una dimensione altra, non umana. Inneggia la sacralità della dimensione divina. L’inglese ci conduce negli abissi della storia umana, altrettanto universale.

Libera me, infine, ci proietta sul campo di battaglia: rulli di tamburo, grida dell’uomo che chiede di essere liberato dalla guerra stessa.

A voi tutti, come sempre, buona lettura e buon ascolto!

 

 

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Sono una lettrice incallita. Amo la musica di ogni genere. Blogger da sempre, speaker radiofonica, qui unisco le mie più grandi passioni. Perché ogni libro ha una colonna sonora: basta saperla trovare.

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